Recensione miracolo a le havre regia di Aki Kaurismaki Germania, Francia, Finlandia 2011
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Recensione miracolo a le havre (2011)

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locandina del film MIRACOLO A LE HAVRE

Immagine tratta dal film MIRACOLO A LE HAVRE

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Immagine tratta dal film MIRACOLO A LE HAVRE
 

Miracolo Kaurismaki. A 4 anni da "Le luci della sera" il regista finlandese torna sul grande schermo, e lo fa da grande Maestro.
Marcel Marx, un ex scrittore bohemmienne che ora fa il lustrascarpe, vive in un quartiere popolare di Le Havre, nord della Francia, insieme alla moglie Arletty e la cagnetta Laika.
Un giorno casualmente incontra Idrissa, un ragazzino di colore giunto clandestinamente in Francia attraverso un container e scappato dai controlli della polizia. Marcel, nonostante le ingenti difficoltà economiche, si promette di far arrivare Idrissa in Inghilterra, dove vive la madre.Nel frattempo però deve affrontare anche l'improvvisa malattia della moglie.

"Miracolo a Le Havre" è una favola dickesiana, ma anche stile Frank Capra (e che cita, già dal titolo, "Miracolo a Milano", indimenticabile film sui barboni meneghini Palma d'oro a Cannes nel 1951): non solo nei contenuti, ma anche nella delineazione della storia, seppure il riferimento dostojevskiano non manca mai.
I poveri cristi, gli ultimi, i perdenti: è da loro che può ripartire la società. La "società delle formiche" prevista più volte da Ingmar Bergman, forse avrà già attecchito nel nostro Occidente, ma tra le classi più abbienti, non tra i poveri.
E' non è un caso che Kaurismaki ambienti la storia in Francia: "Libertè! égalité! fraternité!". Forse i primi due motti non sono espressi nel racconto, ma il terzo di sicuro.

Così troviamo Marcel Marx nei panni di un novello principe Myškin: dà senza volere nulla in cambio. E la vita, che sia per merito di Dio (citato nel Vangelo secondo Luca in un frammento del film) o della Natura, visto l'andamento laico del racconto, alla fine premia sempre chi fa del bene.
La storia è un misto di neorealismo e, come detto, favola frankcapriana: un neorealismo alla Nouvelle Vague che conferma l'affermazione dello stesso regista quando dice che "avrebbe dovuto nascere 50 anni prima".

Kaurismaki affronta il problema dell'immigrazione clandestina con due occhi diversi: uno assolutamente impassibile, l'altro intriso di bontà dickensiana e amore.
Un racconto irreale, scevro da ogni conflittualità che può essere presente nella vita di tutti i giorni anche tra i poveri, che ti fa star bene. Soprattutto in questo periodo che stiamo vivendo.
Un film che si ispira in parte anche al "Santo bevitore" di Olmi, ma pure alle "Onde del destino" di Von Trier (sebbene, in quest'ultimo caso, segua un percorso diametralmente opposto).

Menzione particolare va data all'attore Jean-Pierre Darroussin nella parte dell'Ispettore Monet: una figura deliziosa, commovente, che preferisce l'Amore verso il prossimo alla figura pragmatica di poliziotto. Indimenticabile la scena non sense dell'ananas, che fa il verso a Bunuel (uno dei registi preferiti da Kaurismaki, il quale così aggiunge al neorealismo anche una piccola dose di surrealismo)".
Coerente con la storia anche quella dell'Informatore, interpretata dall'ex Antoine Doinelle Jean Pierre Léaud. E' la metafora della società impicciona e vojeuristica che viviamo, quella società cinica, nichilista e crudele senza un apparente motivo.
Notevole anche l'apporto della fotografia del sempre eccellente Timo Salminen.

Un film unico, che avrebbe certamente meritato la Palma d'Oro a Cannes. Da vedere. I miracoli esistono, come i ciliegi in fiore.

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Recensione a cura di paul - aggiornata al 24/11/2011 15.45.00

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