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Jean Cocteau è stato uno dei grandi geni della cinematografia mondiale, su questo nessuno può ribadire nulla. Purtroppo i suoi film rivisti oggi risultano tanto affascinanti quanto fatiscenti. Perdono la loro forza in un mondo che di lirico e fiabesco non ha più nulla e ci sembra quindi inutile rifugiarci nei sogni e nelle utopie del suo linguaggio cinematografico. Premessa a parte, questa favola che Cocteau trasporta con tutto il suo vigore sul grande schermo ha una genialità non comune, presente solo nelle opere di coloro che verranno ricordati nel mondo dell'arte. I candelabri umani e i volti all'interno della casa della bestia sono il cappello a cilindro di una favola che sarebbe da far vedere ai nostri figli e ai nipoti...senza fargli credere che la bestia sia quella nel castello, ma quella che ne rimane fuori.
Il surrealismo di Cocteau si fa fiaba, qui è il drammaturgo piuttosto che il poeta. Cede al sublime, all’incantatorio, al preziosismo, alle suggestioni scenografiche. E’ più l’innamorato (il regista/scrittore fu un omosessuale dichiarato, ed ebbe ,a quanto pare, una relazione con il protagonista della pellicola, Jean Marais) che l’artista ispirato o impegnato.
Tuttavia, permane una liricità di fondo negli ambienti, un non so ché di doloroso dietro le statue e le coreografie.
Ma appare oggi una favola antiquata, un madrigale recitato in maniera enfatica, la vanità di un lezio amoroso.