Recensione arlington road - l'inganno regia di Mark Pellington USA, Gran Bretagna 1999
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Recensione arlington road - l'inganno (1999)

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locandina del film ARLINGTON ROAD - L'INGANNO

Immagine tratta dal film ARLINGTON ROAD - L'INGANNO

Immagine tratta dal film ARLINGTON ROAD - L'INGANNO

Immagine tratta dal film ARLINGTON ROAD - L'INGANNO

Immagine tratta dal film ARLINGTON ROAD - L'INGANNO

Immagine tratta dal film ARLINGTON ROAD - L'INGANNO
 

Michael Faraday (Jeff Bridges), docente di storia in un'università di Washington, abita con il figlioletto Grant di dieci anni nella periferia della città. Sua moglie, ex agente FBI, è stata uccisa in servizio per degli errori commessi da alcuni dirigenti della polizia di stato; l'uomo non si dà pace per quel che è successo e la sua vita da allora trascorre con un grave peso in fondo al cuore.
Il docente, dopo aver salvato la vita a un ragazzo colpito alla mano sinistra da una esplosione, riesce a fare amicizia con i suoi genitori Oliver Lang (Tim Robbins) e Cheryl Lang (Joan Cusack), che sono anche suoi vicini di casa.
I coniugi Lang però, nonostante la grande gentilezza e una generosità senza limiti, suscitano in Michael forti apprensioni perché sembrano nascondere della propria storia cose molto importanti. Michael, che studia ogni dettaglio quotidiano del comportamento dei vicini, appare incuriosito ma anche preoccupato dal loro strano modo di fare, fino al punto di decidere seriamente di indagare sul passato di Oliver che, dopo averlo sorpreso mentre era intento a cercare notizie su di lui al computer e in altri centri di ricerca, decide finalmente di dire alcune cose del suo passato.

Michael, sempre più incuriosito, non smette di indagare su Oliver, e nel frattempo tiene anche un corso universitario sul terrorismo, che prevede la rivisitazione dei luoghi dove anni prima avvenne un grave episodio di violenza da parte del FBI nei confronti di una famiglia americana detentrice di armi regolarmente acquistate e denunciate, un fatto questo che richiama alla mente un altro grave episodio storico di violenza da parte del FBI, avvenuto realmente a Waco nel Texas il 28 febbraio del 1993, in cui persero la vita per un incendio appiccato dal FBI, 80 persone e 17 bambini al di sotto dei dieci anni, tutti appartenenti alla setta religiosa apocalittica di David Koresh.
Intanto la fidanzata di Michael, Brooke, dopo aver scoperto qualcosa di importante riguardo a un progetto di Oliver che prevede di far saltare in aria la sede del FBI (cosa che ricorda il vero attentato avvenuto nella sede FBI di Oklahoma City il 19 aprile del 1995, un'esplosione che provocò la morte di 168 persone adulte e di oltre 20 bambini, progettato come ritorsione alla strage di Waco), viene uccisa in un falso incidente d'auto da Cheryl, che l'aveva sorpresa mentre dava informazioni importanti a Michael attraverso una cabina telefonica.
Michael inizia quindi un lungo e spettacolare inseguimento con Oliver per le vie di Washington per fermare la mano assassina dei terroristi, che vogliono distruggere il palazzo del FBI. Il tutto in una progressione di eventi che si concluderà con un finale da brividi.

Il finale di Pellington sembra una scelta narrativa quasi senza precedenti, molto rara nella storia del cinema, ma si può interpretare anche come un voluto mescolamento dei concetti del bene e del male in una realtà sociale complessa e contraddittoria come quella americana, a volte mal sorretta dalle istituzioni, dove è sempre più difficile separare con dei validi criteri etici ciò che è condannabile da quello che non lo è.
Pellington vuole infrangere la forza di alcuni luoghi comuni intorno al perbenismo mitico americano costruito dai media intorno alle istituzioni.
Il regista costruisce pazientemente un finale molto efficace, provocatorio, dal sapore anche di aspra critica moralistica, dimostrando che non sempre alcune istituzioni americane sono state dalla parte della democrazia e dei valori civili più ovvii, stabiliti con la forza etica della costituzione; l'attentato a Oklahoma City cui il film si ispira può essere infatti inteso come la logica conseguenza dei misfatti della polizia FBI compiuti a Waco nel Texas nel 1993, quando fecero morire circa cento persone ree solo di aver fatto delle scelte religiose diverse dalla normalità, più legate alle dottrine apocalittiche, lontane dai culti moderati e tradizionali praticati dalla maggioranza della popolazione.

Se un'istituzione gloriosa e a volte decisiva per il mantenimento della vita democratica americana come è stata la polizia FBI, si è macchiata di sanguinosi episodi repressivi, ben testimoniati dalla strage di Waco, allora la vendetta terroristica che ne può derivare, rappresentata in questo caso dall'attentato ad Oklahoma City, non si può più considerare in assoluto un gesto malvagio e sconsiderato, ma va situata con maggior precisione in un altro contesto analitico, eticamente più problematico, complesso, dove può apparire come l'inaugurazione, l'esordio di una vera e propria guerra che nasce nel sociale americano contro le sue istituzioni corrotte.
Fatti simili insanguineranno ripetutamente gli anni '90, mettendo in crisi dall'interno, il sociale della democrazia americana più precaria.

Il finale, di solito considerato dai critici come la parte più spettacolare di ogni film, in questo caso delude volutamente, lasciando agli spettatori una sorta di forte amaro in bocca, forse perché non scioglie le tensioni fortemente accumulate in precedenza attraverso i meccanismi del racconto, ma le mantiene intatte, come se impedendo al proprio spirito di placarsi in un finale "orgasmico" si arrivasse poi ad una proficua meditazione sul senso più profondo dei contenuti storici così angoscianti trasmessi dalla pellicola.

Il film ha anche un'ottima struttura narrativa, sia per gli intrecci che per le riprese, ricche quest'ultime di costruzioni fotografiche di alta comunicatività visiva, come quando nelle scene più drammatiche e dal significato narrativo ancora oscuro i personaggi vengono ripresi di profilo, in un gioco di ombre e luci che formano delle silhoulette inquietanti; o le scene degli inseguimenti su strada, veri e propri capolavori di tecnica di ripresa, dove la forte velocità aumenta l'apprensione per uno scontro tra automobili ma ben si fonde con i momenti di maggior tensione narrativa portati per l'occasione, durante l'inseguimento, già al massimo dei toni.
Da notare ancora, durante una scena di accesa discussione, all'aperto, tra Michael e Oliver, il passaggio veloce nel cielo azzurro di un oggetto non identificabile, un UFO dalla forma non ben definita, un po' a disco e un po'a sigaro.

Questo film non è piaciuto alla critica ed è stato bocciato anche al botteghino; probabilmente l'evocazione di fatti così dolorosi per la democrazia americana, che mettevano in evidenza una triste realtà come la presenza certa di un terrorismo non più solo arabo ma anche interno, oppositivo al governo, ha sconsigliato al pubblico più attaccato alle istituzioni di accorrere in massa.
Ma il film merita in realtà una più attenta considerazione, una analisi profonda, fatta da una prospettiva più consona alle vere intenzioni comunicative del regista, qualcosa capace di cogliere meglio tutte le complesse sfumature dei profili dei personaggi e la logica meno ovvia, più difficile da intendere, leggibile solo tra le righe, della storia raccontata, per giungere poi a un risultato di sintesi legato più al pensiero che allo spettacolo, più al piacere intellettivo e storico che a quello letterario.

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Recensione a cura di Giordano Biagio - aggiornata al 15/02/2010

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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