ritual in transfigured time regia di Maya Deren USA 1946
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ritual in transfigured time (1946)

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locandina del film RITUAL IN TRANSFIGURED TIME

Titolo Originale: RITUAL IN TRANSFIGURED TIME

RegiaMaya Deren

InterpretiRita Christiani, Maya Deren, Anaïs Nin

Durata: h 0.15
NazionalitàUSA 1946
Generecorto
Al cinema nel Gennaio 1946

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Trama del film Ritual in transfigured time

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Voto Visitatori:   7,83 / 10 (6 voti)7,83Grafico
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Voti e commenti su Ritual in transfigured time, 6 opinioni inserite

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DarkRareMirko  @  03/11/2008 06:58:40
   10 / 10
Terzo ed ultimo film appartenente ai grandiosi capolavori realizzati dalla Deren; qui son inoltre presenti come attori nientepopodimeno che Gore Vidal ed Anais Nin, mica bruscalini quindi.

Questo corto è inoltre il saggio sul tempo al cinema più riuscito di sempre.

Se sesso e morte sono sempre il fondamento, oltre che l'inquietante preveggenza di questa grandissima regista, ogni volta si apre una riflessione diversa e nuova e non meno fondamentale della precedente, che anzi include i punti raggiunti per aggiungere un tesoro di nuove idee.

In quest'ultimo Ritual in trasfigured time dunque torna anche il tema della critica sociale, ma se Meshes of the afternonn era un film psicologico, e At land sociologico, Ritual in trasfigured time ne è un doppio sunto linguistico semiologico che riflette sul cinema che è la macchina del "tempo" per eccellenza.

Per comprendere bene quest'opera bisogna inoltre considerare contemporaneamente sia il senso intrinseco sia la tecnica utilizzata, ancora una volta estremamente inediti e geniali:
con un passaggio che riecheggia il corto precedente (che dovrebbe essere considerato un trittico inscindibile, visto che il valore è complessivo), veniamo introdotti a un incontro fra tre donne che si scambiano gesti e sguardi fortemente emotivi - come con le scacchiste di prima ma con un fondo di malinconia che introduce a un seguito angoscioso rispetto al finale liberatorio di At land - e che si reggono il gioco: in un passaggio mozzafiato il gioco del gomitolo si compie e le identità si fondono, o meglio sfuggono fino a scomparire, fuggono allo sguardo maschilista della troppo curiosa e sempre fallica (riferimento al "Peeping tom" di Powell) telecamera, che non riesce ad afferrarle.

Maya Deren non c'è più, o meglio è divenuta la bella mulatta sua amica santificata da un'unione pura, sotto lo sguardo ambiguo e androgino di Anais Nin, e si trova proiettata nel "mondo", nel falso ambiente mondano, talmente falso che è costruito con un miracoloso loop, nel quale esplodono le avvisaglie allarmanti della scena precedente (nella quale le figure erano sul punto di paralizzarsi), così si arriva al fermimmagine e al montaggio illusorio, con un utilizzo sempre raffinatissimo e quasi impercettibile dell'effetto: le scene del ballo che si susseguono tra un fermo e l'altro sono sempre la stessa, è un tempo trasfigurato, è una scena unica della quale vediamo prima la fine, poi l'inizio, poi un pezzo a metà che fa da inquietante raccordo e anche se non ce ne accorgiamo lucidamente il cervello percepisce che l'inizio e la fine coincidono con le due scene precedenti, e via così... l'incesto tra tempo umano e tempo cinematografico non produce così che un orrendo parco di statue, che si rivela dal cuore del ballo, passando da un primo piano (sulla donna accostata a un volto pietrificato) a un campo lungo, in un parco di fotografie/fermimmagine semoventi, dato che questo è la pellicola: un susseguirsi di fotografie che ci illudono di essere esseri viventi. e che ci rivoltano contro la loro illusione, culminando in quello spaventoso inseguimento dove l'inseguitore proprio nella sua immobilità a mezzaria risulta persecutorio e impossibile da eludere, come fosse doppiamente veloce, in quanto fuori dal tempo, in quanto inumano.

Questo è difatti il prezzo dell'illusione fallita, ma è sempre possibile dissolversi e liberarsene in un'illusione più "alta".

Ill cerchio infine si chiude con un ritorno all'acqua (tra l'altro già presente anche negli altri due lavori): la Deren, nel frattempo tornata in scena in una sorta di resa dei conti, dove la rigidità statuaria si confronta con la danza libera di lei e delle sue amiche (un altro terzetto, il tre è il numero della vera liberazione sessuale, è l'indefinito) - dato che il parco è anche uno spazio aperto, di confine, dove è possibile affrontare il mostruoso alla luce del sole ma dunque anche sfuggirgli verso l'orizzonte - si immerge poi nel mare in una purificazione ultima, e cadendo verso il fondo diventa una figura pia e luminosa (altro riferiemnto a Lynch, ai suoi sogni e alla sua cinematografia) che torna ad essere l'amica mulatta di prima, ancora in tenuta virginale, ma stavolta puro spirito libero dal mondo (ma anche puro "negativo" fotografico!).

La morte era quindi dietro l'angolo anche per la vera Deren.

Inoltre questo terzo capitolo del grande trittico include anche l'altra passione della Deren, quella per la danza; esaminando la plasticità dei corpi con grande attenzione e introducendo ad alcuni altri corti più brevi che girerà, di altro genere, ma sempre magici, che hanno come soggetto la videodanza, sempre in ottica pionieristica e molto creativa, con grandi soluzioni registiche. lei stessa era una danzatrice.

Non esiste nel modo più assoluto nella storia del cinema un simile concentrato di emozioni, sentimenti, genio formale e concettuale ravvisabile in questi tre capolavori assoluti di una prima donna assoluta.

Riguardateli, diffondeteli, allo stesso tempo, nessuno ha mai esaltato così a fondo la libertà illuminata e tragica del mezzo cinematografico.

Ringrazio ancora una volta Filippo "System Shocko" per i consigli, le dritte e i suggerimenti vari per questi 3 difficilissimi commenti su 3 assoluti capolavori, rinnovando l'invito a vederveli.

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