tueur a' gages regia di Darezhan Omirbayev Francia, Kazakhstan 1998
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tueur a' gages (1998)

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Titolo Originale: TUEUR A' GAGES

RegiaDarezhan Omirbayev

InterpretiTalgat Assetov, Roksana Abouova

Durata: h 1.20
NazionalitàFrancia, Kazakhstan 1998
Genereazione
Al cinema nell'Agosto 1998

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Trama del film Tueur a' gages

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Josh84  @  10/05/2019 12:26:52
   7 / 10
Devo proprio ammettere che "Tueur à gages" non mi è dispiaciuto affatto, a metà tra un film drammatico e un docu dramma. In questo film il regista kazacho Omirbayev ha dimostrato una regia da poeta lirico del pessimismo, indubbiamente la dissoluzione delle scene prende il sopravvento su un evidente lavoro psicologico, difatti, la tediosa ambientazione mette in risalto gli stati d'animo dei personaggi, l'eterna rassegnazione dei volti degli attori fa capire gli effetti negativi del post-comunismo degli anni novanta.
Marat, il protagonista vive un gravoso equilibrio di entrate/spese, in un paese in cui i valori morali e comunitari appaiono irreversibilmente perduti. Diventa un simbolo dello disfacimento della classe media che ha devastato l'economia di tutti i paesi dell' ex Unione Sovietica che sono entrati nella famosa globalizzazione economica. A tal proposito Omirbaev utilizza un prologo in modo che il suo pubblico comprenda il contesto in cui vive il suo personaggio, di cui comunque desidero sottolineare più avanti.
Attraverso un lento susseguirsi narrativo, alla fine, ciò che emerge è un ritratto inquietante che giustappone il desiderio di trascendere con l'immagine più convenzionale di una decisa autodistruzione, attraverso le scelte del protagonista, innanzitutto i suoi diversi tentativi onirici suicidi, un omicidio necessario e l'omicidio finale, il suo, comportando allo stesso tempo un riflesso di un'umanità perduta che viene slegata dal centro morale in una lotta suicida e nichilista per la sopravvivenza economica.
Il lungometraggio nel celebre sito di IMDB ed anche in altri portali di cinema internazionale "Tueur à gages" viene bollato non solo dramma ma anche come thriller e azione. Non sono d'accordo su quest'ultima definizione, non ci sono sequenze dinamiche, al massimo possiamo sfruttare la parola citata dicendo che l'"azione" finale è stata concatenati da iniziali azioni non volute, precisamente l'incidente auto di Marat, il prestito da parte di uno strozzino, le difficoltà nel risanare i debiti ed infine quello di diventare un criminale per conto della mafia kazacha.
Il film strano ma vero mostra poca violenza esplicita, la violenza è solo accennata ed immaginata dallo spettatore, compreso il suicidio dell'ex datore di lavoro di Marat, uno scienziato disilluso in cui la sua voce su nastro di una delle interviste sostenute si libra sulle strade della capitale kazaka, Almaty nelle radio degli ascoltatori.
Questo personaggio, ad uno spettatore non passerà di certo inosservato, nello specifico quando si perde nei labirintici corridoi dell'emittente radiofonica e la sua relazione razionale sul rapporto religione/filosofia/matematica. L'uomo, sempre all'inizio, appare confuso e incerto, credo che il régisseur abbia inserito dei simbolismi sottilmente umoristici come a voler testimoniare l'insicurezza e l'instabilità economica del "neonato" Kazakistan e l'opportunismo e la falsità dei suoi abitanti già nel solo indicare semplici informazioni.
Da segnalare le importanti inquadrature/ specchietto retrovisore che riflettono un rassegnato Marat, le sue ripetute visite in uno squallido bar gestito da un nefasto barista e "amico del protagonista, visite mirare per lo più a stabilire via via un contatto con un cravattaro (come dicono a Roma) e soprattutto le due sequenze di sogno di Marat sul tetto di un edificio (entrambe le quali si verificano dopo che è stato aggredito fisicamente) il primo, di fronte a un cantiere (che allude alla ricostruzione economica della nazione) mentre sale sulla sporgenza, il secondo, si affaccia su una piazza pubblica occupata dove si sveglia prima della caduta fino ad arrivare alla sequenza dell'omicidio che mi ha sinceramente un po' spiazzato, credo la scena più poetica del film che peraltro in un certo senso verrà travasata nel successivo film intitolato "Jol," assieme a delle altre scene citate poc'anzi o non citate, quindi, senza peccare di tuttologia, direi che i due film sono STRETTAMENTE legati, sia per contesto che per contenuto, semmai la successiva opera cinematografica rilasciata agli inizi del 2000 risulta più introspettiva e "interna".
Non posso che annoverare "Tueur à gages" un film da preservare e da riguardare in futuro, un film assai meditativo che in qualche modo si allinea consapevolmente nello stile del maestro francese Robert Bresson ma senza copiarlo o emularlo.

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