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In un intruglio tossico fra "Il fascino (indecent'e) discreto della borghesia" (Buñuel '72) e "Gruppo di famiglia (disfunzionale) in un interno" (Visconti '74), bergmanismi (più Ibsen, Strindberg, Allen, Zemeckis, Haneke & bla bla bla) a gogo ancora nel 2025 e di nuovo "l'arte salverà il mondo". La problematicità relazionale guarita per sublimata, redentiva, riconciliatoria catarsi dall'Ivan Karamazov del metalivello cinematografico, teatrale, televisivo, netflixiano: una balla ch'ormai si raccontano solo sui red carpet, stavolta quelli di Cannes e dell'Academy. Bello il morphing coi volti dei protagonisti tutti tormentati da dicibilissimi traumi (suicidi riusciti o tentati), dopodiché la commozione giunge per contagio col pianto d'almeno uno di loro. Hgare.