nel corso del tempo regia di Wim Wenders Germania 1976
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nel corso del tempo (1976)

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locandina del film NEL CORSO DEL TEMPO

Titolo Originale: IM LAUF DER ZEIT

RegiaWim Wenders

InterpretiRüdiger Vogler, Hans Zischler, Lisa Kreuzer, Rudolf Schundler

Durata: h 2.56
NazionalitàGermania 1976
Generedrammatico
Al cinema nel Novembre 1976

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Trama del film Nel corso del tempo

Bruno gira in lungo e in largo la Germania a bordo di un camion: il suo lavoro è quello di tecnico riparatore di proiettori cinematografici. La sua attività si svolge prevalentemente in provincia. Robert invece si occupa dei disturbi nel linguaggio dei bambini, ha un amore genovese andato a male e una voglia matta di lanciarsi con la sua Volkswagen in un fiume. È così che si conoscono (Bruno assiste al tentativo di Robert) e decidono di fare almeno un pezzo di strada insieme.

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Voto Visitatori:   8,71 / 10 (7 voti)8,71Grafico
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Voti e commenti su Nel corso del tempo, 7 opinioni inserite

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kafka62  @  16/05/2018 09:57:01
   8 / 10
Quello di Bruno e Robert (i due protagonisti di "Nel corso del tempo") lungo le strade di una inedita Germania di frontiera è un viaggio molto particolare, almeno dal punto di vista cinematografico. Bruno ci viene subito presentato mentre compie gli abituali riti mattutini del risveglio: il camion, con cui gira in lungo e in largo la provincia tedesca per riparare vecchi proiettori, è la sua casa e gli conferisce immediatamente una connotazione nomade e itinerante. Robert invece è appena uscito da un rapporto matrimoniale, ma il suo comportamento (brucia la fotografia della moglie, guida ad occhi chiusi, si getta con l'automobile nel fiume) identifica una non dissimile disponibilità alla precarietà esistenziale del giramondo. Il lungo vagabondaggio su strada dei due non ha praticamente un inizio né tanto meno si indirizza verso una conclusione narrativamente tradizionale. "Dove va?" Non ha un'idea?" chiede Bruno a Robert, appena conosciuto. Quest'ultimo risponde che non importa, e incomincia a leggere da una tabella ferroviaria un elenco di località qualsiasi. Il viaggio wendersiano è un'esperienza fine a se stessa, una condiziona naturale dell'individuo, senza né meta né motivazione apparente.
Una volta depurato delle sue connotazioni ribellistiche e antisociali, il viaggio wendersiano non rifiuta, soprattutto da un punto di vista stilistico, i topoi del cinema on the road. Le inquadrature del mezzo di trasporto in moto (le ruote che girano veloci sull'asfalto, il muso del camion su cui risalta l'omino della Michelin, la superficie vetrata della cabina che riflette il paesaggio circostante) si alternano ai campi lunghi in cui il camion è ripreso mentre attraversa la campagna tedesca, la colonna sonora degli Improved Sound Limited (sigla dietro la quale si celano i fratelli Linstädt) è straordinariamente evocativa e risulta fondamentale per la creazione del climax, le situazioni e i comportamenti predominano sui dialoghi, la vicenda è perfettamente orizzontale e si srotola con la stessa imperturbabile indifferenza dell'asfalto stradale. Sotto questi angoli visuali, "Nel corso del tempo" potrebbe essere facilmente scambiato per uno dei tanti road movies statunitensi dei primi anni settanta, così come l'amicizia virile tra i due protagonisti, l'assenza della donna e la presenza di luoghi topici come le stazioni di servizio o i chioschi di bibite lungo la strada sono profondamente connaturati alla poetica americana del viaggio.
La massima espressione di questo mimetismo cinematografico si ha con l'atipica utilizzazione del paesaggio tedesco. La Germania di "Nel corso del tempo" è, nonostante i continui e puntuali riferimenti geografici disseminati nel film, del tutto irriconoscibile, è un territorio sterminato e senza identità, una no man's land in cui le coordinate spaziali tendono a perdersi tra le pieghe di un immaginario esclusivamente cinematografico. Così l'isolotto dell'infanzia di Bruno potrebbe benissimo confondersi con il "posto delle fragole" di Bergman o con la residenza paterna di "Cinque pezzi facili", allo stesso modo in cui le sconfinate pianure solcate da rettilinei asfaltati di cui non si riesce a vedere la fine potrebbero essere uscite da "Easy rider" o da "Duel". E' un paesaggio in cui la condizione del viaggiatore diventa, se così si può dire, ancor più ontologicamente inevitabile, percorso com'è da costruzioni inutili e senza senso (granai abbandonati, passerelle sospese a mezz'aria, casupole di frontiera disabitate), in cui non è dato trovare alcuno stabile punto di riferimento cui ancorarsi.
"Nel corso del tempo" è però anche, nella tradizione del bildungsroman tedesco, un film di formazione e di iniziazione. Bruno e Robert, durante il loro instancabile peregrinare, non si propongono mai di capire il mondo che li circonda, ma la loro amicizia, pur caratterizzata da lunghi periodi di incomunicabilità e di afasia, finisce per far crescere e migliorare entrambi. A far aprire loro gli occhi è soprattutto la comprensione dell'importanza che il passato riveste per le loro vite. Tra i due c'è all'inizio del film questo scambio di battute: «Non voglio sapere la tua storia». «Cosa vuoi sapere allora?». «Chi sei». «Io sono la mia storia». Per Bruno, il quale aveva fino ad allora vissuto in un presente senza prospettive, il pellegrinaggio nella sua casa d'infanzia (la sequenza emotivamente più forte del film) e la riscoperta delle proprie radici diventano un'esperienza folgorante e decisiva: "Per la prima volta mi vedo come uno che ha dietro di sé un certo tempo, e questo tempo è la mia storia. Tutto ciò è rassicurante". Anche per Robert la drammatica resa dei conti con il vecchio padre ha un significato euristico, di rivelazione e di consapevolezza insieme. Il suo sogno di un inchiostro capace di cancellare la vecchia struttura e di scrivere contemporaneamente nuove parole è un'illusione, un'utopia. Fuggire dal proprio passato non è una soluzione, ma solo un "falso movimento". Ecco quindi che l'orizzontalità che caratterizzava la costruzione del film lascia il posto a un'imprevista verticalità tematica: se il presente è un deserto che va progressivamente inaridendosi, un mondo alienato ed alienante, privo di valori e di significato (il paesaggio acquista in questo senso una valenza chiaramente metaforica), è dal passato che bisogna trarre nuova linfa per costruire un futuro dove "tutto possa cambiare", come è scritto nel messaggio lasciato da Robert all'amico prima di partire in treno. Contro la tentazione di fermarsi e di cedere all'inerzia e al radicamento (che si materializza nei due incontri emblematici del film, quello con l'uomo che non riesce a staccarsi dal luogo in cui è morta la moglie e quello con la cassiera del cinema a luci rosse, vittime patetiche delle proprie paure ed abitudini), il viaggio diventa perciò l'occasione per scoprire la propria identità ed accogliere in se stessi l'infinita varietà del mondo, quella varietà che Wenders traduce, nel linguaggio delle immagini, in una fitta e affascinante rete spaziale nella quale i mezzi di comunicazione (spesso – il camion e il treno – viaggianti parallelamente nella stessa inquadratura) intersecano le loro traiettorie, come il caso intreccia tra loro le singole esistenze.
Nel film è adombrato, oltre che un metaforico messaggio esistenziale, anche un discorso sul cinema. Questa componente metalinguistica e autoriflessiva non appare mai soverchiante, pur non essendo per nulla secondaria rispetto al piano più immediatamente narrativo. Il mestiere stesso di Bruno consente del resto a Wenders di affrontare direttamente, e in maniera del tutto naturale, i problemi e le prospettive del cinema di questo ultimo quarto di millennio. Il ritorno alle radici è anche – o soprattutto – necessità di riesumare, contro l'imbastardimento della produzione corrente (dominata da Hollywood e dalla pornografia), il cinema dei padri (Lang e Murnau su tutti, verso i quali Wenders mostra di avere in "Nel corso del tempo" non pochi debiti espressivi, a partire dall'espressionistico bianco e nero), affermando la predominanza dell'immagine (la scena delle ombre cinesi è un simbolico ed affettuoso omaggio al periodo del muto), della semplicità (Robert scambia la propria valigia e i propri occhiali con un quaderno in cui un bambino ha descritto quello che vedeva) e della moralità (è significativo l'atteggiamento della donna che gestisce l'ultimo cinema, la quale preferisce sospendere la programmazione in attesa di tempi migliori). Ecco allora il senso che è possibile dare al finale aperto del film: quell'insegna illuminata con il nome del cinema ("Weisse Wand", che significa "Schermo Bianco" ma le cui iniziali sono anche l'acronimo di Wim Wenders) è un esplicito invito a restituire una nuova dimensione, una ritrovata verginità, all'immagine filmica. La disponibilità mostrata da Wenders nel lasciarsi impressionare dalle emozioni del movimento diventa così una ottimistica apertura di credito verso un cinema migliore, maggiormente sincero ed autentico.
Il regista tedesco non è esente da ambiguità: lamenta, con le parole di Bruno, che "gli americani ci hanno colonizzato il subconscio" ma non esita a citare Peter Fonda o Bob Rafelson, è fiduciosamente rivolto, pur non essendo un autore ascrivibile all'avanguardia, verso il nuovo ma riempie il film di oggetti anacronistici e superati (il juke-box, il sidecar, ecc.), adotta un taglio di ripresa pseudo-documentaristico (pur con l'uso anti-documentaristico di diaframmi e riflettori, per ottenere immagini più nette e contrastate) ma poi concede ampiamente alla psicanalisi e alla metafora. Nonostante questo, o forse – paradossalmente – proprio per questo, "Nel corso del tempo" è una delle pagine cinematograficamente più pure del cinema on the road, e non solo di quello. Dai suoi fotogrammi si ricava un fascino irripetibile, una suggestiva magia che fa capire come il cinema sia fatto insieme di ispirazione e di tecnica, di disponibilità un po' naïf ad assorbire le sensazioni del reale e di abilità di rappresentazione e messa in scena (anche nei particolari apparentemente meno importanti, come ad esempio la scelta del formato dell'inquadratura).

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