Recensione il fiume rosso regia di Howard Hawks USA 1948
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Recensione il fiume rosso (1948)

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locandina del film IL FIUME ROSSO

Immagine tratta dal film IL FIUME ROSSO

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Immagine tratta dal film IL FIUME ROSSO
 

Howard Hawks era già un veterano di Hollywood con più di trenta film alle spalle, alcuni anche di grande successo, quando decise di girare il suo primo western, dopo essersi già accostato al genere con l'ibrido "La costa dei barbari"; voleva però che il suo lavoro fosse "un western adulto e non uno dei soliti film di indiani".
Quando gli capitò tra le mani il racconto "The Chisholm Trail", di Borden Chase, ebbe la certezza che sarebbe riuscito nel suo intento.
E in effetti "Il fiume rosso" risultò un western adulto, un western che dietro la facciata convenzionale dei film del genere sottintende una molteplicità di tematiche e di significati.

Innanzi tutto c'è la profonda analisi dei caratteri dei personaggi, non più visti soltanto come modelli di indiscussa virilità, ma con le loro paure e le loro incertezze e forse anche con le loro ambiguità sessuali (emblematica, nell'antefatto del film, l'uccisione della moglie di Dunson, quasi a simboleggiare la rimozione della componente femminile da un autosufficiente universo maschile); c'è poi la rivisitazione del mito della frontiera, che non è più il tema dominante del film ma rimane sullo sfondo, quasi a far da cornice ad altre tematiche ben più importanti quali il conflitto generazionale, la prevaricazione, l'insubordinazione, l'amicizia virile, la nebulosità sessuale; c'è poi infine il lirismo tipicamente hawksiano, epico ma non convenzionale, qui rappresentato dalla raffinatezza dei dialoghi, dalle suggestive sequenze notturne, dal rapporto edipico tra l'anziano cow boy e il giovane figlioccio, dalla facile ironia dei mandriani, dalle inconfondibili riprese a tutto campo, che fotografano immense distese e suggestivi paesaggi e che fanno da sfondo alla rude vita dei cowboy.

E poi c'è "lui", il fiume, the red river, il fiume rosso, presenza concreta e metafora di vita che scorre e si rinnova ma anche ostacolo da superare o confine da valicare.
Non è un caso che il fiume torni in quasi tutto il film con insistente ricorrenza a segnarne i momenti più significativi o a far da cornice ai molti simbolismi che lo percorrono.
È sul fiume o nelle sue immediate vicinanze che si sviluppano le parti più significative della storia: è nel fiume che Dunson uccide il pellerossa che gli ha massacrato la moglie; è vicino al fiume che incontra per la prima volta Matthew, il giovane orfano che ha avuto i genitori uccisi nello stesso massacro; è qui che avviene la prevaricazione di Dunson su Matthew, quando gli sottrae la vacca e la marchia con il suo simbolo; è al di là del fiume che, anni dopo, vuole condurre la sua mandria; è immediatamente vicino al fiume che avviene la scena della ribellione di Matthew; è con il simbolo del fiume (due linee parallele che simboleggiano le rive del fiume e la D di Dunson) che marchia il suo bestiame; è sulla sabbia del fiume che disegna il nuovo marchio (accostando alla D la M di Matt), quando accetta di riconoscere le capacità di Matthew ormai adulto.

Infine ci sono gli evidenti, malcelati, simbolismi sessuali, che non si limitano soltanto allo strano, burrascoso, rapporto (un misto tra la prevaricazione e l'ammirazione), che si instaura tra Dunson e Matthew fin dal loro primo incontro, quando l'uomo (che possiede un toro) sottrae al ragazzo la sua vacca e marchia con il suo simbolo i due animali, quasi a sottolineare una vera e propria appropriazione sessuale.

A rafforzare questo simbolismo c'è poi la scena della ribellione del ragazzo, che non esita a tirare fuori la pistola ma, con un vero e proprio atto di sopraffazione, Dunson lo disarma e, sottraendogli la pistola, lo costringe alla sottomisione.
E come non cogliere la chiara allusione omosessuale nella sequenza in cui Matt, dopo avergli preparato una sigaretta, nel gesto di accendergliela, mostra che al braccio porta il braccialetto che Dunson aveva donato alla moglie?
E quando Matthew, con l'aiuto di un nuovo arrivato, consuma la sua ribellione verso l'anziano cowboy, ferendolo ad una mano e assumendo il comando della carovana, non è forse il simbolo della ribellione di un'amante vessata?

È questo, e forse molto altro ancora, quel che Hawks voleva che fosse quello che sarebbe diventato uno dei più bei western della storia del cinema, che in Italia inspiegabilmente circola mutilato di circa trenta minuti.
Partendo dal suo racconto, Borden Chase e lo sceneggiatore Charles Schnee, firmano la sceneggiatura dal titolo "The River is Red", da un frammento di dialogo (poi tagliato in fase di montaggio), che allude al sangue indiano che colorava le acque del fiume.

Il film, iniziato tra non poche difficoltà (e finito tra altrettante), sottindende un antefatto e si apre con la mano di qualcuno non inquadrato che sfoglia il volume "Vecchi racconti del Texas".
Una didascalia ci introduce nell'antefatto, cominciato quattordici anni prima, quando l'allora giovane Tom Dunson decide di abbandonare la carovana che stava guidando, per recarsi in Texas alla conquista della "terra promesa". Lascia alla giovane moglie, in pegno del suo amore, un braccialetto, ricordo di famiglia.
Qualche tempo dopo, nelle acque del Fiume Rosso, uccide in battaglia un indiano che porta al polso il bracciale che aveva donato alla moglie prima di allontanarsi.
E' successo che, in sua assenza, una tribù indiana ha attaccato la carovana e ne ha trucidato tutti i membri, compresa sua moglie, che è morta nel peggiore dei modi.

Successivamente sopraggiunge un ragazzo, Matthew Garth, che reca con sè una vacca e che nel massacro ha perso i genitori.
Dunson si appropria dell'animale, prende con sè l'orfano e si avvia verso il Texas, dove, dopo uno scambio di colpi con un pattuglia messicana, conquista un grosso appezzamento di terreno che si estende fino al Rio Grande, storico confine con il Messico e limite di conquista dei coloni americani.

Dopo un salto di quindici anni ritroviamo Dunson, che nel frattempo è diventato un grosso allevatore e possiede un florido ranch, e Matthew Garth, che torna dalla guerra di secessione.
Il ragazzo è maturato, è diventato un uomo ma il suo rapporto di dipendanza dal padrino non è mutato.
La guerra ha fatto crollare il prezzo del bestiame e Tom decide di portare la sua mandria verso il nord, nel Missouri, dove è sicuro di venderla ad un prezzo più vantaggioso.
Il viaggio attraverso la pista Chisholm e il Fiume Rosso si rivela lungo e difficoltoso e Dunson, che è diventato ancora più dispotico, fa pesare sugli uomini della carovana tutta la sua autorità.
Matt però, accogliendo il consiglio di un nuovo arrivato, Jerry Valance, si convince che è meglio deviare verso Abilene, dove la strada ferrata potrebbe condurli più agevolmente verso il mercato, ma quando comunica la sua decisione a Tom, questi, in uno dei suoi scatti di dispotismo, minaccia di impiccare i due, che si ribellano e lo disarmano ferendolo ad una mano.
E' a questo punto che si consuma la ribellione di Matt, che disarma Dunson, lo ferisce ad una mano e prende il comando della carovana.
Giunto ad Abilene riesce a vendere ad un ottimo prezzo il bestiame, suscitando ancora di più l'ira del vecchio, che non si è rassegnato alla sconfitta e lo ha inseguito con l'intenzione di vendicarsi.
La resa dei conti tra i due, che Matt affronta con cosciente passività, nonostante le pallottole, che lo sfiorano e gli graffiano il viso, fa capire a Tom che non può uccidere il suo protetto.
Gettata via la pistola affronta il giovane con i pugni in un combattimento selvaggio.
Sarà una donna, Tess Millay, innamorata di Matt, a far capire ai due uomini che l'affetto che li lega è ancora molto forte, per poi uscire di scena furibonda.
A questo punto il ranch porterà anche il nome di Matthew.

Sorprendenti le interpretazioni dei due attori protagonisti, John Wayne e Montgomery Clift: il primo offre una delle sue più grandi prove interpretative, dimostrando, nonostante la critica si accanisse a bistrattarlo, che si tratava di interprete di talento; mentre il ventottenne Clift, al suo primo lungometraggio (molti considerano il suo primo film "Odissea tragica", ma solo perchè uscito prima nella sale) si dimostra già grandissimo.
Montgomery Clift accettò il suo primo copione cinematografico tre mesi dopo la fine delle recite a Broadway della commedia romantica "You Touched Me!", di Tennessee Williams, rifiutando la parte di Treplev ne "Il gabbiano" di Cecov, perchè stanco di recitare il ruolo dell'uomo sensibile, volendosi liberare dell'immagine che si era costruito.
Lo interessava molto, invece, l'idea di impersonare un cowboy al fianco di John Wayne, anche se non si sentiva del tutto pronto per Hollywood e nonostante, come dichiarò, non sapesse cavalcare nè sparare e neanche camminare con quegli strani stivali.

Hawks era rimasto molto colpito dalla bravura di Clift vedendolo recitare a Broadway, ma era titubante ad affidargli la parte.
Fu la moglie del regista, in un certo senso, ad indirizzare la scelta del marito, che affidò il giovane attore alle cure della sua controfigura (uno degli stuntman più famosi dell'epoca) il quale nel giro di tre settimane gli insegno a cavalcare, a sparare, ad usare il lazo e ad arrotolare una sigaretta come un vero cowboy.
Certo non fu impresa facile per il regista riuscire ad esaltare l'enorme diversità sia fisica che psicologica fra i personaggi del virile e duro Tom Dunson e il fragile e quasi femmineo Matthew Garth, ma il risultato finale dimostra che il grande regista aveva visto giusto.
La rissa finale è il momento più emozionante e più atteso del film e simboleggia lo scontro tra due due mondi, tra due generazioni, tra due modi di vedere e concepire le cose.
Hawks voleva caratterizzare il personaggio di Matthew anche attraverso piccoli dettagli quali il modo di muoversi, di camminare, di agire, lasciando libertà di improvvisazione all'attore.
Clift, che amava molto improvvisare, ottenne un risultato eccellente, riuscendo ottimamente a fronteggiare la esuberante fisicità di John Wayne.
Non c'è più stato, nella storia del cinema western, un cowboy più "elegante" del Matthew Grath di Montgomery Clift.

Il film riscosse critiche entusiaste ed ebbe un enorme successo al botteghino e, anche se molti non si dimostrarono d'accordo sul lieto fine aggiunto da Hawks alla sceneggiatura di Borden Chase, il New York Times lo definì "uno dei migliori film western mai fatti".

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Recensione a cura di Mimmot - aggiornata al 19/10/2007

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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