Recensione das missen massaker regia di Michael Steiner Svizzera 2012
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Recensione das missen massaker (2012)

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locandina del film DAS MISSEN MASSAKER

Immagine tratta dal film DAS MISSEN MASSAKER

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Olivier Père, l'imperturbabile Direttore Artistico del Festival del film di Locarno, non riesce a trattenere un sogghigno mentre declama: "in America hanno Tarantino e Rodriguez... In Svizzera abbiamo Michael Steiner".
Autocommiserazione? Senso di inadeguatezza? La piazza (forse) non comprende ma restituisce risate e applausi mentre un gioviale ragazzotto sulla quarantina sale sul palco a passo deciso.

Il "Quentin" di Hergiswil, deliziosa cittadina incastonata sulle rive del lago di Lucerna, dev'essere ambasciatore di "quelli venuti grandi a pane e filmacci" e la gioia che trasuda mentre presenta il suo ultimo lavoro ne è prova evidente. "Das missen massaker" è un'accozzaglia di generi i cui obiettivi primari sono: divertire, intrattenere e omaggiare (rimandato a settembre su tutta la linea).
Partiamo da un presupposto: il genere "pastone" (1000 generi, 1 solo film), sdoganato negli ultimi anni da autori come Neil Marshall, Ely Roth, Rob Zombie e lo stesso Robert Rodriguez, è tanto modaiolo quanto complicato; occorre essere alchimisti e saper dosare con parsimonia gli elementi nella propria sacca per evitare di scadere nel patetico e, in questo, l'ultima fatica del buon Steiner fallisce abbastanza miseramente.

La storia narra la vicenda di 16 ragazze protagoniste di una trasmissione televisiva a metà strada tra un concorso di bellezza (la finale di Miss Svizzera) e un reality show stile "Isola dei Famosi". Tutto bene se non fosse che, tra le aspiranti reginette, si aggira un "molto poco originale" serial killer che uccide indossando i volti dei più celebri villain dello slasher americano.
I riferimenti filmici non si contano: si va dall'estremamente esplicito all'esplicito (la delicatezza non è una delle frecce all'arco del regista). Nella valigia dell'assassino spiccano le maschere di Jason Voorhees, Pinhead, Freddy Krueger, Jigsaw, Leatherface, Scream, Harry Warden e... Mr. Bean (che ridere!).

Vi sarete senz'altro accorti che mancano almeno un cattivo e mezzo al nostro elenco ma niente paura: Chucky e Michael Myers vengono oltraggiati in altro modo. Con soli 16 anni di ritardo rispetto a Wes Craven e con circa la metà delle idee, l'Elvetico Steiner propone una riflessione posticcia sugli stilemi dell'horror americano infarcita da umorismo pecoreccio e trovate sopra le righe (la citazione della citazione del remake "Il promontorio della paura" - The Simpsons 5° Stagione ep. 2 - è l'apoteosi di quanto descritto).
Improponibile chiusura finale con il tema che Riz Ortolani scrisse per il capolavoro di Deodato "Cannibal Holocaust" (da far accapponare la pelle), così come il perpetrato richiamo a "Che fine ha fatto baby Jane".

Cosa resta di un cinema che ha già avuto modo di raccontare e raccontarsi fino allo sfinimento? Il romanticismo nostalgico è stato divorato dalla ripetitività... Largo dunque all'eterno avvicendarsi di falsi malinconici; spazio alla mediocrità travestita da citazione.
Tarantino ha fatto alla cinematografia quello che il Duchamp fece all'arte: l'ha privata di ogni senso innovativo, ha legittimato chiunque a sentirsi un potenziale regista.
I volti dei nostri adorabili assassini, i già citati protagonisti di saghe ormai classiche come "Nightmare" o "Venerdì 13", sono divenuti innocue maschere in silicone di quelle che trovavi in edicola nei giorni che anticipavano il carnevale... Calchi mal fatti, articoli seriali identici l'un l'altro e che solo lontanamente ricordano il volto del personaggio che dovrebbero raffigurare: questa è la vera essenza dell'horror moderno.
Oddio Freddy... Cosa ti hanno fatto?

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Recensione a cura di Aenima - aggiornata al 08/11/2012 15.36.00

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