Recensione la sicurezza degli oggetti regia di Rose Troche USA, Gran Bretagna 2001
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Recensione la sicurezza degli oggetti (2001)

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locandina del film LA SICUREZZA DEGLI OGGETTI

Immagine tratta dal film LA SICUREZZA DEGLI OGGETTI

Immagine tratta dal film LA SICUREZZA DEGLI OGGETTI

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Immagine tratta dal film LA SICUREZZA DEGLI OGGETTI

Immagine tratta dal film LA SICUREZZA DEGLI OGGETTI
 

In un note book avrei potuto annotare qualche massima "Marzulliana" del tipo "in fondo è meglio che il peggio sia già avvenuto" oppure "non ci sono regole nella vita": la Trochè penetra acutamente nel cuore e nel pensiero della middle-class americana.
E per certi versi è intrigante: un'opera che rende soggettiva la coercizione del pensiero, specie se ad esporlo è una cineasta che non esita a raffigurare la barriera architettonica, se così vogliamo chiamarla, la proprietà del sobborgo dove vivono i Golds, i Trains, i Christianson e i Jennings.

Praticamente la resa mentale dei personaggi - che, come la Barbie, "muoiono" dalla voglia di essere percepiti e ascoltati - aleggia nell'indecorosa sconfitta di uno spazio architettonico, ove si percepisce una sorta di complice solitudine condominiale: altro che una "comunità affettiva".
Tratto dal libro di A. H. Homes (guardacaso, un nome così... domestico), è un film che a tratti affatica proprio attraverso la sua urgenza espressiva/passiva. Pertanto il senso abnorme di questi individui, infelici e repressi, sembra collocarsi tra la deriva dell'identificazione/empatia mentale e il più classico "linguaggio non verbale".

Ne proviamo empatia soltanto quando l'effetto della rimozione - da spettatori, ne siamo testimoni, o arbitri prescelti - esprime quel vizio implosivo di un dolore interiore, atto ad essere drammaticamente lordato prima o poi. Certamente, tutto questo avviene non senza una stolta impazienza, una cinica avversità alla "visione".
Nel caso di Glenn Close, il suo personaggio - come già quello di "Le cose che so di lei" - emblemizza per più di 60' un melange di sguardi abbassati e fremiti, labbra serrate e lacrime trattenute; come se attendesse, da un momento all'altro, l'occulta persuasione atta a spogliarla, vincolando in questo modo il rigore di un classico stil-novo dell'emotività interattiva.

L'oggetto del titolo non assurge quasi mai a simbolo, ma è traiettoria di un marketing complice di scelte bizzarre o indecorose.
Sa di "Last Show" - l'amore discusso tra un ventenne destinato a ignara sopravvivenza e una tardona tradita dal marito - e di "Short Cuts" - quando le vicende dei personaggi enfatizzano la normalità attraverso le traiettorie di stili di vita e scelte incombenti o provvisorie.
La Trochè attraversa per questo un binario temporale ben preciso, dove un meccanismo praticamente perfetto ha innescato macchiavellicamente un virus di insoddisfazione, che sicuramente trova la via idonea per ridimensionarsi.

E proprio in questo modo nasce il perfetto melodramma americano, abbastanza colto per una proiezione d'essai, sufficientemente leggero per un pubblico che ama le mezze misure: dispensa freddamente sorrisi e miserie della vita.
Ma poi? Poi lascia ad ognuno di noi il bisogno di ammirarne la confezione, o il pregiudizio spesso ingiustificato verso questo tipo di cinema conciliante e fatalista malgrado tutto, come nell'epilogo.

E finalmente l'oggetto preso accuratamente in esame, si muove nella dimensione neoplastica ai confini di Legolandia, del sobborgo/inferno domestico atto - come potrebbe non essere altrimenti? - a placarsi.
In parte deluso per le potenzialità tradite, assisto a un indubbio esercizio di calligrafismo temporaneo, però, al posto della prevista commozione, emerge una certa amarezza per un'opera che si congeda tra le belle note di una canzone, conciliante e quasi ludico verso il dramma umano che purtroppo sopravvive.

Ravviva l'occhio della regista quando si congeda emblematicamente dal suo "popolino", come presenza invadente o angelica che libera lo sguardo di noi tutti dalla morbosa invadenza de "l'erba del vicino"; così fiera di aver liberato le famiglie dai loro variegati tormenti: turbamenti dell'eros, malattia incombente, catatonicità (il famoso "spleen" adottato da noi italiani: terminologia anglofona che ci piace citare perché fa così cool), adulterio, divorzio come meta senza scampo, la desistenza dell'eutanasia.

Tutto in questo film sembra raccontare l'impossibilità e il desiderio di occultare il sistema perverso del dolore e della disperazione: con un simile quadretto di nevrosi, come si può non condividere?
Come il principio per cui il nostro mondo ci protegge, e l'umanità sceglie caparbiamente di non farsi ferire dal destino.
Grazie al sorriso lieve di noi "sensibili" spettatori, soprattutto.
Grazie a tutti noi che andiamo al cinema.

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Recensione a cura di kowalsky - aggiornata al 29/07/2005

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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