m, il mostro di dusseldorf regia di Fritz Lang Germania 1931
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m, il mostro di dusseldorf (1931)

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locandina del film M, IL MOSTRO DI DUSSELDORF

Titolo Originale: M

RegiaFritz Lang

InterpretiPeter Lorre, Ellen Widmann, Otto Wernicke, Inge Landgut, Theodor Loos

Durata: h 1.57
NazionalitàGermania 1931
Generethriller
Al cinema nel Settembre 1931

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Trama del film M, il mostro di dusseldorf

Uno psicopatico che uccide bambini terrorizza una città tedesca. La polizia brancola nel buio ed allo stesso tempo investigando, crea problemi alla criminalità organizzata che decide, pur di togliersi la polizia dai piedi, di dare la caccia all'assassino.

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Voto Visitatori:   8,99 / 10 (188 voti)8,99Grafico
Voto Recensore:   10,00 / 10  10,00
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Voti e commenti su M, il mostro di dusseldorf, 188 opinioni inserite

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Dom Cobb  @  13/04/2018 17:06:21
   10 / 10
Una città tedesca viene terrorizzata da un serial killer che prende di mira le bambine e rimane introvabile. Mentre la paranoia e il panico si diffondono sempre più fra la popolazione atterrita, la polizia e la criminalità organizzata iniziano a dare la caccia al famigerato "mostro"...
Con il suo primo excursus nel cinema sonoro, Fritz Lang firma il suo capolavoro. Uscito in un'epoca dominata dalle tensioni e dalle irrequietezze concomitanti alla rapida ascesa del nazismo in Germania e ispirato in parte a un fatto di cronaca ancora molto recente, questo "M" si inserisce come caposaldo del thriller e antenato del cinema noir, che ben presto avrebbe trovato ad Hollywood terreno fertile per manifestarsi appieno. Ma non solo: il film riesce in maniera sublime a catturare le paure ed incertezze del periodo in cui è stato prodotto, e a trasporle sullo schermo in un modo che rimane ancora oggi spaventosamente attuale.
Il film è un po' lento a ingranare nella prima parte, ma è necessario in modo da creare il giusto clima di fragile quiete pronta ad essere sconvolta dall'arrivo del famigerato "uomo nero" oggetto degli innocenti giochi da cortile dei bambini. In questi frangenti, Lang mostra tutta la sua immensa padronanza del medium filmico e l'abilità di adattarsi alle innumerevoli possibilità offerte dal neonato sonoro con tocchi rimasti impressi nella memoria collettiva.


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Il tutto arricchito da forti contrasti luce/ombra, da inquadrature di sbieco e una gotica fotografia capace di dare a una città intera un senso di claustrofobia, come una gabbia di animali inferociti pronti a sbranarsi a vicenda pur di trovare il "cancro" che li sta infettando.
Poi, man mano che il campo della narrazione si allarga divenendo più corale, fra investigazioni della polizia e riunioni clandestine di criminali la paranoia cresce e il ritmo lentamente sale, finché dal momento della scoperta e "marchiatura" dell'assassino, il film si mette a correre e non si ferma più, concludendosi in un vertiginoso climax finale che fa venire la pelle d'oca, e nel quale si contano vari momenti da pura antologia del cinema.


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Ma quasi a voler sorpassare ancora quanto fatto fino a quel momento, è solo alla fine che il film scopre tutte le sue carte, rivelando con potenza e senza alcuna possibilità di sfuggirgli il tremendo dilemma che sta alla base di questa storia, il concetto che vuole esprimere.Ed è proprio questo il segreto che, per quanto mi riguarda fa di "M" il miglior film di Lang, specialmente paragonato a quello che viene considerato tale dalla maggioranza, "Metropolis": se quest'ultimo sfrutta tecniche all'avanguardia e uno stile visivo mozzafiato per veicolare un messaggio valido, ma in maniera molto sempliciotta, venata di buonismo e in parte soffocata dallo stesso impianto spettacolare che è il suo punto di forza, in "M" lo spettacolo viene sacrificato a favore di una maggiore cura nella narrazione, una grande attenzione e creatività nell'uso dei nuovi mezzi sonori oltre che di quelli visivi e nell'abbracciare in tutto e per tutto l'ambiguità del tema trattato.


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Certo, a conti fatti si tratta dell'eterno dilemma della giustizia, su quali persone siano effettivamente qualificate ad amministrarla ed entro quali limiti la si può o deve esercitare. E' vecchio come la società stessa, ma tanto più valida alla luce di vari esempi di ingiustizia che continuano ad emergere al giorno d'oggi. Non c'è una risposta facile alle domande che vengono poste, forse non c'è e basta, e a differenza di "Metropolis", questo film non pretende di averne. La stessa chiosa finale suona come una magra consolazione, insufficiente a migliorare le cose in modo significativo.
In tutto questo, giova incredibilmente la prestazione del cast, ciascuno più che azzeccato nella sua parte; ma su tutti svetta un superbo Peter Lorre, qui in una delle migliori interpretazioni della sua carriera, capace di imprimersi nella memoria e non svanire più: la sua abilità di prendere un individuo deviato e psicotico e arricchirlo di numerose sfumature di paura, incertezza, consapevolezza, ira e rassegnazione è indescrivibile a parole, e viene rafforzata ulteriormente dal doppiaggio italiano, davvero superlativo.
Sebbene non si possa parlare di un film incentrato su un personaggio preciso e sia, a conti fatti, un'opera totalmente asservita alla rappresentazione della propria tematica, non mi viene in mente un altro film che ci sia riuscito allo stesso modo. Questo sì che è Cinema.


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