ultimo tango a parigi regia di Bernardo Bertolucci Italia, Francia 1972
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ultimo tango a parigi (1972)

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locandina del film ULTIMO TANGO A PARIGI

Titolo Originale: ULTIMO TANGO A PARIGI

RegiaBernardo Bertolucci

InterpretiMarlon Brando, Maria Schneider, Maria Michi, Giovanna Galletti, Gitt Magrini, Catherine Allégret, Luce Marquand

Durata: h 2.10
NazionalitàItalia, Francia 1972
Generedrammatico
Al cinema nel Settembre 1972

•  Altri film di Bernardo Bertolucci

Trama del film Ultimo tango a parigi

Un americano di mezza età con una vita molto intensa e una ragazza della borghesia parigina, s'incontrano per caso in un appartamento da affittare e scoppia subito una passione sfrenata. I due decidono però di non farsi coinvolgere sentimentalmente e di rincontrarsi ancora nello stesso appartamento vuoto, senza neanche conoscere i reciproci nomi..

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Voto Visitatori:   7,85 / 10 (115 voti)7,85Grafico
Voto Recensore:   9,00 / 10  9,00
Miglior Attrice Straniera (Maria Schneider)
VINCITORE DI 1 PREMIO DAVID DI DONATELLO:
Miglior Attrice Straniera (Maria Schneider)
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Voti e commenti su Ultimo tango a parigi, 115 opinioni inserite

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Niko.g  @  10/06/2014 11:51:58
   6 / 10
E' il film più famoso di Bernardo Bertolucci, esaltato da una critica che ne fece in gran parte strumento di battaglia politica, al di là dei meriti tecnici che il film oggettivamente possiede.
Non mi sembra però che si vada oltre una fredda e morbosa cronaca passional-parigina verniciata di esistenzialismo. Un dramma carnale e monocorde a cui manca un vero e proprio processo di autocoscienza da parte dei protagonisti. Su questo piano trovo superiore "Luna di fiele" di Roman Polanski, dove il conflitto tra Eros e Thanatos è sottoposto alle varianti e alle simmetrie di una trama che alimenta coinvolgimento ed empatia, una parabola ben più pronunciata e interessante da seguire.
Si parla molto della bravura di Marlon Brando nel ruolo di Paul, eppure fa sorridere il fatto che Brando fu solo la quarta scelta del regista e che prima di lui rifiutarono la parte Trintignant, Delon e Belmondo. Quest'ultimo, in particolare, non volle nemmeno incontrare Bertolucci, ritenendo il film pornografico e degradante. Già.

"Ultimo tango" è un film intriso di ideologia, quella tipica di quegli anni di contestazione e che si può sintetizzare nelle parole di Herbert Marcuse sulla rivolta giovanile: "una ribellione allo stesso tempo morale, politica, sessuale". Bertolucci si lancia a tutta velocità in questa carreggiata inaugurata nel 1968, rivelatasi poi un vicolo cieco sul cui muro ha sbattuto la fronte un'intera generazione (più o meno alla maniera di un personaggio del recente film di Paolo Sorrentino).
Traspare in modo evidente l'odio e la negazione radicale che il regista nutriva per i valori tradizionali e gli istituti fondati sull'assenso religioso. Dalle bestemmie fatte pronunciare a Marlon Brando, agli insulti che lo stesso rivolge alla famiglia come istituzione, durante un atto di sodomizzazione del tutto gratuito ed evitabile. Inevitabile fu invece la censura, ferma e decisa, con sentenza della Corte di Cassazione passata in giudicato e perciò indelebile.

Anche se oggi prevale la tendenza, per nulla rassicurante, a non scandalizzarsi di nulla, alcuni passaggi della pellicola risultano deprecabili ancora adesso, a meno di non saper distinguere tra arte e depravazione. Non è quindi solo una questione di burro, ma anche di maiali, di vomito di maiali, di sodomìa e di uso pornografico delle mani (mi riferisco alle parti censurate).
Va poi tenuto presente che in questo caso non entra in gioco la sospensione dell'incredulità richiesta dal film d'azione, né l'aspetto fantastico dell'horror, né il realismo del film storico. Metterei da parte anche la fantomatica lettura dell'incomunicabilità, scomodata per giustificare il non giustificabile e per coprire la povertà filosofica del testo. No, qui la percezione è su ben altro piano e credo che questo abbia pesato molto nel giudizio di oscenità che la censura ebbe modo di rilevare.
Senza tali premesse, è difficile comprendere le conseguenze che ne scaturirono sul piano legale. Su questo aspetto, vale la pena soffermarsi e spendere qualche parola.
Esiste ed esisterà sempre una giustificazione dei registi, del tipo: "con questa scena voglio denunciare la tale situazione", "con quest'altra voglio sensibilizzare il pubblico su questo aspetto"… ma se non si fissano dei limiti, si finisce inevitabilmente per ledere altri diritti, altre libertà, arrivando ad inscenare lo stupro di un bambino in "A serbian film". O forse qualcuno pensa che tale Srdan Spasojevic non si sia giustificato tirando in ballo le violenze del Governo serbo?

IL BUON COSTUME E' UN BENE DI TUTTI.
Malgrado qualche sprovveduto sia convinto del contrario, il riferimento al "buon costume" è fatto ai sensi dell'articolo 21 della Costituzione italiana, non ai sensi dell'art. 21 del Catechismo della Chiesa cattolica.
La Corte di Cassazione lo ha definito "un bene collettivo, un patrimonio comune", mentre "il pudore è assunto dalla legge nella sua accezione di valore etico proprio della collettività e non come bene individuale (quale pure è)" (Annali italiani del diritto d'autore 1992, 20/1).

CHI E' DAVVERO IGNORANTE?
Si sente spesso dire che non si può imporre il senso del pudore agli altri e che la libertà di manifestare il proprio pensiero attraverso un'opera d'arte, non può essere soppressa, né limitata. Questo significa essere ignoranti, non capire nulla di diritto e di eguaglianza e non aver capito nulla di cosa sia la libertà. Perché una libertà che non preveda limitazioni e costrizioni etiche, non potrebbe essere una vera libertà, diventando sopruso o anarchia.
Nel caso del film in questione, la censura agì non permettendo che il diritto alla libera espressione dell'artista sopprimesse altri diritti che ne riducevano contemporaneamente la portata assolutistica; i diritti di coloro che, non potendo conoscere il contenuto della pellicola e negare il proprio consenso, come nel caso delle proiezioni a luci rosse, si sarebbero dichiarati lesi da atti che ne avessero offeso il senso del pudore o ne avessero turbato la psiche. Furono proprio alcuni privati cittadini di Porretta Terme (dove si svolse la prima proiezione italiana) a denunciare il film per oscenità, facendo trasferire il processo a Bologna. Stessa situazione a Roma, dove diverse persone abbandonarono la sala dei cinema.

PERCHE' CENSURARE.
Il collegamento ai princìpi della Costituzione va ricercato non tanto nelle norme sulla libertà personale o sulla protezione dei minori, ma nel più ampio concetto di "persona umana" o meglio di "dignità della persona umana" (così la Corte Costituzionale). Concetto che l'arte ha spesso trascurato.
Ovviamente cambiano i tempi e cambiano i costumi, ma per quanto nel corso della storia il costume sociale possa cambiare, "non vi è momento in cui il cittadino e tanto più il giudice, non siano in grado di valutare quali comportamenti debbano considerarsi osceni secondo il comune senso del pudore, nel tempo e nelle circostanze in cui essi si realizzano" (sent. 191/1970).
"Ultimo tango a Parigi" venne allora censurato a ragion veduta e, come giustamente osservò qualcuno, se la percezione della morale è poi mutata, ciò vuol dire che la sentenza del '74 fu giusta almeno rispetto a quella morale. Tra l'altro, se è vero che i costumi sociali cambiano nel tempo, è altrettanto vero che la dignità dell'essere umano non è soggetta a cambiamenti e se l'arte non può mai dirsi oscena, l'osceno non può mai dirsi arte (come la Cassazione ritenne).
Anche nei confronti dell'artista più ribelle, i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti invocano piena tutela. L'arte non può, ad esempio, sacrificare la dignità umana oltre ogni limite, così come non può decidere di porre fine alla vita di un animale. Eppure, il cinema è arrivato anche a questo con "Cannibal Holocaust".

Tornando a "Ultimo tango", è proprio nel considerare la mortificazione del corpo, la dignità dell'essere umano e la potenza devastante di un'ideologia che accecò un regista nel suo delirio artistico, che ci si può rendere conto di quanto la vicenda umana di Maria Schneider sia più significativa di mille commenti e sentenze della Corte di Cassazione.
Nonostante la grande celebrità che ottenne grazie al film, Maria Schneider (forse neanche ventenne all'epoca delle riprese) dichiarò più volte che la scena di sesso anale non era nella sceneggiatura e che se avesse saputo e potuto non l'avrebbe mai girata, perché la considerò una violenza e un'umiliazione. Raccontò di aver pianto lacrime vere, mentre qualcuno le diceva: "E' SOLO UN FILM".
Ebbe per questo scompensi psicologici e anni di dipendenza da stupefacenti. Portò per sempre rancore nei confronti del film e del regista.
Bertolucci: "È purtroppo quello che succede quando si è dentro un'avventura che non si comprende".

A ciascuno le proprie riflessioni.

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Ultima risposta 24/10/2014 01.34.37
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