i bassifondi regia di Akira Kurosawa Giappone 1957
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i bassifondi (1957)

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locandina del film I BASSIFONDI

Titolo Originale: DONZOKO

RegiaAkira Kurosawa

InterpretiToshiro Mifune, Isuzu Yamada, Ganjiro Nakamura, Kyoko Kagawa

Durata: h 2.17
NazionalitàGiappone 1957
Generedrammatico
Tratto dal libro "I bassifondi" di Maskim Gor'kij
Al cinema nel Novembre 1957

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Trama del film I bassifondi

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Voto Visitatori:   8,21 / 10 (12 voti)8,21Grafico
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Voti e commenti su I bassifondi, 12 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

Gruppo REDAZIONE amterme63  @  12/04/2010 23:05:47
   8 / 10
Kurosawa è un autore che ha amato molto trasporre nel cinema (grandi) opere teatrali o letterarie. Con il "Trono di Sangue" aveva fatto rivivere sullo schermo, in maniera sublime e grandiosa, l'atmosfera lugubre e rarefatta del Macbeth di Shakespere. Per una volta aveva rinunciato ai suoi personaggi terra-terra, passionali, sensibili e umani e aveva posto l'accento sulla solennità e sull'essenzialità delle scene.
Quasi a voler compensare questa rappresentazione un po' "estrema" del mondo umano, Kurosawa nello stesso anno fa uscire "I Bassifondi", un film che tocca l'altro estremo e ci porta in situazioni decisamente terra-terra (ai punti più bassi della scala sociale). Di fronte ai nobili potenti e alla loro brama di potere del Trono di Sangue abbiamo qui degli straccioni meschini e poverissimi, dei rifiuti della società, il cui problema non è il potere ma la sopravvivenza.
In comune i due film hanno il forte impianto teatrale. I Bassifondi è tratto infatti da un'opera naturalista di Gorkij. Anche qui Kurosawa azzecca perfettamente la trasposizione in chiave nipponica, molto realista e convincente (usa il gergo e il folklore degli straccioni giapponesi), ma che lascia intatto lo spirito dell'opera di Gorkij, intrisa del tipico populismo russo ottocentesco.
Anche l'ambientazione è assai azzeccata: una topaia decisamente schifosa, infossata fra alte mura, priva di aria e di luce. In pratica per tutto il film non ci muoviamo di lì e questo contribuisce a creare la sensazione di claustrofobia, di disagio, di reclusione, di "condanna" e disperazione, che angustia pure i personaggi della storia.
Qui Kurosawa ci fa proprio toccare con mano a che livelli può arrivare l'abbrutimento umano dovuto alla povertà, sia materiale che spirituale. Mettendo in scena semplicemente le banalità, i discorsi normali, la quotidianità spicciola di quella gente, ci fa capire perfettamente il loro animo, la loro psicologia, il livello sub-umano a cui sono ridotti.
Visto che l'interesse è la rappresentazione umana, interiore di come si (soprav)vive in condizioni materiali/affettive estreme, Kurosawa rinuncia a qualsiasi movimento o azione scenica e assoggetta la mdp a una visione totalmente teatrale. Infatti i personaggi parlano uno per volta, entrano ed escono sincronizzati. Le riprese sono spesso fisse e viene usato il piano sequenza. Certo non in maniera estrema come fece Hitchcock in Nodo alla gola. Ogni tanto ci sono degli stacchi in primo piano ed essendo rari e centellinati sono tutti molto suggestivi.
Essendo un film corale, la parte del leone a livello recitativo la fanno attori che in genere venivano usati come comprimari in altri film. Toshiro Mifune è un po' defilato, comunque anche stavolta fa vivere intensamente un personaggio energico, passionale, impulsivo. Non poteva mancare la figura del maestro, dell'uomo ricco di esperienze, che conosce tutti i difetti e le brutture umane ma che non si arrende e cerca in tutti i modi di salvare più gente possibile dall'autodistruzione, e sempre in maniera quasi disperata, con poche speranze di successo (da quanto la situazione è grave e compromessa). L'attore (bravissimo) che impersona questo personaggio era uno dei contadini nei 7 Samurai. Il fatto che non sia un divo, dà al personaggio ancora più realismo e naturalezza. E' proprio questo affascinante personaggio che introduce nel film splendide riflessioni, dolci e amare allo stesso tempo. E' l'unico che riesce a pensare che ci siano fiori anche nel letame.
E' un film duro, ostico da digerire a causa del suo impianto teatrale. Può risultare a volte noioso se non si è abituati. Per il resto è una specie di pugno nello stomaco, non tanto per la povertà materiale, quanto per il disfacimento umano a cui si assite.
Kurosawa è grande per questo, non ha paura di farci vedere gli aspetti più brutti e disturbanti del nostro mondo, visti soprattutto dal punto di vista di chi li vive.
La cosa che fa più male è la consapevolezza che anche nell'Italia del XXI secolo si trovano ancora situazioni simili, con tanta povertà, tanto degrado umano, tanta disperazione.

2 risposte al commento
Ultima risposta 03/12/2010 14.05.11
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Invia una mail all'autore del commento wega  @  20/02/2008 10:04:49
   8 / 10
Forse il picco di Kurosawa nell'analisi esistenziale, analisi che passa attraverso le veci di non so quanti personaggi, tutti legati dalla figura solida e filosofica di un vecchio vagabondo.
Una grandissima trasposizione di una realtà contemporanea di qualsiasi epoca, anche la nostra, un'opera prolissa di dialoghi ma che sfiorano a volte la pure poesia.
Didascalico però nella raffigurazione metaforica del dormitorio come discarica comunale-discarica sociale.

Mifune sempre più tra i miei attori preferiti.

1 risposta al commento
Ultima risposta 15/08/2009 11.27.56
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