Recensione enrico v regia di Kenneth Branagh Gran Bretagna 1989
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Recensione enrico v (1989)

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locandina del film ENRICO V

Immagine tratta dal film ENRICO V

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Immagine tratta dal film ENRICO V
 

Considerando come storie singole i drammi in più parti scritti da Shakespeare quali: "Enrico V e I", "Enrico VI e II", "Enrico IV e I", "EnricoIV e II", quella di "Enrico V" risulta l'ultima delle dieci storie inglesi scritte dal famoso drammaturgo inglese.
Forse "Enrico V" voleva essere per l'autore solo quello che appare: l'analisi di un personaggio dai volti amletici, tipicamente shakespeariano. Un personaggio Re che si immerge in ogni casta e classe pur di raggiungere il suo scopo legato a intrighi politici; un uomo che gioca mascherato, con abiti sempre diversi.
Il profilo umano che ne scaturisce richiama la personalità di Riccardo III del quale Enrico V sembra assumere a volte sia il tono che i noti contrasti caratteriali.

Le fonti del testo di "EnricoV" vanno ricercate nelle Chronicles - le storie inglesi di Holinshed - che servirono a Shakespeare per diversi drammi storici inglesi. Shakespeare si servì anche di un suo dramma anonimo "The Famous Victories of King Henry V" pubblicato nel 1598, che già aveva utilizzato per "Enrico IV". *1
E' probabile che il grande drammaturgo si sia servito anche della diffusa leggenda orale sui trionfi di Enrico e la conquista della Francia. *2
Nel film diverse scene non sono storicamente attendibili, ad esempio la scena di Enrico tra i soldati alla vigilia della battaglia di Agincourt del 1415 e le sequenze del tradimento di Cambridge, Scroop e Grey, brutalmente umiliati e condannati a morte. Quest'ultima vicenda appare nel film troppo letteraria, probabilmente è priva di fondamenti storici.
Il testo è del 1623 (edizioni in-foglio).
Il film girato nel 1989 è un riuscito remake del famoso film di Laurence Olivier del 1945. Il film di Olivier, a colori, ebbe un grande successo ed è tuttora ritenuto da buona parte della critica uno splendido affresco storico a sfondo epico.
Branagh non sfigura nel confronto con il film del '45 di Olivier; rispetto al suo illustre predecessore mette in scena uno stile rintracciabile solo nel grande Welles. Sia il ritmo delle azioni che la forza della recitazione verbale richiamano all'immaginazione pagine superbe del cinema di Orson Welles.
Come Olivier anche Branagh assume il ruolo di attore e regista del film.

Tuttavia il film mostra alcuni difetti narrativi. Si notano problemi di discontinuità nella forma del linguaggio filmico. Grosse stasi nella sceneggiatura. Forse con più accortezza nell'ordinamento delle scene e un maggior studio dell'intreccio si sarebbe potuto migliorare sia lo scorrimento scenico del film che la qualità dello spettacolo.
Il coro, che nel testo di Shakespeare per il teatro rappresenta un punto essenziale nella costruzione estetica e musicale del racconto, viene inspiegabilmente sostituito nel film dalla figura del narratore. Probabilmente un coro fuori campo, accompagnato da immagini suggestive intercalate durante il canto dalla tecnica del rallentatore e del flash back, avrebbe dato all'opera di Branagh un effetto poetico e drammatico più armonioso e consistente.
Questione di budget (il film di Olivier è costato molto di più) o timori di perdere qualcosa della filmitudine narrativa. Il coro scandito agli inizi dei capitoli è ritenuto, dai teorici di cinema, di difficile gestione nella scrittura filmica. O semplicemente Branagh non si è accorto che tradurre le parole del libro di Shakespeare in immagini di forte valenza poetica comportava una conoscenza anche di alcuni meccanismi inconsci dello spettatore, in particolare di quelli che si legano alla identificazione e alla proiezione, e che meglio riescono a legarsi alle immagini del film se lo spettacolo riesce a mantenere aperto l'inconscio. Ciò fa venire in mente qualcosa che riguarda l'estetica dalla parte dello spettatore, quel che l'inconscio aperto dal film impone con le sue innumerevoli immagini psichiche; immagini che si combinano curiosamente con quelle del film. Sono questi effetti che hanno una portata artistica di rilievo, soprattutto perché mantengono più viva quella prerogativa del cinema intesa come creatività di blocchi immagine-tempo *3. Inoltre essi contribuiscono ad esaltare nel film quel suo essere nello stesso tempo immagine in movimento e temporale cosa che lo allontana dalla mera riproduzione di parole note.

Probabilmente occorreva, durante la stesura del piano del film, pensare di più ai problemi riguardanti le traduzioni visive delle parole di Shakespeare, anziché ritenere ovvio il mantenimento del loro significato trasponendolo direttamente nelle scene. E' per questo che nel film l'opera di Shakespeare stride tra le pieghe del linguaggio cinematografico. Branagh non è riuscito a trasmettere, nella forma visiva, gran parte del potenziale retorico delle parole e del ricco pathos dei personaggi del libro.
Numerosi sono nel film i contrasti narrativi stridenti. Contrasti dannosi perché provocano il rallentamento della narrazione. Infatti si notano sovente pause eccessive nello scorrere estetico e nel piacere dell'attesa.
Sono problemi che si formano tutte le volte che a sequenze visive in stile teatro si alternano sequenze sceniche più tipiche da film. Anche se queste ultime sono ricche, come in "Enrico V", di momenti di buon cinema d'azione. In "Enrico V" i contrasti narrativi sono molto evidenti, ad esempio quando le battaglie contro i francesi e le scene del rapporto intenso del Re con i suoi soldati, prima, durante e dopo la vittoriosa battaglia di Agincourt vengono inframmezzate da lunghi colloqui teatrali che seguirli per intenderli porta inoltre ad una perdita dell'eccitazione visiva del film. Eccitazione accumulata dalle attese suggerite e create dalle sequenze iniziali.

Tuttavia, nonostante le discontinuità sintattiche, il film in buona parte è piacevole e carico di pathos. L'interpretazione e la regia di Branagh, che è qui al suo primo film, preannuncia grazie alla forza narrativa e all'impegno stilistico sopra le righe, quella che sarà la sua grande affermazione artistica.
Branagh girerà inoltre film come "L'altro delitto" (1991), "Il canto del cigno" (1992), "Molto rumore per nulla" (1993), "Frankenstein di Mary Shelley" (1994), "Nel bel mezzo di un gelido inverno" (1995), "Hamlet" (1996), "Pene d'amore perdute" (2000); il suo primo film come attore fu "Alta stagione" (1987), l'ultimo "Harry Potter e la camera dei segreti" (2002).

"Enrico V" di Branagh rimane comunque ben assiso nei primati filmici della storia del cinema, sia per la verosimiglianza delle scene delle battaglie contro i francesi che per le musiche redentrici che sorgono come d'incanto alla fine della battaglia di Agincourt.
Mai la bellezza dei colori, la lucidità della fotografia, i particolari degli scontri, sono stati espressi con tanta superbia narrativa. Straordinarie le scene nel fango e nella pioggia, esse risultano linguisticamente coerenti con l'atmosfera di morte sospesa sopra Agincourt. Splendide le musiche religiose cantate mestamente dai vincitori durante la ricerca e la ricomposizione dei corpi dei propri compagni.
Notevole per forza narrativa anche il messaggio etico del Re "Enrico V" a fine battaglia; in una scena che insieme alle altre che la precedono rimarranno scolpite nella storia dell'arte cinematografica.
"Enrico V" è un film con diversi difetti legati a carenze di studio cinematografico, ma è un'opera che ha affrontato con grande coraggio un tema visivo e recitativo molto difficile e complicato, riuscendo non solo a non sfigurare ma anche a regalare sorprendentemente agli spettatori alcune pagine visive memorabili.

*1 Anna Luisa Zazo, Saggio introduttivo del libro "Shakespeare, Enrico V", Oscar Mondadori, Milano 1991
*2 Anna Luisa Zazo, Saggio introduttivo del libro "Shakespeare, Enrico V", Oscar Mondadori, Milano 1991
*3 Umberto Curi, Un filosofo al cinema, tascabili Bompiani, Milano 2006

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Recensione a cura di Giordano Biagio - aggiornata al 07/06/2006

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