the assassination regia di Niels Mueller USA, Messico 2004
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the assassination (2004)

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locandina del film THE ASSASSINATION

Titolo Originale: THE ASSASSINATION OF RICHARD NIXON

RegiaNiels Mueller

InterpretiSean Penn, Naomi Watts, Don Cheadle, Jack Thompson, Brad Henke

Durata: h 1.43
NazionalitàUSA, Messico 2004
Generedrammatico
Al cinema nel Febbraio 2005

•  Altri film di Niels Mueller

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Trama del film The assassination

La storia vera di Sam Bicke, un commerciante di mobili che nel 1974 pianificò l'assassinio del Presidente Richard Nixon.

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Voti e commenti su The assassination, 51 opinioni inserite

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Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  06/03/2005 01:20:51
   7 / 10
Siccome io "vivo i film senza vederli" devo ammettere che l'unico sollecito a vedere questo film era la presenza di Sean Penn. Detto questo, temevo questo film come la peste: proprio mi indisponeva l'idea di trovarmi davanti i vari "tutti gli uomini del presidente" o "salvate la tigre", film solidi cui pero' il mio stato d'animo opponeva un netto rifiuto. Beh in parte mi sbagliavo. Superato il timore di ritrovarsi alle soglie dei misteri delle tre carte, un vago ricordo del "giorno dello sciacallo" mi riporta in binari più consoni.
Mi sembra interessante quanto il cinema recentemente faccia del verbo e della parola una metaforica riconoscibilità (dai tempi di Welles ai giorni nostri, "il prezzo del futuro" vs. Hughes-Di Caprio in "The aviator") e il Sam Bickle di Penn, uno tra i 211 milioni di granelli di sabbia degli Stati Uniti d'America, lo conferma continuando a percepire la dimensione sociale con quel senso di vuoto in cui integrarsi o denunciare un netto rifiuto, ripetendo continuamente "io io avrei un'obiezione da fare". Il condizionale è d'obbligo: nel momento in cui sopraggiunge l'obiezione, la mente di quest'uomo vacilla e quasi "pretende" di proteggere il sistema. Sam Bickle è un medio(cre) che sta esattamente a metà tra le due mete prefisse: si cruccia di non poter essere come quel mostruoso capo e il suo squallido figlio, fiuto degli affari e orribile vocazione sorniona a stritolare l'ultimo perdente nella propria morsa E si lascia ferire, mortificare, colpire. Ma al tempo stesso non ha abbastanza fegato per reagire, se non attraverso un'interiorità che lo porta via via verso la follia, vomitando letteralmente tutto il dissenso che da pasionaria rivendicazione dei diritti civili e umani diventa febbre distruttiva e apoteosi di (carente) onnipotenza: il delirio ("un uomo viene ricordato solo per quello che ha fatto" ) si sviluppa gradatamente, con una staticità a volte inesorabile (decisamente tediosa per chi non si è preparato in tempo) ma trova proprio nella prima parte scampoli di altissima abilità a connettersi tra desiderato e possibile, l'ambivalenza di un'uomo che impara inutilmente "il potere è uno stato della mente" - tipicamente reader's digest - con colui che "penetra" ed empatizza le rivendicazioni razziali della Pantere Nere o di altri più o meno evidenti Servi dell'Umanità. Torna alla mente Taxi Driver, quel Travis Bickle incapace di lasciarsi alle spalle i ricordi del Vietnam, ma Sam Bickle non solo VIVE la sua trincea senza essere stato al fronte, ma trova in Nixon - presidente della famosa "dirty war" - il più attendibile nemico su cui riversare tutto il senso dell'odio per l'ingiustizia e per la sua sofferenza. Emblema del fallimento che conia lo slogan pretestuoso dei "tanti poveri soldati morti per colpa sua" solo per il proprio ego(t)istico dissenso personale (certo non per solidarietà o indignazione concreta). Travis Bickle l'epuratore di New York è rimasto Icona assoluta, mentre Bickle ha la tumultuosa affettazione di un Timothy McVeigh, almeno nel finale. Scrive a Leonard Bernstein trovando un'insolita confessione col celebre autore di West Side Story, quasi cercasse un confronto filosofico o teologico con quello che è soltanto un grande musicista. Si capisce che sia farina del sacco (lo script) di Payne, evidenti certi insistiti parametri nel personaggio. Ma proprio come il cinema di Payne, a volte questa (interessante ma faticosa) radiografia unilaterale, questo bisogno di comprimere il personaggio per l'intera durata del film, calcando la mano sulla sua psiche instabile e rafforzando sempre più la sua follia, rischia di essere il suo grande limite: sembra interessare una sfera in cui l'apologia del contesto (tutto sommato comprensibile, eccessi e contraddizioni di Bickle a parte) originario sfuma nel bisogno omertoso e un po' vile di respingere la rabbia per incontrare la follia. Un'epilogo inquietante sì, ma tutto sommato costruito in modo da rassicurare lo spettatore che in fondo si tratta sempre di psicopatologia mentale, di dividere percio' lo spettatore dall'identificazione anche parziale col pur ambiguo personaggio (mai si solidarizza davvero con lui, mostra la corda molto presto, ma nel sentirsi "schiavi" e accettarlo un fondo di verità analogica esiste). Questi in fondo le lacune formali che non mi fanno gridare al capolavoro, ma indubbiamente un'esperienza tutt'altro che edulcorata che non ho evitato di fare. L'alienazione costerna, e mi costringe a viverla, per quanto odiosa sia. Di quanti film potrei dire lo stesso?

8 risposte al commento
Ultima risposta 22/03/2005 12.21.21
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