Recensione l'ora del lupo regia di Ingmar Bergman Svezia 1968
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Recensione l'ora del lupo (1968)

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locandina del film L'ORA DEL LUPO

Immagine tratta dal film L'ORA DEL LUPO

Immagine tratta dal film L'ORA DEL LUPO

Immagine tratta dal film L'ORA DEL LUPO

Immagine tratta dal film L'ORA DEL LUPO

Immagine tratta dal film L'ORA DEL LUPO
 

La storia vede protagonista Johan (interpretato dal bravissimo Max Von Sydow), un pittore di fama mondiale, e sua moglie Alma, che vivono su un'isola apparentemente deserta e lontano dalle metropoli. Questo isolamento è reso necessario a causa di una confusione psicologica che ha colpito l'artista, stracolma di fantasmi e creature grottesche, al limite dell'autentica patologia. In bilico fra sogno e realtà i pensieri di Johan lo tradiscono, ingabbiando anche la sua compagna in una grotta senza uscita.

"L'ora del lupo" è una pellicola uscita nel 1966, ma elaborazione di un copione che Bergman anni prima non finì mai di scrivere completamente ("Gli Antropofagi") e che riprese in questa fatica tremendamente autobiografica. L'ambientazione del film infatti ha una stretta somiglianza con l'isola di Faro, dove il regista viveva e si rifugiava in se stesso.

Una miriade di interpretazioni fanno sì che questo lavoro del regista svedese sia colmo di temi delicati e altamente psicologici; tra i tanti sicuramente quello della solitudine.
La solitudine dell'essere è incorrotta, ricca, completa. Egli non ha altra esistenza che essere se stesso. È solo come lo è il fuoco, a cui il film in una scena fa riferimento, ma non è consapevole della purezza e dell'immensità di questa solitudine. L'essere soli non è conseguenza della negazione o del chiudersi in se ma è l'affrancamento da ogni motivo, perseguimento del desiderio di tutti i fini, è un sottoprodotto della mente, un'evasione dal dolore di non poter comunicare. La solitudine è isolamento, con la sua paura e il suo dolore, l'inevitabile azione dell'io e questo processo generano confusione, conflitto, dolore e di conseguenza l'essere soli è separazione.

Johan combatte un'ardua battaglia contro la dimensione creata dalla sua stessa mente e si batte per non aver più timore di queste visioni claustrofobiche.
La mente conscia è ovviamente alla ricerca di una via d'uscita dal suo problema, di una conclusione soddisfacente data dal passato (che la mente di Johan ha intrecciato con il presente) che si fondi sul passato, tutta un tessuto con il quale la mente affronta il suo problema. Senza questa realtà essa non può studiare, essere silenziosamente consapevole del problema stesso. Quando la mente non riesce a trovare una conclusione soddisfacente, abbandona le ricerche e diviene quieta; proprio qui l'inconscio fa scattare una risposta.

Anche l'inconscio deriva dal passato, ma si differenzia per il fatto di essere sommerso e in attesa e, solo quando chiamato in causa, lancia le sua conclusioni nascoste, rappresentate nella pellicola dalle strambe figure con cui Johan crede di scontrarsi. Se sono soddisfacenti la mente le accetta; se non lo sono si dibatte goffamente, sperando di trovare in virtù di qualche miracolo una risposta. Se questa non viene trovata stancamente essa cede al problema che a poco a poco la corrode, provocando l'inevitabile stato patologico che ha colpito il protagonista (e forse anche lo stesso Ingmar Bergman, che per anni ha sofferto di crisi depressive).
Ne è colpita perfino la moglie che, assieme a Johan, rimane sveglia nelle ore notturne facendosi anch'essa divorare dallo specchio del marito (anche lei comincia a vedere strani personaggi). Nel loro rapporto c'è inquietudine e un tremendo stato confusionale, scaturito dalle gesta instabili di Johan. Tutto questo poi è ulteriormente sottolineato in una rappresentazione di marionette del Flauto Magico di Mozart (a cui Bergman sembra essere legato) che la coppia vede, o crede di vedere.

Il tema della coppia è ricorrente ne "L'ora del Lupo", ma anche l'amore ha i suoi inganni. Il cuore è corrotto tanto da renderlo esitante e confuso. Tutto ciò rende la vita del pittore dolorosa e logorante: un istante crede di possedere l'amore, un istante dopo l'ha perduto. Ne deriva una forza imponderabile che è ancora una volta distrutta dalla mente, nella generazione di un conflitto da cui non può uscire un vincitore. La stessa ricerca non è altro che un impulso della mente d'essere signora incontrastata, di riporre il conflitto per stare in pace, per avere amore. Inquietante questo concetto reso perfettamente nel film (con l'immagine dell'amore perduto in passato con quello attuale).Un delirio allucinato kafkiano ma anche felliniano tanto caro al più attuale David Lynch, che con i suoi film rende omaggio a Bergman e non solo.

Non è affatto facile tratte conclusioni su questa pillicola piena zeppa di riferimenti simbolici (anche maligni, come il bambino sul fiume) che quindi rendono questo film di difficile lettura. Certo è che un'opera di tali dimensioni va presa con le pinze se non si vuole cadere nell'oblio che la pellicola stessa professa. Con i suoi discorsi e scene memorabili e una rappresentazione maniacale di impulsi suggestivi, "L'ora del lupo" è e rimarrà per sempre negli annali del cinema come un eccesso di paranoia e stati di allucinazione interpretati in maniera superba.

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Recensione a cura di Gatsu - aggiornata al 10/02/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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