la classe operaia va in paradiso regia di Elio Petri Italia 1971
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la classe operaia va in paradiso (1971)

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locandina del film LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO

Titolo Originale: LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO

RegiaElio Petri

InterpretiGian Maria Volonté, Mariangela Melato, Salvo Randone, Gino Pernice, Luigi Diberti, Mietta Albertini, Donato Castellaneta, Adriano Amidei Migliano, Guerrino Crivello, Ezio Marano, Giuseppe Fortis, Corrado Solari, Flavio Bucci, Luigi Uzzo, Federico Scrobogna, Nino Bignamini, Carla Mancini, Antonio Mangano, Lorenzo Magnolia, Alberto Fogliani, Orazio Stracuzzi, Marisa Rossi, Renzo Varallo, Eugenio Fatti, Renata Zamengo, Giacomo Concina, Vincenzo Martorana, Ennio Morricone, Sergio Negri

Durata: h 1.50
NazionalitàItalia 1971
Generedrammatico
Al cinema nel Novembre 1971

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Trama del film La classe operaia va in paradiso

Ludovico Massa detto Lulu, metalmeccanico rozzo e crumiro, è il perfetto archetipo del lavoratore senza coscienza di classe. Abile sul lavoro, si ammazza di fatica solo per riempire la casa di inutili aggeggi consumistici. Il suo comportamento gli aliena le simpatie dei compagni...

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Voto Visitatori:   8,49 / 10 (67 voti)8,49Grafico
Miglior film
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Voti e commenti su La classe operaia va in paradiso, 67 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

stratoZ  @  30/10/2024 12:17:49
   8½ / 10
ATTENZIONE POSSIBILI SPOILER

Altro splendido film di Petri dopo quel capolavoro di "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto", qui il regista romano ricrea delle fantastiche atmosfere quasi kafkiane, al limite della paranoia, contraddistinte da una forte alienazione e condite da un forte senso del grottesco che sfocia nell'umorismo nero spesso e volentieri, raccontandoci prima di tutto il lavoro in fabbrica, lo sfruttamento da parte dei padroni e la competitività che si viene a creare a causa della politica del cottimo, secondo la quale ogni operaio guadagna più soldi in base alle prestazioni, che però influisce anche sulla media che altri operai saranno costretti a mantenere, causando un grosso stress psicofisico non sostenibile nel lungo termine, è qui che entra in gioco Lulù, operaio vecchio stampo, fedele al padrone che è ossessionato dall'essere il migliore tra gli operai, da ritmi produttivi incessanti allo scopo di guadagnare di più, vivendo una vita sacrificata per il lavoro, con un divorzio alle spalle, il figlio che vede una volta ogni mai, l'ex moglie che lo odia e la nuova compagna costantemente insoddisfatta, dato che addirittura pensa al lavoro anche nei momenti di intimità, è una fissazione quasi morbosa, un attaccamento al lavoro come fosse un vero e proprio feticcio, una dipendenza che però verrà stravolta dall'incidente che gli causerà la perdita di un dito, da qui emerge come una sorta di presa di coscienza da parte di Lulù, trovando conforto nei compagni, sindacalisti e scioperanti che pretendono più diritti, paghe migliori, meno turni di lavoro, un trattamento più umano, di cui Lulù entrerà presto a far parte, cambiando radicalmente il suo approccio al lavoro, come una reazione di rigetto per lo stress psicofisico accumulato negli anni, è qui che però l'idealismo si scioglie come neve al sole, col film che se inizialmente sembra avere una direzione univoca nella critica ai padroni, non risparmia neanche l'altro lato, quello più a sinistra per intenderci, ne sindacati ne operai del collettivo, Petri esprime la sua critica a livello bilaterale, portando anche una certa disillusione sulla lotta di classe, mostrandola quasi in maniera velleitaria, le conseguenze saranno nefaste, Lulù addirittura perderà il lavoro e si sentirà abbandonato dai compagni che sembrano ritrattare alcune loro posizioni, chi impegnato in altre occupazioni, chi abbasserà la testa come faceva lo stesso protagonista, fino ad un epilogo di falso ottimismo, e che accresce ancora di più la componente grottesca.

Petri fa uno straordinario lavoro di messa in scena, con una regia di altissimo livello che impone una visione ossessiva e ripetitiva della vita di fabbrica, la camera alterna grandi pianisequenza a mano con inquadrature rapide a sottolineare la ripetitività del lavoro, ma vi sono anche belle inquadrature larghe, come il grande gruppo di lavoratori che entra in fabbrica inquadrati dall'alto e la nebbia che da una sensazione come se fossero a perdita d'occhio, sottolineando l'omologazione, perdendosi come fossero un gregge di pecore, aiutato da una fotografia straordinaria, molto contrastata e cupa, il grigiore domina non soltanto nei locali della fabbrica quanto anche nella blanda quotidianità del protagonista, il sonoro è un altro elemento efficacissimo, qui quasi stordente, lo spettatore viene tramortito da questa sequenza senza fine di rumori di rulli e macchinari vari resi estremamente invadenti al punto da coprire molti dialoghi, e ovviamente è impossibile non citare anche la colonna sonora di Morricone col suo incedere solenne e spedito, sembra quasi una marcetta imperiale del grottesco, quando parte nei titoli di testa mi immagino sempre il padrone della fabbrica - che non viene mai visto nel film - che entra in sala macchinari con le braccia sui fianchi. Con un Volonté fantastico, estremamente sopra le righe come tutto il film, una Mariangela Melato che interpreta la compagna disillusa, tradita e resa apatica del protagonista, anche lei molto in parte, arrivando al personaggio di Salvo Randone, che già era stato protagonista in uno dei primi Petri, tra l'altro tra i più belli, "I Giorni contati", qui nel ruolo del Militina, vecchio operaio che si era battuto tanto per la lotta di classe ora rinchiuso in un manicomio per quello che oggi definiremmo un vero e proprio "burnout", che a me è sembrato molto una proiezione del protagonista stesso fra qualche anno, con il contesto della fabbrica che gli prosciugherà tutte le energie mentali e fisiche, rendendolo malconcio ad appena 31 anni, nevrotico e al limiti della psicosi come si vede nel finalissimo in cui Lulù incomincia a svisionare di brutto.

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