Ulisse, il leggendario re greco di Itaca, intraprende un lungo e pericoloso viaggio verso casa dopo la guerra di Troia, raccontando i suoi incontri con esseri mitici come il ciclope Polifemo, le Sirene e la dea strega Circe.
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Si può ammirare il coraggio e restare a digiuno di mito. Odissea di Nolan è un'opera di magnitudo visiva impressionante e, allo stesso tempo, profondamente scissa: un kolossal teorico che vuole razionalizzare il mistero e finisce per perdere l'odore di sangue e sacrificio dei versi omerici.
Il problema non è solo estetico. Nolan, regista del rigore e della verosimiglianza quasi scientifica, sembra a disagio con il numinoso. L'Età del Bronzo appare museale, troppo pulita; il mito, spinto verso una lettura razionale e contemporanea, rischia di diventare ornamento o lezione invece che forza viva. La demitizzazione depotenzia l'aura magica: resta una ricostruzione impeccabile e un po' sterile. E quando tutto è "grandioso IMAX", resta davvero poco di stupefacente. Se tutto è meraviglia, niente lo è.
Le polemiche pre-uscita (casting di Lupita Nyong'o, Elliot Page, accenti americani, dialogo moderno, Travis Scott come bardo) non bastano a liquidare un'opera, e Nolan le ha liquidate come "irrilevanti", ma i sintomi restano in sala: modernità che strappa, scelte che spiazzano senza sempre arricchire, un Telemaco di Holland che non entra in sintonia con gli attori. Anche il resto del cast, pur pieno di nomi, non sempre regge il peso: certi personaggi secondari restano tipi più che figure.
La struttura a più piani, mare e Itaca che si intrecciano, racconti che si sovrappongono, è da Nolan, e a tratti funziona. Ma il ritmo è diseguale: ci sono pezzi di cinema puro e lunghi tratti in cui il film rallenta, spiega, vuole "dire" la propria morale con troppa chiarezza. In 172 minuti si ha l'impressione di un'opera che preferisce commentare il mito piuttosto che immergervisi e che confonde scala produttiva con profondità poetica.
Spettacolo da 250 milioni, sì, poesia omerica, molto meno.