Nel 1981, cinque anni dopo _L'uomo di marmo_ Andrzej Wajda porta sullo schermo, tramite il personaggio di Maciek, figlio dell'"eroe" del film precedente Mateusz Birkut, la Polonia di Solidarnosc.
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L'uomo di Ferro è la continuazione del capitolo precedente di Wajda, L'uomo di marmo, ma se nel capitlo precedente l'indagine era rivolta verso il passato della Polonia, in questo caso è orientato prevalentemente all'interno della sua attualità, figlia comunque del suo passato ma più attenta ai profondi cambiamenti sociali che operano all'interno della società polacca, soffocata da un regime oppressivo contrapposto alle istanze sociali del sindacato indipendente Solidarnosc. Le tonalità sono marcatamente più cupe, quasi a sottolineare l'enorme posta in gioco, tanto da far apparire lo stesso Walesa nella parte di se stesso e registrando l'attualità delle febbrili trattative fra sindacati e governo. L'utopia del sogno di un socialismo dal volto umano, già manifestato dal popolo cecoslovacco, si riflettono in quello polacco sfruttando la forte identità cattolica come base per raccogliere consensi. Con il senno di poi sembra che le aspirazioni siano andate molto oltre rispetto ai reali intenti dell'epoca. Massice dosi di capitalismo occidentale era l'obiettivo finale? Ne dubito, in fondo la storia è andata ben oltre la finzione stessa.