Recensione il grande gatsby (2013) regia di Baz Luhrmann USA, Australia 2013
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Recensione il grande gatsby (2013)

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Migliore scenografie (Catherine Martin, Beverly Dunn)Migliori costumi (Catherine Martin, Beverley Dunn)
VINCITORE DI 2 PREMI OSCAR:
Migliore scenografie (Catherine Martin, Beverly Dunn), Migliori costumi (Catherine Martin, Beverley Dunn)
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locandina del film IL GRANDE GATSBY (2013)

Immagine tratta dal film IL GRANDE GATSBY (2013)

Immagine tratta dal film IL GRANDE GATSBY (2013)

Immagine tratta dal film IL GRANDE GATSBY (2013)

Immagine tratta dal film IL GRANDE GATSBY (2013)

Immagine tratta dal film IL GRANDE GATSBY (2013)
 

Il film più pubblicizzato dell'anno è una delusione. Il rammarico non è solo nei confronti di un romanzo epocale, che per la quarta volta si ritrova ad affrontare il grande schermo (l'ultima fu nel 1974, nell'omonima pellicola di Jack Clayton con Robert Redford e Mia Farrow) ma anche per un regista, in passato, di straordinaria comunicativa, ormai ridotto a un meccanico da botteghino.

Un sentimento di irritazione costante accompagna l'intera visione di quest'ultimo "Grande Gatsby", evento d'apertura di Cannes 2013 e attesissimo kolossal multimilionario dell'australiano Baz Luhrmann, già avvezzo alla rilettura di grandi classici letterari e pronto a raccogliere l'eredità di un testo cardine della cultura americana, con l'intenzione di farne una fiera delle atrocità in cui dare libero sfogo alla sua megalomania estetica.

La storia d'amore tragica tra il misterioso contrabbandiere Jay Gatsby (Leonardo DiCaprio) e la fatua ereditiera Daisy Fay (Carey Mulligan), sullo sfondo dei ruggenti anni '20 in una New York tutta corruzione, party e vita disperata, diventa, nelle mani del regista e dello sceneggiatore Craig Pearce, il pretesto per confezionare una macchina spettacolare oltre i limiti del tollerabile, con sperpero inaudito di stucchevolezze visive ed effetti speciali in computer graphic (complice un 3D fatale).

Se in un primo momento lo stile può lasciare senza fiato, ben presto le evoluzioni di carrelli e macchine volanti, aggiunte all'opulenza senza precedenti di costumi e arredi, rivelano solamente la faticosissima voglia di stupire con l'eccesso del tutto fine a sé stesso. Il troppo, si sa, stroppia, e qui la tracotanza straborda in un pachidermico polpettone sentimentale, perennemente perso nei meandri del kitsch più estetizzante e purtroppo indifferente della struggente complessità insita nelle pagine di Fitzgerald.

Quel miraggio di splendore, quella sogno di speranza in una luce verde capace di esorcizzare le paure per l'imminente crollo, l'ottimismo fiducioso di Gatsby riflesso nelle feste faraoniche e senza fine, come se non ci fosse un domani, divengono tutti elementi banalizzabili secondo le esigenze di un accumulo feroce che, paradossalmente, svuota di senso la metafora precognitiva del romanzo.

Fatto salvo l'affresco focoso di un'epoca ricostruita a suon di hip hop e jazz (colonna sonora martellante di Craig Armostrong e Jay-Z, che va da Gershwin a Beyònce che rifà Amy Winehouse, secondo l'etica del regista di unire le epoche storiche con il contemporaneo), l'ispirazione del progetto si esaurisce tristemente in dialoghi di rara affettazione e in situazioni pesantemente rimarcate, col risultato di appiattire ogni mistero e azzerare qualunque emozione.
Neppure il cast riesce a infondere verità ai personaggi, a cominciare dal solito Di Caprio, nuovamente a confronto con un ruolo troppo più grande di lui, che si sforza di nascondere l'evidente disagio con una buona dose di charme, senza però comprendere le ragioni di un uomo utopista e irrisolto. Va anche peggio a Tobey Maguire, poco più che un candeliere addormentato (e non lo aiuta una sceneggiatura che lo inchioda dalle prime scene nella stanza di uno psichiatra a rimembrare il doloroso passato) e soprattutto a Carey Mulligan, clamorosamente svenevole e lagnosa, lontanissima dall'incarnare un pur vagamente desiderabile oggetto di perdizione.

Ne resta è un film vuoto e spesso assai ridicolo, che getta un inquietante monito sul futuro del cinema (e di certo cinema finto-autoriale) come "fabbrica di sogni" nella peggior accezione possibile del termine, fatto e pensato per un incasso che, sicuro, arriverà copioso.

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Recensione a cura di atticus - aggiornata al 24/06/2013 16.07.00

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