Recensione la passione di cristo regia di Mel Gibson USA, Italia 2003
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Recensione la passione di cristo (2003)

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Leggi anche la recensione di fromlucca

La vita e soprattutto la Passione di Gesù Cristo hanno ispirato registi e sceneggiatori cinematografici sin dagli albori (vedi Intolerance) e puntualmente la versione è stata accompagnata da polemiche. Tra le versioni più bersagliate, ad esempio, si ricorda "Il Re dei Re" (Nicholas Ray, 1961, ispirato all'omonimo film del 1927 di Cecil B. De Mille, padre del kolossal religioso con I dieci comandamenti, Ben Hur, etc.), accusato di essere ai limiti dell'eresia per l'interpretazione in chiave politica del messaggio di Cristo. Tre anni dopo, per Pier Paolo Pasolini (scrittore e regista ateo e omosessuale dichiarato) le critiche giunsero ben prima dell'inizio delle riprese de Il vangelo secondo Matteo, pellicola a posteriori ricordata per la visione poetica degli eventi e per la partecipazione di attori non professionisti (abitudine ad egli cara).
La versione che ha ricevuto l'imprimatur della Chiesa è quella televisiva di Zeffirelli (Gesù di Nazareth, 1977). Uscito in un periodo storicamente "caldo", il film rivisita la chiave politica già data da Ray aggiungendovi una sua spiritualità. Da ricordare l'interpretazione del protagonista Robert Powell, la cui figura scarna conferiva un'aura di straordinaria santità (Powell, come purtroppo accade a molti attori che si sono misurati nel ruolo, è poi quasi sparito dalle scene).
Zeffirelli riesce a colpire lo spettatore, ma non una goccia di sangue ne turba la visione, conferendo solo la consapevolezza del dolore e del sacrificio.

Già dall'annuncio della sua intenzione di realizzare un film di argomento religioso, Gibson ha furbescamente creato interesse e scalpore, e, ancor più, curiosità verso l'originale scelta di usare le lingue parlate all'epoca dei fatti (aramaico, greco, latino).
I dialoghi sono piuttosto scarni. Alcune distrazioni sono rilevabili nell'uso del latino: ad esempio un soldato romano, riferendosi alla Madonna, dice chiaramente "mater Galileus" e non "mater Galilei".
Appare inoltre strano che Pilato e Gesù Cristo si parlino in latino e non in aramaico o in greco.

Il film si rifà alle ultime dodici ore di vita di Cristo (praticamente le stazioni della Via Crucis), anche se, con la tecnica del "flashback", sono proposti alcuni episodi della vita del Messia.
L'atmosfera in cui ci si immerge è cupa sin dall'inizio. La prima apparizione di Satana (interpretato da una sorprendente Rosalinda Celentano) già incute nello spettatore un certo timore, e ricorda la tentazione al Getsemani del Jesus di Young (ove però il diavolo era raffigurato in doppiopetto e con un ghigno alla J.R. Ewing).
Le scene successive sono generalmente fedeli alla lettura dei Vangeli. Colpiscono particolarmente sia l'accanimento verso Gesù da parte delle guardie inviate dal Sacerdote Caifa, che, soprattutto, le scene riguardanti Giuda. Rispetto alla narrazione sobria dei Vangeli, il tradimento e il suicidio di Giuda sono più rimarcati, ricorrendo a visioni di grande impatto scenico, confezionate per uno spettatore avvezzo a film come Il patto coi lupi.

Anche il rapporto madre-figlio è messo ben in rilievo rispetto ai Vangeli: assistiamo qui alla piena consapevolezza da parte di Maria del sacrificio di suo figlio. Il suo sguardo lo accompagna per tutto il Calvario fino a dire "Carne della mia carne, fa' che io muoia con te". Il grande affetto e la complicità tra i due sono evidenziati anche nei flashback.
La flagellazione è sicuramente la parte del film di maggiore choc emotivo. Durante le lente, inesorabili frustate, rese più accanite dalla sovrumana resistenza del Condannato, orrore e pietà assalgono brutalmente lo spettatore. La gratuita, inspiegabile cattiveria dei torturatori è amplificata a dismisura dal regista, e viene a superare di varie lunghezze quella delle guardie di Caifa vista all'inizio del film. A questo punto non si può veramente comprendere l'autentico intento di Gibson, da sempre fautore della più vivida rappresentazione del dolore fisico (vedi Braveheart).
Avvicinare forse lo spettatore di oggi abituato da cinema e televisione a scene assai crude al Dolore o cercare la veridicità a tutti i costi anche varcando la soglia dell'horror film?

E se in Zeffirelli la via Crucis veniva affrontata velocemente pur sottolineando la sofferenza qui ogni passo, ogni caduta vengono amplificate, la camera fa "vedere" allo spettatore l'infinito strazio a cui viene sottoposto il condannato mentre invece solo due veloci sequenze sono destinate alla Resurrezione perché dalle sue dichiarazioni Gibson vuole mostrare il sacrificio della Passione e Morte di Cristo.

Per quanto riguarda le singole interpretazioni, il protagonista Jim Caviezel pur essendo assia prestante entra bene nella parte e riesce a dare al suo sguardo le giuste caratterizzazioni, bene anche i nostri Bellucci, Gerini e Rubini.
In compenso è un film che va visto e che anche se forse concepito esclusivamente per motivi commerciali può dare validi spunti per riflettere.

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Recensione a cura di peucezia - aggiornata al 13/04/2004

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