Gigi, una graziosa ragazza di provincia, vive con la nonna e una zia a Parigi. Costoro sperano che la piccola diventi una mondana di lusso. Hanno anche messo gli occhi sul possibile "protettore": il ricchissimo Gaston Lachaille. Gaston però, essendo veramente innamorato di Gigi, rifiuta sdegnosamente. La stessa ragazza, rivelando un forte carattere, si oppone ai disegni delle due parenti. In una deliziosa Parigi da cartolina, con una deliziosa Leslie Caron, le canzoni di Lerner e Loewe e un sornione Chevalier (Oscar alla carriera), un sontuoso musical ispirato ad un romanzo di Colette.
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Una delle opere più celebri e celebrate di Minnelli, avendo addirittura fatto incetta di oscar, è un musical a mio parere abbastanza sopravvalutato, che propone una storia relativamente semplice in una Parigi da cartolina, un po' lo schema già rodato in "An american in Paris", ma decisamente meno emozionante ed ispirato sotto il punto di vista musicale e coreografico, la storia, ambientata nella belle epoque, narra di Gigi, giovane donna proveniente da una famiglia molto benestante che vive con la madre - curiosa la scelta di non mostrarla mai ma far percepire la sua presenza tramite gli esercizi di canto fuori campo - e la nonna, con quest'ultima che decide di mandarla dalla zia per prendere delle lezioni e venire in indirizzata in quel mestiere che ha fatto la fortuna della famiglia ed è diventato una sorta di tradizione, la disonesta.
Da qui il film si sviluppa col suo stile edulcorato in scene bizzarre, spesso sopra le righe, alcune anche esilaranti, come la prima lezione della zia, il suo personaggio volutamente caricaturale, legato al lusso sfrenato ed alla bella vita della disonesta di stampo aristocratico, con precise indicazioni su gioielli, diamanti e uomini che tendono a regalarli, passando per le sequenze successive, nel cuore del film che approfondiscono il rapporto tra Gigi e Gaston, questo giovane benestante che bazzica sempre attorno alla famiglia e che tramite alcune rocambolesche sequenze porterà il film sui binari prevedibili che lo spettatore si immagina fin dall'inizio, quelli sentimentali ovviamente, con la narrazione che costruisce progressivamente il rapporto fra i due giovani tramite episodi di complicità ma anche scontrosità.
Quello che dovrebbe essere il punto forte del film, ovvero la componente visiva, in realtà ritengo non sia particolarmente memorabile, è un'immagine che crea un certo effetto wow nel breve termine, con i suoi colori saturissimi, utilizzando addirittura il Metrocolor, mostrando spesso e volentieri gli spot più pittoreschi di Parigi, partendo da Bois de Boulogne e girando per i vari monumenti celebri della città, ma il tutto è talmente edulcorato da creare distacco, sembrando quasi falso, una patina eccessiva che arriva a stuccare, ed il film calca costantemente la mano su questi aspetti, andando nei locali più in della città, quasi fosse uno spot turistico - non che ce ne fosse bisogno in realtà - discorso simile per gli interni, se la casa della zia risulta tutto sommato gradevole, quella della nonna è una pacchianata incredibile, con quelle pareti rosse e le varie suppellettili dorate, ma come fanno a dormire in una casa così? Starei coi tremori h24, vabbè.
Le canzoni sono simpatiche, non eccezionali ma qualche pezzo orecchiabile qua e la c'è, come la stessa "Gigi", canzone più celebre del film addirittura premiata con l'oscar, meno ispirate le coreografie.
Nella Parigi della Belle Epoque, una giovane ragazza cerca in ogni modo di opporsi all'educazione triviale offertale dalla nonna e dalla zia, secondo le quali l'amore è soltanto un mezzo di scalata sociale ed economica. La ragazza, soprannominata Gigi, finisce per innamorarsi di un giovanotto ricco e annoiato... Mi pare di aver già parlato in precedenza di quel secondo ramo del musical che si è venuto a creare al cinema nel corso del suo periodo d'oro: a differenza degli exploit di Gene Kelly, questo si contraddistingue per le sue radici nel teatro di Broadway, nella sua impostazione spettacolare e nella sua immensa opulenza. "Gigi" fa parte senz'altro di quest'ultimo filone, e neanche a dirlo anche questo si basa su un pezzo della popolare coppia di autori Alan Jay Lerner, qui anche nel ruolo di sceneggiatore, e Frederick Loewe, a sua volta tratto da un pezzo di letteratura francese. Se già "Il re ed io" rappresentava un pessimo punto di partenza, non è che qui le cose vadano tanto meglio, e lentamente mi sorge il sospetto se per caso non si tratti solo di un problema di gusti personali: come al solito è il lato tecnico a dominare su tutto il resto, fra scenografie e costumi come sempre magnifici ed eleganti, una fotografia sgargiante e colorata e uno stile visivo che, se non altro, rende il prodotto una gioia per gli occhi.
Particolarmente notevoli sono le scene ambientate nel club ristorante dell'alta società, con tutte quelle pareti tendenti al rosso acceso.
Una volta appurato questo, però, mi sorge spontanea una domanda: perché mai riversare tanto ovvio talento e impegno per adornare una storia priva di importanza o interesse alcuno, quello che alla fine non è altro che il solito, prevedibile tira e molla fra il maschio e la femmina della coppia, che già tutti sanno dove andrà a parare e per di più ci mette un'eternità per sviluppare uno qualsiasi dei suoi snodi narrativi? La vicenda, annegata in un mare di sentimentalismo e melodrammaticità, è materiale da fotoromanzo o da soap opera, così come i personaggi che lo popolano, e né gli uni, né gli altri vengono aiutati dalla regia di Vincente Minnelli, che ancora una volta si conferma uno dei mestieranti più privi di energia della Hollywood dei tempi d'oro.
L'intera parte finale, dove ovviamente la coppia si deve separare prima che tutti e due realizzino che stare insieme è proprio quel che vogliono, si protrae per circa una buona decina di minuti. E questo dopo che, tra l'altro, la separazione è avvenuta senza un vero motivo.
Le musiche continuano ad essere terribilmente anonime e qualsiasi talento da parte degli attori è quasi del tutto sprecato, ciascuno costretto in un ruolo che non gli da niente con cui lavorare. Quasi. Perché vi è un elemento nel film capace di iniettare un'indispensabile e salvifica dose di vivacità nello sviluppo narrativo e che puntualmente riesce ad alleggerire le atmosfere all'acqua di rose offrendo una sana dose di sardonica, divertita autoironia. Quell'elemento si chiama Maurice Chevailer, anfitrione e osservatore da dietro le quinte di tutta la vicenda: agghindato in quei costumi, con quel cartoonesco cilindro e la perenne aria sorniona, Chevalier è una sorta di simpatico nonno ancora in possesso di una certa vitalità giovanile, quasi una versione in carne ed ossa di George l'avvocato de "Gli Aristogatti": ogni sua apparizione è un autentico salvagente dalla dilagante noia. Così dirompente è la sua energia da riuscire in certe occasioni a contagiare anche altri membri del cast, come succede a Louis Jourdan nelle sue prime scene.
L'intero giro in carrozza iniziale dove il giovane esprime la sua noia rispondendo per le rime ai consigli dello zio Chevalier è probabilmente il pezzo migliore del film.
Grazie a Chevalier, il film riesce a raggiungere quanto meno dei livelli di tollerabilità che rendono la visione meno pedante, ma non basta purtroppo a fargli raggiungere la sufficienza. Con buona pace degli estimatori, "Gigi" è tutto fumo e niente arrosto, dove la tecnica curata e l'aspetto visivo sono solo uno specchio per le allodole per nascondere il vuoto e l'inutilità di una storia e di personaggi inesistenti.