antichrist regia di Lars Von Trier Danimarca, Germania, Francia, Italia, Svezia, Polonia 2009
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antichrist (2009)

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locandina del film ANTICHRIST

Titolo Originale: ANTICHRIST

RegiaLars Von Trier

InterpretiWillem Dafoe, Charlotte Gainsbourg, Storm Acheche Sahlstrøm

Durata: h 1.40
NazionalitàDanimarca, Germania, Francia, Italia, Svezia, Polonia 2009
Generedrammatico
Al cinema nel Maggio 2009

•  Altri film di Lars Von Trier

Trama del film Antichrist

Un uomo, una donna. Un marito e una moglie che fanno l'amore con grande trasporto. Nel frattempo il loro bambino esce dal box in cui dormiva, si arrampica sulla finestra per guardare affascinato la neve che cade e precipita morendo. La donna a distanza di un mese non riesce a riprendersi e il marito, che è anche uno psicoterapeuta, decide di curarla anche se i protocolli della professione non lo consentirebbero. Inizia così un percorso che condurrà entrambi in una casa nel bosco dove la tragedia è in agguato.

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Voto Visitatori:   6,55 / 10 (251 voti)6,55Grafico
Miglior attrice (Charlotte Gainsbourg)
VINCITORE DI 1 PREMIO AL FESTIVAL DI CANNES:
Miglior attrice (Charlotte Gainsbourg)
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Voti e commenti su Antichrist, 251 opinioni inserite

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Gruppo COLLABORATORI ULTRAVIOLENCE78  @  28/05/2009 00:55:19
   9½ / 10
Il prologo del film è arte audio-visiva allo stato puro: il “rallenti” in b/n dei corpi dei due coniugi che, sulle note della celestiale aria di Haendel (“Lascia ch’io pianga…”), s’intrecciano in un’intensa copulazione, che procede parallelamente al consumarsi della tragedia attraverso un susseguirsi d’immagini fortissime, probabilmente rappresenta l’esempio cinematografico più alto sul binomio tra Eros e Thanatos.
Terminato l’”incipit”, si passa al corpo centrale dell’opera imperniato sull’elaborazione del lutto da parte della coppia, nella quale il marito assume le vesti del suo ruolo professionale di psicoterapeuta. I due tornano nel luogo ove, poco tempo prima, avevano soggiornato la donna e il suo figlioletto: una casa immersa in un bosco spettrale, in cui ogni movimento assume una connotazione sinistra (in alcuni frangenti esaltati dalla distorsione ottenuti con la computer-grafica). Sin dalle prime sequenze di questa parte della pellicola si percepisce la valenza metaforica, allegorica e simbolica dell’atmosfera surreale in cui sono calati i due protagonisti (poi ognuno veda le citazioni dantesche e bibliche che vuole) e nella quale si assiste allo scontro tra la ragione, impersonata dalla figura maschile (Willem Dafoe), e la Natura fatta carne nel personaggio di Charlotte Gainsbourgh. La razionalità applicata in maniera indefessa e puntigliosa degrada nel puro sadismo e non può che rivelarsi integralmente esiziale nei confronti di chi vi è sottoposto analiticamente, tanto da scatenarne gli impulsi più reconditi, la natura più profonda e maligna che prende il sopravvento spazzando via uno ad uno, con un cinismo che non ha eguali, tutte le presunte conquiste della scienza, e ribaltando così tutti i punti di forza che si credevano inattaccabili: Lei li conosce perfettamente, li studia, li analizza e li annienta senza concedere tregua. E così, ad onta dei tentativi dello psicoterapeuta (e più in generale di 100 anni di psicoanalisi) di trovare un ordine e un equilibrio nel soggetto, ci si trova al cospetto dello straripamento di tutta la ferinità del femmineo, che inghiotte e getta nel caos qualsiasi cosa, così come rappresentato dal bosco che circonda la casa dei due coniugi, quale utero da cui origina l’inarrestabile ciclo di nascita e morte. Potentissima ed emblematicissima, in questo senso, l’immagine dell’uomo tempestato da una pioggia di ghiande: un profluvio di morte che lo travolge con un impeto tale da annichilirlo. E non c’è modo di fermare questo nefasto impeto, né la mortificazione dei genitali né l’assissinio della donna. La Natura si rigenera e a ogni occasione lo fa con una potenza cento volte più grande: se la terra nasconde i innumerevoli corpi femminili straziati e uccisi dalla barbarie umana, è pur vero che su quella stessa terra si vedrà transitare una fiumana di donne che procederà imperterrita, noncurante dell’uomo immoto e atterrito al centro del suo cammino. E anche qui un altro momento altissimo di cinema, che richiama nei colori della fotografia i film di Tarkovskij (come dimostra chiaramente la citazione finale) e nell’ambientazione “Madre e figlio” di Sokurov.
Dunque, in definitiva, non esiste un ordine divino: ovunque, fuori e dentro di noi “regna il caos” (in questo senso il titolo “Antichrist”). Ce l’aveva già dimostrato Werner Herzog col suo splendido “Grizzly man” e ce lo ribadisce oggi con altrettanta forza Lars Von Trier. Si potrà muovere a quest’ultimo l’accusa di aver abusato di immagini crude e violente (io stesso non le ho digerite: per me sono già sufficientemente forti e significative quelle degli animali neonati martoriati dai loro genitori, che richiamano gli impulsi sadici della madre-donna), ma di là da queste considerazioni non si può non riconoscere la grandezza di questo regista nel mettere in scena il conflitto tra Ragione e Natura (simbolicamente immortalati nei dettagli della nuca e del battito cardiaco) con una straordinaria veemenza (audio-)visiva: dalla superlativa fotografia di Anthony Dod Mantle all’impianto sonoro “lynchano”, dalle immagini altamente visionarie e metaforiche alla tecnica registica giocata in massima parte (salvo taluni momenti topici) sui movimenti repentini e “instabili” della mdp in spalla, ogni elemento è teso a generare una tensione emotiva e un’angoscia che permangono fermi per tutta la durata del film.
E poi si tratta di un’opera sincera, perché trasuda sofferenza da ogni suo poro: quella stessa sofferenza che ha attanagliato il regista per due anni e che è sfociata nello sfogo catartico dato dalla realizzazione di questa pellicola. Ma un film siffatto può risultare terapeutico anche per lo spettatore che, in un modo o nell’altro, si sente in sintonia con esso e si ritrova ad empatizzare con i sentimenti che ne sono alla radice: questo perché trattare tematiche estremamente nichilistiche non significa necessariamente uno sprofondamento nell’aprassia, in un pessimismo senza via d’uscita; ma può anche –e soprattutto- avere una valenza liberatoria. Per me è stato così. D’altronde, prendere coscienza del male che ci circonda e che è connaturato in ognuno di noi potrebbe costituire l’unico strumento valido per controllare –nei limiti- il male stesso. E se così fosse, bè allora sarebbe questo l’unico vero progresso.

4 risposte al commento
Ultima risposta 27/06/2009 13.59.01
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