il filo del ricatto - dead man's wire regia di Gus Van Sant USA 2025
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il filo del ricatto - dead man's wire (2025)

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locandina del film IL FILO DEL RICATTO -  DEAD MAN'S WIRE

Titolo Originale: DEAD MAN'S WIRE

RegiaGus Van Sant

InterpretiBill Skarsgård, Colman Domingo, Al Pacino, Dacre Montgomery, Myha'la, Cary Elwes, Kelly Lynch, Jordan Claire Robbins, John Robinson, Katie Kinman, Mark Helms, Kyle Rankin, Vinh Nguyen, Stephanie Bertoni, Danielle Munday, Daniel R. Hill, Todd Gable, Neil Mulac, John N. Dixon, Andy S. Allen, Casey Feigh, Michael Ashcraft, Eli Samek, Donald K. Overstreet, Aaron Massey, Maresha Robinson, Michael James Dukes, Kevin Ragsdale, William R. Davis, Dean Coutris, Rita Hight, Elliot Gross, D.J. Stroud

Durata: h 1.46
NazionalitàUSA 2025
Generedrammatico
Al cinema nel Febbraio 2026

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Trama del film Il filo del ricatto - dead man's wire

1977. Tony Kiritsis in passato è stato un imprenditore edile di successo, la cui impresa è crollata per colpa delle mosse sbagliate di un banchiere. Terry decide di ricattarlo, chiedendo in cambio 5 milioni di dollari ma anche delle scuse personali.

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Voto Visitatori:   7,20 / 10 (5 voti)7,20Grafico
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Voti e commenti su Il filo del ricatto - dead man's wire, 5 opinioni inserite

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Invia una mail all'autore del commento bleck  @  27/06/2026 15:24:26
   7 / 10
Un buon film con una certa tensione costante che fa prevedere un finale diverso da quello che invece sarà.
Al Pacino bocciato, gigioneggia troppo, poco credibile

stratoZ  @  21/04/2026 14:11:12
   7 / 10
ATTENZIONE POSSIBILI SPOILER

Devo dire, la pausa di Van Sant, dopo gli ultimi deludenti film, gli ha fatto molto bene, "Dead man's wire" racconta un fatto realmente accaduto e utilizza la vicenda per mostrare il contesto dell'America del tempo, con le dovute frecciate al capitalismo estremo, a queste grandi aziende senza la minima etica o morale, con un'ottima narrazione che evita qualsivoglia polarizzazione e mischia continuamente bene e male, d'altronde, lo spettatore spesso è portato a biasimare entrambe le parti, se in un primo momento la reazione del protagonista può sembrare eccessiva, ricorrendo al sequestro per degli affari andati male, approfondendo la vicenda e le motivazioni dietro ad essa si trova un uomo logorato dagli eventi, una pressione schiacciante di questa grande società di prestiti che prima illude e poi disintegra il sogno dell'imprenditore più piccolo, una serie di conflitti di interessi nascosti da pratiche burocratiche, cavilli legali ed avvocati abbastanza abili da restare sempre sul filo della legalità. Ad abbattere le barriere di questo sistema è il proprio il protagonista, passando a vie di fatto, sequestrando il figlio del creatore dell'azienda, ora divenuto presidente, pretendendo un rimborso per quello che ha subito a livello economico e soprattutto, cosa da non sottovalutare, delle scuse pubbliche da parte dello stesso fondatore, un'arma a doppio taglio che da un lato punta a fargli riavere quello che gli è stato sottratto, dall'altro mostrare a tutto il mondo i continui imbrogli e doppigiochi dell'azienda, è qui che vi è terreno fertile per uno spietato Al Pacino, che ad ottantacinque anni suonati e apparendo in scena si e no per dieci minuti in totale, fa sentire la sua presenza ed influenza, diventando il simbolo di un'etica aziendale votata solo al profitto ed alla pubblicità, a tal proposito è emblematica la telefonata mentre il protagonista tiene il figlio in ostaggio, mostrando una forte disumanità dietro al personaggio, talmente impantanato nei suoi affari, nel suo egoismo, nella sua mentalità imprenditoriale senza scrupoli da non riuscire a fare un passo indietro nonostante il figlio sia in pericolo.

"Dead man's wire" è un film dolceamaro, che per buona parte della durata logora lo spettatore, pone interessanti interrogativi sui mezzi e sulla liceità degli stessi, sulla sopportazione di un uomo e sulle possibili conseguenze psicologiche, il finale è una sorta di nota dolce nel bel mezzo di un mare di risentimento, una piccola vittoria nei confronti del sistema, ma soltanto parziale.

Van Sant dirige ottimamente una pellicola senza fronzoli, riuscendo ad ottimizzare la tensione in diversi momenti - raggiungendo un notevole picco nella scena della conferenza stampa, con delle scelte di montaggio azzeccatissime - ma anche concentrandosi sul cuore del racconto, sulle sensazioni, sulle motivazioni dei personaggi, ed in questo Bill Skarsgard offre una prova d'altissimo valore, assieme al già citato Al Pacino. Niente male.

marimito  @  29/03/2026 10:42:40
   6½ / 10
Un film - denuncia: il gesto del rapitore si eleva a denuncia estrema di un sistema che illude e imbarbarisce, trasformando il ricatto in un processo sociale. L'incanto del protagonista, convinto di poter ottenere la denunzia e la riappropriazione del maltorto, diventa il simbolo di un inganno globale e sistemico.In questa lotta psicologica, ogni pretesa di verità naufraga in una manipolazione superiore che annulla ogni residua speranza di integrità morale. Il film smaschera la vacuità delle certezze borghesi, rivelando quanto sia illusorio il controllo che crediamo di esercitare in una società ingannatrice.
Resta l'amara consapevolezza che, in un mondo così costruito, anche l'aspirazione alla giustizia è solo l'ultima, raffinata trappola tesa dal sistema.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  02/03/2026 01:09:32
   8 / 10
Quando assisti a un buon (ottimo) film americano, di quelli che ti ricordano Lumet ma anche Mulligan e Pollack, ti viene quasi voglia di avvolgerti nella bandiera degli Usa, magari pure amare John Wayne (citato e visionato in immagini di repertorio) o votare perfino Trump...non esageriamo, ma a parte uno script impeccabile che non teme nulla, tantomeno di sfiorare un esilarante parossismo - specialmente nei dialoghi tra sequestratore e vittima - "Dead man's wire" ha una forza visiva e morale incredibile. Per Tony Kiritsis, folle coraggioso reazionario anarchico uno che come molti americani crede pur(e)troppo in una Nazione che riconosca i suoi errori e ne faccia proseliti - errore perché cmq l'America assolve ma non si assolve. Grande prova attoriale di Skargart compresa. Per l'Uomo sequestrato, che assiste passivamente al cinismo del padre al telefono ma sa di essere costretto ad assolvere quel Sistema per tornaconto personale e familiare. Per la voce della Notte, un dj afroamericano che sarebbe piaciuto molto a Spike Lee o a Oliver Stone. Per la capacità visiva - cfr. Il montaggio del film alternato s immagini di repertorio e con Epilogo finale è straordinario e mostra che Van Sant è sempre un Numero Uno, un cineasta immenso. Per gli esterni e le location, un luna park da Voglio da videoclip, forse esagerato ma necessario. Per la capacità di raccontare un'America di Sogni bruciati molto davvero molto attuale - ci si spinge Oltre citando Dog day ma anche lo scoop di una società maschilista che non sfrutta doverosamente il potenziale femminile. Perché coinvolge, in tutto, e sa soffocare e a volte divertire con appunto il nonsense, e il dolore l'angoscia è di tutti, malgrado lo Street food nella Cronaca faccia pensare all'ennesima patata militare o una Campagna Elettorale. Ha solo il difetto di essere talvolta enfatico e cinematograficamente tanto o troppo derivativo.
Senza dimenticare la splendida colonna sonora e il climax di quegli anni. Credevamo di essere nel 1977 e ci ritroviamo nel 2026 di Trump e delle forze di polizie cfr. Più rassicuranti quelle di "ieri"

Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  13/09/2025 11:50:43
   7½ / 10
Un fucile a canne mozze annodato con un fil di ferro attorno al collo dell'ostaggio. Tony Kiritis è il sequestratore e l'ostaggio è Richard, figlio del boss (un Al Pacino, poco presente ma che lascia il segno) di una società di mutui che si è comportata in maniera sleale nei suoi confronti e truffandolo nella sostanza. Il singolo individuo contro un tipo di capitalismo senza scrupoli, avido e senza la minima etica. Tony pretende i suoi soldi, ma è secondario rispetto all'obiettivo di s*******re la società che lo ha ingannato. Vuole denunciare pubblicamente, attraverso un disc-jockey cittadino che fa da mediatore il malaffare di cui è stato vittima. Vuole i soldi indietro, ma vuole soprattutto le scuse della società, in diretta tv. Siamo ad Indianapolis nel 1977, ma sinceramente una storia del genere può essere attuale anche adesso con un bravissimo Skarsgaard nei panni del maldestro ma efficace sequestratore. Un Van Sant decisamente brillante e ritmato specie nel bel finale, che francamente ti fomenta. Bel film che a Venezia ha avuto il suo riscontro da pubblico e critica.

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