lunga vita alla signora! regia di Ermanno Olmi Italia 1987
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lunga vita alla signora! (1987)

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locandina del film LUNGA VITA ALLA SIGNORA!

Titolo Originale: LUNGA VITA ALLA SIGNORA!

RegiaErmanno Olmi

InterpretiMarco Esposito, Simona Brandalise, Stefania Busarello, Simona Dalla Rosa

Durata: h 1.45
NazionalitàItalia 1987
Generecommedia
Al cinema nel Maggio 1987

•  Altri film di Ermanno Olmi

Trama del film Lunga vita alla signora!

In un castello tra le montagne, una vecchia signora raduna una tavolata di potenti per una cena. Un gruppo di ragazzi č chiamato a servire. Tra loro Libenzio, di umilissime origini. Il rituale del banchetto č meticolosissimo e deve essere osservato con scrupolo perché la signora non ammette deroghe né innovazioni. Gli invitati arrivano, prendono posto e cominciano un sottile gioco di prevaricazioni e soprusi per guadagnare posti nella scala gerarchica e nella considerazione della gran dama che compare solo all'ultimo, velata e inaccessibile.

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Voto Visitatori:   6,44 / 10 (8 voti)6,44Grafico
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Voti e commenti su Lunga vita alla signora!, 8 opinioni inserite

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kafka62  @  06/04/2018 16:08:36
   6½ / 10
"Lunga vita alla signora!" è un film costruito su più piani paralleli: la consueta dimensione olmiana del "quotidiano" si accompagna a quella dell'apologo morale, il passato si alterna (per mezzo di numerosi flash back) al presente, l'oggettività della narrazione si confonde con il punto di vista soggettivo di Licenzio e il taglio quasi documentaristico di molte sequenze è in simbiosi con l'evidente carattere di "messa in scena" dell'insieme (dell'autore nei confronti della sua opera, ma anche dei personaggi nei confronti di quel vero e proprio rito teatrale che è il pranzo). Questo sta ad attestare che, nonostante l'apparente semplicità formale, "Lunga vita alla Signora!" è strutturalmente molto complesso. Il livello che predomina è comunque quello dell'apologo. Il film è una metafora fin troppo trasparente della società contemporanea: la villa in cui Licenzio e i suoi giovani compagni, appena usciti dalla scuola alberghiera, fanno il loro apprendistato lavorativo è infatti un microcosmo nel quale Olmi riassume tutti i meccanismi della vita sociale, dalla rigida gerarchizzazione dei ruoli all'esasperato formalismo, dalla perdita di valore dell'individuo (considerato come un mero ingranaggio del sistema) al soffocamento dei sentimenti. La Signora è poi un chiaro simbolo del Potere, che promuove o retrocede le persone con la stessa indifferente facilità con cui si può muovere una pedina sulla scacchiera o spostare un biglietto sulla tavola. Di lei non vediamo mai il viso, ma solo la funerea veletta, la silhoette incartapecorita e sfingea e i binocoli con i quali scruta ciò che avviene intorno a lei, come se a rimanere in vita fosse rimasto solamente il simulacro di ciò che rappresenta. Intorno alla Signora, e davanti agli occhi innocenti di Licenzio, si sviluppa una sottile trama di potere, fatta di adulazione, opportunismo, supina acquiescenza, servilismo e sotterfugi, trama a cui non sfugge nessuno (neppure il figlio "ribelle", il cui anticonformismo non rappresenta una reale alternativa di cambiamento, tanto è vero che egli viene tollerato – e reso inoffensivo – sia dalla padrona di casa sia dagli ospiti). Di fronte a questo desolante spettacolo, Licenzio sceglie nottetempo la fuga, incarnando in tal modo la morale di Olmi: è meglio fuggire fintantoché una porta rimane ancora aperta piuttosto che scendere a patti con il mondo ipocrita e immorale, è meglio cioè rimanere ragazzi, e recuperare una dimensione ludica dell'esistenza, che entrare nell'universo privo di innocenza degli adulti. Olmi non vuole chiudere le porte alla speranza, egli è anzi più ottimista del solito, come dimostra la bella scena conclusiva, in cui il temibile cane che insegue Licenzio si rivela a sorpresa mansueto e inoffensivo.
"Lunga vita alla Signora!" non manca di momenti ispirati: la breve visita del padre ha l'intensità delle migliori sequenze de "L'albero degli zoccoli"; i flashback dell'infanzia di Licenzio raggiungono punte di alta poesia (è stupenda l'immagine di Licenzio bambino che offre un giocattolo all'angelo dall'aria triste appeso alla parete della sua stanza); all'arrivo dei giovani alla villa viene descritto molto bene il loro disorientamento (rimane impresso soprattutto lo sguardo impaurito di una delle due ragazze nel momento in cui i sei giovani vengono divisi); la fuga notturna attraverso una porta sotterranea rivela a posteriori, con la perdita da parte di Licenzio del suo farfallino, che già qualcun altro prima di lui era scappato da quel posto. Vi sono al contrario alcuni aspetti del film che convincono meno o sono addirittura deludenti. Mentre l'assetto formale-narrativo, pur non eccelso, è sostanzialmente in linea con lo stile consueto di Olmi (soprattutto nei primi piani di Licenzio e nella sobrietà dei dialoghi, sovrastati, questi ultimi, dai meticolosi rituali dei preparativi e del banchetto), la dimensione allegorica del film provoca alcuni scompensi. Il simbolismo (il pesce gigantesco, la poltrona fatta venire da fuori, i bigliettini sulla tavola) risulta infatti troppo scoperto e sovrabbondante e non è sempre in grado di fondersi in maniera naturale con il resto della narrazione. Per compensare poi il sacrificio del coté realistico a vantaggio di quello metaforico, il regista adotta a tratti un registro grottesco: ma Olmi non è Fellini e i suoi eccentrici personaggi raramente riescono a raggiungere una consistenza che vada al di là della semplice macchietta. Inoltre il film cade spesso in un manicheismo di facile effetto, anche se insieme a sequenze di facile condanna della classe dominante (i bambini cinicamente abbandonati dalle madri a due clown-babysitter) vi sono anche momenti di inattesa e genuina solidarietà (il cameriere che presta il suo accendino a Licenzio, che ne era rimasto privo). La prima parte del film, in cui prevale un'atmosfera angosciosa e inquietante e su cui aleggia la misteriosa e temuta presenza della Signora, si fa preferire alla seconda, scandita dalla successione delle portate e dalla meticolosa (e francamente poco interessante) descrizione dei piccoli accadimenti della cena, creando da una parte un certo allentamento della tensione (dovuto anche al logico venir meno dell'ambigua fascinazione dell'attesa) e dall'altra un leggero scompenso narrativo, solo in parte bilanciato dagli indovinatissimi flashback dell'infanzia di Libenzio e dal suggestivo finale.

Gruppo REDAZIONE amterme63  @  28/09/2013 19:15:30
   7 / 10
"Lunga vita alla signora" è un film sullo stesso tema de "Il posto". Si racconta la storia di una giovane ragazzo che inizia il suo percorso di inserimento sociale e lavorativo. Anche stavolta l'intento di Olmi è quello di mettere in evidenza gli assurdi meccanismi spersonalizzanti e burocratici su cui si fonda la società attuale e che portano a negare se stessi, la propria individualità, per entrare in una specie di meccanismo-ingranaggio, il quale spodesta le single volontà per sostituirle con norme e leggi introiettate quasi a forza.
Rispetto a "Il posto", questo film ha qualcosa di più lugubre e inquietante. Non si spiega chi sia veramente la famosa "Signora" (una vecchia rincartapecorita che spaventa più per fama che per atti effettivi), su cosa si fondi il suo potere, qual'è la sua storia, perché tutti la temano e seguano le sue "direttive" in maniera incondizionata. Su tutta la storia aleggia un'atmosfera kafkiana. Tutto questo, insieme all'inquietudine causata da alcuni personaggi "strani", crea come una specie di tensione, di aspettativa di qualcosa di spiacevole. La stessa ambientazione un po' tetra (un castello isolato dalla civiltà), i rituali smaccatamente borghesi (da film di Bunuel), la rigidità e il formalismo con cui vengono imposti e rispettati, danno quasi l'impressione di trovarsi nella villa di "Salò".
Un'aspetto che salta all'occhio è il fatto che la "brutalità" dell'imposizione non viene esercitata direttamente da chi detiene il comando (i quali anzi appaiono eleganti e "miti"), ma da sottoposti che impersonano questa autorità in modo quasi maniacale.
A differenza de "Il posto", qui viene tolta l'atmosfera di normalità e di vita quotidiana e gli stessi personaggi sembrano quasi marionette, prive di personalità (protagonista compreso). Parlano pochissimo fra di loro, si comportano in maniera rigida e quasi innaturale. Sembrano davvero come i ragazzi di "Salò".
Tutto questo fa sì che quest'opera assuma un aspetto quasi astratto e simbolico. Sfuggono le ragioni dei comportamenti. Manca il dialogo, lo scambio umano (giusto qualche sorriso o qualche sguardo). Appunto, rispetto agli anni '60 de "Il posto", Olmi sembra dirci che abbiamo perso umanità, naturalezza; non comunichiamo, non socializziamo più.
Eppure il protagonista alla fine in maniera improvvisa ha uno scatto di ribellione, fugge. Allora tutto non è perduto, sembra comunicarci il finale.
A rendere il film ancora più particolare e fuori dalla norma, è la particolare tecnica di montaggio alternato fra realtà e fantasia (flashback, flashforward di desiderio), la quale rende a volte quasi indistinguibili i due mondi ed è in ogni caso l'unico sistema che ci permette di penetrare in qualche maniera nell'animo del protagonista.
"Lunga vita alla signora" sconta un po' l'astrattezza e lo sperimentalismo e quindi alla fine non lascia l'impressione di un film pienamente riuscito.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR elio91  @  31/10/2010 00:28:40
   8 / 10
Si rimarcano spesso i difetti di Olmi,la sua pesantezza e prolissità dietro la macchina da presa. Allora non mi spiego come molti abbiano dimenticato questa vera e propria perla,a suo modo leggera e divertente tenendo sempre in conto l'idea di guardare un film di Olmi e come tale lontano da una commedia cosiddetta normale.
Dialoghi ridotti all'osso e musica sempre presente,Lunga vita alla signora parte con una premessa falsamente banale e che invece con lo sguardo attento e sensibile di Olmi si trasforma in un cinema denso di significati profondi. è un film che racchiude in sé tantissimo,dall'ipocrisia degli invitati a tavola alla crescita (rappresentata attraverso il lavoro) del giovane e timido Libenzio. Vediamo le vicende attraverso i suoi occhi e i suoi ricordi,flashback delicati come tutto il film,d'altronde,mai crudele ma in realtà subdolamente feroce. La tavolata volgare e che di aristocratico non ha nulla diviene un teatro vero e proprio,sensazione confermata dalla Signora,la vecchia mummia agghindata come un personaggio di Fellini che da lontano con binocolo da teatro,appunto, e velo osserva i suoi ospiti mangiare forte del suo potere. La tavolata in cui Libenzion riconosce una contessina associata ad un ideale di purezza angelico,anche se di angelico questa contessina probabilmente non ha nulla. Questo Olmi non lo dice,lo suggerisce soltanto. Perché bisogna saper cogliere le varie sfumature di ogni momento essendo questo un film fatto di sguardi e di pochi dialoghi. Diciamo che può anche essere considerata una sorta di fiaba o metafora della vita in cui per crescere bisogna passare attraverso il lavoro e l'apparenza delle persone.
Molto bello anche il finale di fuga dal castello,manco fosse una prigione. In effetti,visto ciò che abbiamo visto,possiamo definirla tale: prigione di gerarchie e di una,per l'ennesima volta,ipocrisia equiparabile ad una recita teatrale. Con la sua atmosfera grottesca,Lunga vita alla signora riesce ad essere di una delicatezza e sensibilità poco comune.
Assolutamente da riscoprire.

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento emans  @  28/09/2008 17:27:24
   7 / 10
E' il terzo film di Olmi che vedo in una settimana e anche questo racconta di una storia semplice ma piena di sfaccetature interessanti!
Il commeno prima di me ha detto tutto...ma peccato che ci si intaressi solo a uno dei 6 ragazzi protagonisti...i flash che riguardano la propria infanzia potevano,forse,riguardare anche gli altri?non lo so,forse sarebbe uscito un film più completo...
strano il finale

Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  21/05/2007 20:31:41
   7½ / 10
Se l'Olmi degli anni ottanta è stato piuttosto controverso e non ha sempre dato il meglio di sè, questo splendido film può - a ragione - essere inserito tra i suoi migliori in assoluto.
Probabilmente i pochissimi dialoghi e i tempi dilatati sfavoriscono gli spettatori tradizionali, ma la capacità di filtrare gli sguardi, gli atteggiamenti, le emozioni in questo lucido manifesto (requisitoria sarebbe improprio) sui parametri sociali è sorprendente. I ricchi si comportano esattamente come in un rituale dove affossano la loro meschinità: piccoli gesti dove filtrano, tra le statue di cera, certi parametri (il presunto bonton) del resto prettamente traditi da un'ironica, beffarda e irrispettosa volgarità. Chissà che ne pensa Sveva Casati Modigliani...

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