Recensione mi piace lavorare - mobbing regia di Francesca Comencini Italia 2003
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Recensione mi piace lavorare - mobbing (2003)

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locandina del film MI PIACE LAVORARE - MOBBING

Immagine tratta dal film MI PIACE LAVORARE - MOBBING

Immagine tratta dal film MI PIACE LAVORARE - MOBBING

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Immagine tratta dal film MI PIACE LAVORARE - MOBBING
 

Francesca Comencini continua la strada intrapresa con Carlo Giuliani ragazzo e cioè quella del film-documentario. Infatti nonostante la partecipazione di un'attrice professionista, la brava Nicoletta Braschi, il film è interpretato da attori dilettanti che vivono ogni giorno la realtà descritta dalla pellicola, quella delle aziende.
Ce ne accorgiamo dallo smaccato accento romanesco di molti interpreti, dal loro modo un po' rigido di stare davanti alla telecamera.
Il film inoltre vuole avere un tono documentaristico anche per i colori tenui e per le riprese volutamente semi amatoriali ma soprattutto per lo stile asciutto di narrazione.

L'odissea della protagonista viene narrata puntualmente in un crescendo alla Hitchcock e ci si sorprende alla fine del film a tirare un respiro di sollievo per la fine delle tribolazioni di Anna. La regista sceglie di proposito di porre la sua protagonista ai margini sin dall'inizio, Anna ha una figlia a carico e un padre ammalato, è una donna debole che parla con tono sommesso e sembra quasi non esistere, ed infatti durante la festa aziendale che celebra la fusione dell'azienda con una multinazionale la donna viene elusa dai dirigenti, elusa perché si comprende da subito che è una perdente con cui lo spettatore quindi non vuole identificarsi.
Per tutto il perdurare delle angherie subite Anna non sceglie di ribellarsi ma di subire passivamente mantenendo il filo di voce che abbiamo sentito nelle prime sequenze, preferendo tornata a casa buttare una giacca oggetto di canzonatura in ufficio piuttosto che usarla altrove.
Il suo annichilimento crea un senso di rabbia nello spettatore anche se nell'intento della regista l'atteggiamento di Anna è quello tipico della vittima del mobbing.

Bravissima, interpretazione realistica e da attrice consumata la piccola interprete di Morgana figlia della protagonista con cui la protagonista ha un rapporto molto forte e che costituisce lo spiraglio che impedisce il crollo definitivo di Anna.
La Braschi è brava come sempre e appare molto naturale nei panni dimessi di Anna adeguandosi al tono basso di tutto il film, riesce inoltre a non esporsi troppo nonostante appaia in quasi tutto il film.
Gli altri attori interpretano se' stessi quindi secondo gli schemi del cinema neorealista riescono in pieno nel loro ruolo e sono proprio loro con il loro accento del tutto privo di dizione, con l'effetto sonoro della presa diretta a dare l'illusione del docu-film allo spettatore. Degni di nota gli operai con cui Anna viene in contatto in uno dei suoi cambiamenti di inquadramento nell'azienda mentre abbastanza incolore risultano i dipendenti e il dirigente più giovane.
La location è una Roma che viene identificata nel porticato percorso dalla ragazzina Morgana ogni giorno, dal mercatino multietnico e dal negozietto di generi alimentari gestito da una famiglia di origine africana a sottolineare la presenza del "diverso", l'accettazione e la non accettazione.

La conclusione del film è positiva, fa tornare a casa contento e risollevato lo spettatore ma comunque non basta a far dimenticare le reali vessazioni a cui giornalmente vengono sottoposte le reali vittime del mobbing ed è bello vedere come la regista abbia dato a Morgana il ruolo di propulsore, nella speranza di un futuro migliore affidato alle nuove generazioni.

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Recensione a cura di peucezia - aggiornata al 10/05/2004

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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