Il film č dedicato alla vita del celebre pittore J.M.W. Turner, uno dei piů importanti esponenti della storia dell'arte britannica, vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo.
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La visione di Turner varrebbe solo per una fotografia straordinaria e non sono molte le pellicole a vantare questo elemento a livello assoluto. Vero anche che la visione di questo biopic molto atipico non è facile, in cui Leigh ricostruisce l'ultimo periodo di vita di un pittore, che al contrario di altri artisti, non ha mai avuto disagi economici, essendo stato fin da subito un talento cristallino riconosciuto. Un uomo dal temperamento scontroso e carnale, dai difficili rapporti familiari tranne per il padre, ma capace anche di slanci d'affetto imprevedibili. E' sempre presente una tendenza di questo artista ad isolarsi e ciò si riflette nelle sue opere dominate dall'imprevedibilità della natura, ritratta nel suo aspetto più selvaggio dominante rispetto alla piccolezza dell'uomo e con il passare del tempo riducono ancor più in maniera sensibile l'assenza di forme definite inghiottite dalla luce e dalla forza della natura. La sua limitata capacità di relazionarsi si riflette nell'assenza di ritratti o nature morte, nulla nella sua opera é cristallizzato e l'evoluzione della Rivoluzione Industriale accentua ancora di più la mancana di forme perchè oltre alla natura si aggiunge l'invasività dell'opera umana. Curioso verso la parte finale l'approccio con il dagherrotipo, un misto di repulsione verso quel nuovo aggeggio, bilanciato tuttavia dalla curiosità e dall'attrazione per quella capacità di fermare il tempo e le forme. Timothy Spall è meraviglioso, in un ruolo che sembra tagliato per lui e ulteriore conferma della bravura del comparto attori inglese dove anche attori considerati caratteristi (vedasi Eddie Marsan per Still life) possono sostenere sulle proprie spalle un film non certo facile.