due giorni, una notte regia di Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne Belgio 2014
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due giorni, una notte (2014)

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locandina del film DUE GIORNI, UNA NOTTE

Titolo Originale: DEUX JOURS, UNE NUIT

RegiaLuc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne

InterpretiMarion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne, Simon Caudry, Catherine Salée

Durata: h 1.35
NazionalitàBelgio 2014
Generedrammatico
Al cinema nel Novembre 2014

•  Altri film di Luc Dardenne
•  Altri film di Jean-Pierre Dardenne

Trama del film Due giorni, una notte

sandra ha un marito, Manu, due figli e un lavoro presso una piccolo azienda che realizza pannelli solari. Sandra 'aveva' un lavoro perché i colleghi sono stati messi di fronte a una scelta: se votano per il suo licenziamento (è considerata l'anello debole della catena produttiva perché ha sofferto di depressione anche se ora la situazione è migliorata) riceveranno un bonus di 1000 euro. In caso contrario non spetterà loro l'emolumento aggiuntivo. Grazie al sostegno di Manu, Sandra chiede una ripetizione della votazione in cui sia tutelata la segretezza. La ottiene ma ha un tempo limitatissimo per convincere chi le ha votato contro a cambiare parere.

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Voto Visitatori:   6,75 / 10 (16 voti)6,75Grafico
Voto Recensore:   8,00 / 10  8,00
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Voti e commenti su Due giorni, una notte, 16 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

wuwazz  @  29/01/2016 11:36:18
   5 / 10
Non sarebbe nemmeno male come film, ma...


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Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento tylerdurden73  @  16/12/2015 12:43:28
   7½ / 10
Un weekend per tenersi il posto di lavoro, impresa improba quella toccata in sorte a Sandra. L'azienda in cui lavora ha deciso di lasciarla a casa tramite un vile referendum, in cui si chiede ai suoi colleghi se preferiscono il licenziamento della donna e ricevere un congruo bonus in denaro o lasciare che le cose restino come stanno.
La brava Marion Cotillard ha poche ore di tempo per girare di casa in casa a cercare di cambiare il suo destino. Solo ottenendo la maggioranza avrà il posto salvo, non resta che chiedere molto a persone come lei, che molto non hanno.
I fratelli Dardenne sposano l'asciuttezza narrativa e l'essenzialità nella messa in scena, ma il minimalismo apparente è contrastato da contenuti scottanti derivati da una semplice e scomoda domanda posta ad un'umanità costretta alla guerra fratricida. Imprenditori sempre più codardi e protetti da un sistema garantista lasciano ai sottoposti la patata bollente come novelli Ponzio Pilato.
Il quadro è multiculturale, variamente sfaccettato, eppure l'insicurezza e la paura regnano sovrane ovunque. I lavoratori hanno timore di rappresaglie interne, si informano immediatamente su chi stia dalla parte di Sandra, cercando di cavalcare l'onda dei vincitori schierandosi da una parte in cui il rischio è limitato o inesistente.
Sandra ripete la propria richiesta all'infinito con crescente apprensione, è costretta ad umiliarsi ma al tempo stesso non giunge mai patetica agli occhi dello spettatore, salvaguardata dagli autori abili a non farne una ricattatoria martire. La disperazione è comunque presente, con quelle lacrime strozzate in gola causate non solo dalla grave situazione, ma anche da una depressione che la rende fragile, di conseguenza sospetta agli occhi degli altri.
Spicca però la determinazione -con fondamentale supporto del marito- a chiedere il rispetto di un proprio diritto, in un momento in cui i lavoratori sono numeri in balia di leggi ingannevoli e retrograde. I Dardenne affrontano il tema con piglio deciso senza emettere alcun feroce giudizio ma appellandosi alla sensibilità dello spettatore messo in una situazione di imbarazzo. Si finisce col chiedersi cosa faremmo al posto loro, e la risposta, forse, preferiamo non darcela.

Gruppo COLLABORATORI Terry Malloy  @  28/05/2015 16:02:10
   4½ / 10
Penso che un qualunque saggio di sociologia sia più accattivante di questo film. Trattare tematiche sociali complesse non esula il suo autore, - questa è la grande pecca del cinema "civile" e "realista", dall'unico dovere dell'artista: divertire. Chi parla di realismo si faccia un tuffo nella letteratura realista francese, che mai ha abdicato al dovere del divertimento. Maupassant, Flaubert, prima ancora Stendhal. Era chiarissimo per questi grandi francesi che il romanzo, la narrazione di una storia che sia mimetica della realtà che descrive debba avere come valore unico e comune il divertimento. Poi, se si deve parlare proprio di sovrastrutture, ognuno ci vede quello che vuole. Ma questo film annoia, non dice nulla di nuovo, e non mira a nulla che non sia la solita solfa del trauma del perdere il lavoro. Chi apprezza questo film non ha semplicemente gusto e dovrebbe valutare di impiegare le proprie energie civili altrove, in luoghi più utili e consoni alla sua miseria immaginativa. Dispiace che la Cotillard si sia abbassata a recitare in filmetti così scialbi. Sfortunatamente The Wire era già uscito. Grave che gli autori non se ne siano curati. Il postmoderno, di cui i Dardenne sono considerati fautori, non ha mai sofferto così tanto nella sua dimensione giocosa. E per l'appunto, The Wire tratta gli stessi temi (e molto meglio, o perlomeno assume lo stesso impianto realista) e non dimentica la gradevolezza della sua natura, fondamentalmente, di intrattenimento.

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR rain  @  21/05/2015 18:21:39
   8 / 10
Pellicola ridotta all'osso che, senza fronzoli, racconta in maniera efficace l'egoismo umano.
Marion Cotillard regala una prova da grandissima attrice portando sulle sue spalle tutto il messaggio dei fratelli Dardenne (e qui si meritava l'Oscar dato a Julianne Moore).

Il brutto è che al giorno d'oggi, anche (ma non solo) nell'Italia dei bravi parlatori, nell'Italia dei Salvini che snocciolano a ripetizione frasi tipo "Bisogna aiutare gli ItaGliani", la maggior parte dei suddetti non ti lascerebbe sulla strada per mille euro, lo farebbe per dieci euro.

wicker  @  19/04/2015 18:15:39
   6½ / 10
mi aspettavo di meglio dai Dardenne,invece il film risulta molto didascalico,come se fosse una lunga carrellata per cercare di convincere i colleghi a non farla licenziare.
Nel comportamento di alcuni si vede una certa empatia,altri reagiscono più freddamente..finale molto blando.
Tema attuale ma con risvolti psicologici piuttosto rari..non tutti soffrono di depressione e poi tornano a lavorare.(io ho fatto molta fatica).


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mezzo voto in più perchè la Cotillard è proprio brava

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR 1819  @  18/04/2015 19:29:45
   8 / 10
Forse visivamente troppo semplice per risultare appagante ai più, questo film possiede una grande carica interiore, incentrata sulla critica all'egoismo umano.
Di grande attualità, merita una visione.

albert74  @  29/01/2015 02:32:04
   6 / 10
uhm..
Normalmente questo genere di film dovrebbe essere di grande impatto. lasciare una sensazione, un qualcosa. Far riflettere.
In questo caso l'obiettivo è raggiunto solo in parte.
Faccio notare che il film di produzione belga e girato in belgio (da notare le targhe di alcune auto bianche con scritte rosse e altre simili a quelle francesi ma con la dicitura B sulla destra! questo giusto per rispondere a qualcuno che continua a definire questo film "francese").
Come dicevo: il tema sociale è trattato bene ma alcune cose non mi convincono. La recitazione la trovo essenziale, scarna basata su dialoghi immediati. Non riesco bene ad identificarmi con la protagonista. Sembra più un reportage di una donna che deve tentare di conservare il proprio lavoro piuttosto che un film.
Non so se questo è l'effetto che si voleva ottenere poiché non conosco i registi e non ho visto altri film di questa produzione.
Il finale non è scontato ma mi ha lasciato parecchio l'amaro in bocca.
tutta sta fatica e poi alla fine...
Non so se è possibile usare il termine "verista" per un film di questo genere ma credo che il termine si potrebbe ben utilizzare in questo caso.
il film è difatti crudo, scarno, appunto verista. non ci sono musiche di sottofondo, non c'è nulla se non la realtà, forse esasperata, di una persona che tenta di conservare il posto di lavoro.
Quello che non mi convince è che questo tipo di film non riesce ad affascinare, non mi appassiona, non mi fa identificare con qualcuno e mi lascia solo un senso di sofferenza per la tematica sociale svolta e per una sorta di solitudine che si respira per tutto il film.
non sono necessariamente punti negativi ma la scarsa incisività della pellicola non mi lascia molte alternative che dare un voto appena sufficiente.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR jack_torrence  @  23/12/2014 17:41:26
   8 / 10
Un film ESSENZIALE.

Vedi recensione

Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  01/12/2014 19:29:46
   7½ / 10
La cosa che mi ha colpito immediatamente è il livello molto scarno della narrazione, sempre molto diretta, priva di enfasi ma che colpisce bene il bersaglio. Scarno perchè la dinamica narrativa è molto semplice: convincere delle persone a cambiare il loro voto, rinunciare ad un cospicuo bonus e mantenere il proprio posto di lavoro. Se la dinamica narrativa è tutta qui in fondo, i Dardenne offrono una panoramica ricca di sfumature dell'attuale mondo operaio, estremamente disgregato e ormai condannato ad uno stillicidio reciproco, spinto ed influenzato da una controparte, l'azienda, quasi assente ma le cui decisioni determinano il destino di una o più persone. Qualsiasi decisione venga presa (reintegro o elargizione del bonus) l'azienda è a posto con la sua coscienza sporca. E dall'altra parte non c'è più l'unità di una volta, ognuno a curare il proprio orticello e ognuno a prendere una decisione moralmente difficile.
Ottima la Cotillard, che sia una brava attrice è notorio, ma qui offre una prova eccellente con una recitazione che pur agendo in sottrazione, i pochi gesti ed espressioni riescono a far risaltare, senza la minima enfasi, stati emotivi molto variegati fino ad un ritorno alla vita forgiato dal combattimento per mantenere il posto di lavoro. In tempi come questo non è cosa da poco, che si vinca o perda riacquistare o mantenere la forza e la fiducia per andare avanti non è cosa da sottovalutare. Pellicole come Rosetta o Il figlio sono di un livello superiore, ma Due giorni, una notte si colloca fra i film più riusciti.

TheLegend  @  01/12/2014 04:29:13
   6 / 10
Film in perfetto stile Dardenne che si è rivelato proprio come me l'aspettavo.
Abbastanza piatto e poco incisivo ma capace di raccantare una storia con sincerità e semplicità.

debaser  @  26/11/2014 13:53:38
   4½ / 10
Film noioso inconcludente che pare prodotto dalla CIGL. A parte le inesattezze sulle condizioni dei lavoratori in Francia dove tra chomage e ammortizzatori sociali un lavoratore e piu' protetto di una corazzata da guerra, annoia, non decolla mai, non si riesce a trovare empatia per un personaggio psicolabile senza alcuna qualita' anche se magistralmente interpetato da una superlativa Cotillard. Si passa da un collega all' altro (uno piu' sterotipato dell'altro), poco caratterizzati che non forniscono una spalla decente alla brava Marion, con dialoghi al limite della noia, situazioni paradossali dove i mille Euro di bonus appaiono come un tesoro a cui il confronto quello di Tutankhamon appare poca cosa. Il marito che l'accompagna pare piu' un protettore che una persona emotivamente coinvolta. Per non parlare

Nascondi/Visualizza lo SPOILER SPOILER piu' mal riuscito e rapido della storia del cinema e di un finale altamente ruffiano ed inverosimile. E' per favore non paragonate queste insulse macchiette ai personaggi di ben altro spessore delle pellicole di Ken Loach.

3 risposte al commento
Ultima risposta 19/12/2014 21.38.02
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Federico  @  24/11/2014 13:52:28
   6 / 10
film piuttosto fiacco.

la tematica è interessante e importante ma è il modo in cui ci viene raccontata la vicenda che mi lascia un po' perplesso. Non si crea la necessaria empatia con la protagonista e anche i colleghi mi sembrano un po' banalotti e così' sinceri da risultare poco credibili.. insomma di fronte a una votazione segreta nessuno si nasconde dietro un "ok voto per te" salvo poi votare per il bonus? mah...

forse sono io ad essere così pessimista e ingiusto col genere umano?

Gruppo REDAZIONE amterme63  @  23/11/2014 21:55:34
   8½ / 10
I fratelli Dardenne si confermano i registi-sceneggiatori che meglio di tutti riescono a continuare la tradizione realista nel cinema europeo, portando sullo schermo storie umanamente molto intense, che ci mostrano quanto sia ormai difficile, se non impossibile nella società attuale, vivere in maniera dignitosa e solidale.
Con "Due giorni e una notte" si tocca con mano (anzi con animo) come l'attuale sistema economico capitalista scarichi i costi della sua crisi sui più deboli, mettendoli letteralmente gli uni contro gli altri, in un'assurda guerra fra poveri.
L'arma forte dei due fratelli è come al solito l'occhio della mdp appiccicato addosso ai protagonisti, inseguiti, braccati nel loro agitarsi e combattere in situazioni difficili e penose. In "Due giorni e una notte" la mdp ci fa stare letteralmente dentro l'animo di Sandrà, ci fa provare in maniera diretta tutte le sue angosce, le sue ansie, i profondissimi scoramenti, i momentanei sollievi e poi di nuovo cocentissime delusioni, in un'altalenarsi che metterebbe a dura prova qualsiasi animo umano. Tutto questo per poter mantenere una posizione economica stabile e tranquilla, l'unica che consente di vivere in maniera soddisfacente nell'attuale società. Altrimenti in agguato c'è l'incertezza, la precarietà, il sacrificio, la rinuncia.
Tutto questo è il prodotto di un sistema economico che non conosce pietà o considerazione per i più deboli, anzi si accanisce proprio contro di loro (la storia di Sandrà ce lo fa capire bene). Indifferente ai dolori delle persone, è persino crudele nel volere far scegliere alle stesse vittime, quale fra di loro sacrificare al dio Denaro.
Questo gioco al massacro fa capire che la solidarietà, la rinuncia a sé per gli altri, è un dono raro, sui cui non fare eccessivo affidamento. Il film è quasi didascalico a proposito, proponendoci tante figure di persone chiuse nel loro privato, aggrappati al poco di benessere che viene loro concesso, poco disposte a rinunciarci. Tutte persone smarrite, incerte, non si chiedono se tutto ciò è naturale, e soprattutto si dimostrano disposte a fare solo quello che tutti gli altri fanno (tutti a domandare quanti e chi sono i favorevoli e chi i contrari).
La terribile esperienza vissuta da Sandrà (da non augurare a nessuno, io non avrei mai avuto la forza di fare quello che ha fatto lei) le ha però insegnato qualcosa di importante: l'umano conta più dell'economico (ha la fortuna di avere un marito che la sostiene sempre, trova insperatamente comunque persone disposte ad aiutarla); in fondo non è finita, la vita può continuare, soprattutto tenendo la schiena dritta, rifiutando di sottostare al gioco al massacro che le viene proposto come unico modo (direi in maniera spudorata!) per mantere il lavoro.
Mi è capitato raramente di soffrire così tanto per un personaggio in un film. Purtroppo sono problemi che ci posso toccare. Può capitare a tutti di avere problemi di salute. In un futuro, quando si potrà licenziare liberamente per cause economiche (come è il caso di Sandrà), saranno proprio i più deboli e svantaggiati, oppure quelli più invisi ai quadri intermedi, a pagarne le conseguenze.
Guardare questo film vuol dire comprendere cosa ci aspetta.

1 risposta al commento
Ultima risposta 25/11/2014 11.26.35
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Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  23/11/2014 02:31:50
   7 / 10
Ultimo Dardenne, che mi e' parso piuttosto sottotono rispetto allo standard elevato delle loro produzioni. I fratelli belgi tornano quasi alle origini esplorando il loro stile minimalista, che puo' confondere, attrarre oppure apparire quantomeno spocchioso, a tratti. Si torna a rievocare il buon Robert Bresson, e ci guidano due ottimi autori che non fanno morale non giudicano ma PRETENDONO da ciascun spettatore la propria personale identificazione di pensiero. Come Rosetta, neanche Sandrà suscita totalmente la mia empatia, forse perche' non sarei mai capace per nessuna ragione di elemosinare consensi tra i colleghi. Ma il punto di forza del film e' un altro, la meschina capacita' di un datore di lavoro di barattare bonus al posto di una dipendente, e la totale passivita' complice dei dipendenti di accettare simili ricatti morali. Al punto che qualcuno in malafede pretende da Sandrà di non essere tanto velleitaria contro certe regole, cfr. Parlando di "soldi nostri". Se fosse stato diretto da Loach, "Due giorni, una notte" avrebbe preteso quantomeno la presenza di un Sindacato dei lavoratore, e Manu agisce senza minimamente chiedere aiuti "esterni", perche'???
Stupendi comunque quei rari momenti liberatori davanti alla musica in autoradio, ascoltando Petula Clark e soprattutto "Gloria" dei Them, guardacaso targati entrambi 1965, che significato avra' avuto mai per i Dardenne questa data? Qualcuno mi risponda...
Ma forse stavolta a non convincermi del tutto e' proprio l'approccio stlistico del film, troppo monolitico anche per il peso morale di tutta la vicenda. Un buon film minore di due autori spesso incantevoli ("Le fils" su tutti) che hanno influenzato il cinema europeo e non solo (v. Sundance festival) e proprio per questo da loro e' lecito aspettarsi anche di piu'




Oskarsson88  @  16/11/2014 12:25:15
   7 / 10
Pieno stile Dardenne. Storia coinvolgente e semplice, ma resta che non è proprio il mio genere prediletto. Comunque voto positivo.

Crimson  @  07/11/2014 19:08:22
   8 / 10
Spoiler presenti.

Nati e cresciuti nei dintorni di Seirang, i Dardenne hanno una sviluppato una percezione dell'etica professionale che affonda le radici nelle lotte operaie degli anni '60 e '70. Considerando solo il loro Cinema di finzione, fin da La promesse è evidente una certa familiarità con i mestieri manuali, a volte apparentemente disgiunti dal tema principale del film eppure ad esso inossidabilmente connessi.
Sandra è la loro prima protagonista adulta a non essere filmata nello svolgimento della propria professione. Le sequenze nell'azienda sono una manciata, e mai "sul campo". Gli ambienti sono piuttosto la casa, l'auto, le strade, e soprattutto le case dei suoi colleghi – soglie spesso varcate per la prima volta. Narrazione e filosofia che la sorregge combaciano.
Dedicano appena quattro sequenze in tutto agli "invisibili", artefici di logiche del "mercato professionale" (espressione che assume sempre più spesso un significato allegorico) aliene ai princìpi fondanti del lavoro e indirizzate chiaramente e unicamente al mero raggiungimento del profitto. Le loro strategie sono sempre le solite, a cambiare è il linguaggio. Se c'è da operare dei tagli al personale è colpa della crisi, mentre i trattamenti sindacalmente dovuti vengono spacciati per concessioni. Del resto, se in una piccola azienda manca un sindacato dei lavoratori, aggirare le resistenze diventa un compito molto più semplice e diretto.
Ultimamente si ricorre ad un ulteriore strumento diabolico, il "bonus", che ha la funzione di creare una spaccatura all'interno del personale (col risultato ovvio che le mele marce vengono accantonate) ma al tempo stesso coesione verso la logica aziendale. I lavoratori vengono privati del beneficio della scelta attraverso l'illusione del potere della scelta. La differenza è sottile ma sostanziale. Tutto questo emerge prepotentemente in un meccanismo narrativo volutamente ripetitivo, in cui Sandra reitera sempre lo stesso preambolo ad ogni incontro con i suoi colleghi. Nel suo discorso mette in luce che la prima votazione è stata condizionata da Jean-Marc (il capo del personale, ovviamente "servo" dei vertici dell'azienda), senza garanzia di segretezza e quindi falsata.
Nei suoi continui spostamenti porta a porta Sandra opera una "votazione itinerante" in cui l'azienda per una volta non può osservare. Il suo sforzo conduce i colleghi ad una dimensione intima, confidenziale. Sandra restituisce loro il potere della scelta etica. Il cuore del nuovo film dei fratelli Dardenne va individuato qui, e filtra attraverso lo sguardo di Sandra verso i colleghi. La sofferenza che esprime non è autocommiserazione ma dignità. Si fa largo la percezione del senso di vari termini spesso demagogici, abusati e persino fastidiosi, come la solidarietà.
Nell'intervallo del film è accaduto che alcune persone dietro di me discutessero tra loro. Alla domanda "cosa faresti al posto di Sandra?" una signora ha risposto "cambierei lavoro". In quel momento ho considerato ancora una volta quanto i registi siano riusciti nel loro intento di mettere a nudo le convinzioni dei propri spettatori di pari passo con quelle dei protagonisti. La superficialità della risposta della spettatrice seduta dietro di me corrisponde a quella di diversi colleghi di Sandra. Una chiusura a priori, senza possibilità di discussione. Perché Sandra continua nella sua battaglia? Perché è consapevole che è capace di tornare a svolgere quel lavoro, perché probabilmente le piace, perché confida – malgrado tutto – nei valori essenziali del lavorare in gruppo. Accettare il licenziamento, cercare un altro lavoro, sarebbe – nella prima fase del film – una profonda sconfitta persino per i suoi colleghi. Sandra persegue la sua ricerca e riscossa sul piano etico anche per loro, e questo è uno dei tanti messaggi di umanità sparsi lungo il film.
Cosa spinge Sandra a non demordere? L'amore di Manu e dei figli innanzitutto. In seconda battuta, la solidarietà sincera che le viene espressa nelle varie forme (da quella sobria a quella persino "eccessiva" dell'istruttore di calcio) da coloro che si mettono nei suoi panni e che preferiscono rinunciare al proprio egoismo per l'altro.
Sandra raccoglie ed assorbe ogni reazione nelle condizioni di chi è ancora sull'orlo di un precipizio non professionale ma esistenziale. Fin dalle prime sequenze del film è percepibile il muro della vergogna di una condizione psichica fragile e traballante, e il timore della protagonista di suscitare pena e fastidio.
Il concetto di "pena" per Sandra è il timore sociale. Pena temuta da marito e colleghi secondo la convenzione che la identifica come "reduce da una depressione". Sandra è forte quando si mette nei panni degli altri dal suo punto di vista. In quel caso non si affranca, ma misura quanto le due prospettive combacino. A tal proposito è assolutamente doveroso sottolineare i momenti che rafforzano la convinzione naturale del profilo psicologico della protagonista, reso sopraffino da alcune sequenze difficili da dimenticare: come Sandra che per uscire dal suo ruolo sociale non invidia la posizione dei suoi colleghi all'interno della vicenda, anzi, esclama una frase che nasconde un'attitudine umana straordinaria: "in questo momento vorrei essere... come quell'uccellino che canta lassù". L'ideale di felicità non deriva dalla competizione, ma dalla libertà.
Ma quanto è difficile sgretolare il muro. Sandra, incapace di rancore ("Sei senza cuore" esclamerà a Jean-Marc, preferendo allontanarsi piuttosto che esercitare fino in fondo – a parole o a gesti – la propria giustificata rabbia verso il comportamento delinquenziale del suo capo) cade spesso nell'autodistruzione, tendendo alla rinuncia. Fin dall'inizio ci viene mostrata come incapace di fare del male agli altri. Piuttosto preferisce scomparire: chiudersi nella penombra della piccola stanza da letto, in quel lettone a due piazze non consumato da quattro mesi, che ha raccolto forse più sudore e lacrime legate alla depressione, e una dipendenza per l'Alprazolam che nasce sempre nell'intimità della stanza da bagno. Porta sempre gli stessi vestiti a parte i reggiseni e i capelli legati, anch'essi poco curati. Se non fosse per Manu tutto il suo peregrinare non sarebbe mai iniziato, malgrado lei abbia le basi etiche per intraprenderlo. Manu è la proposizione concreta, la fonte inesauribile della forza di provare a far valere i propri diritti, costi quel che costi, sulla base della convinzione che "è giusto".
Manu è soprattutto l'amore, talmente sincero da ammettere che sì, gli scoccia non fare sesso da quattro mesi, ma che ciò non importa perché "so che torneremo a farlo". Fin troppo protettivo da stoppare una canzone triste e evocativa della condizione di Sandra. Esclama "basta!" nel dualismo del suo attore di origini italiane (il sempre bravo Fabrizio Rongione), ma Sandra non vuole protezione, anzi, ha il dono della sdrammatizzazione ed esorcizza la paura alzando il volume: si tratta di Petula Clark e la canzone è 'La nuit n'en finit plus', che in quel momento recita:

"Malgré le vide de tout ce temps passé
De tout ce temps gaché
Et de tout ce temps perdu
Dire qu'il y a tant d'êtres sur la terre
Qui comme moi ce soir sont solitaires
C'est triste à mourir
Quel monde insensé
Je voudrais dormir et ne plus penser
J'allume une cigarette
J'ai des idées noires en tête
Et la nuit me parait si longue, si longue, si longue"

Sandra concede uno dei suoi rarissimi sorrisi, Manu le rimanda il medesimo, si stringono la mano. E' la sequenza più bella del film ed esprime tutta la bellezza insita nella sofferenza secondo una visione condivisa nell'amore, amicizia o qualsiasi forma di calore umano secondo i fratelli Dardenne. Il punto fondamentale da cui partire per abbattere ogni muro circostante, un sentimento così forte da rendere ironica un'espressione come "C'est triste à mourir", per quanto reale.
Non mancano almeno due scivolate nella sceneggiatura: la prima è nella sequenza dell'incontro con padre e figlio. Ho trovato la reazione di quest'ultimo esagerata e inverosimile. L'altro aspetto poco chiaro è come mai Sandra venga dimessa la domenica sera dall'ospedale, dopo il gesto che ha compiuto. Sono forzature che stridono con la forza narrativa fedelmente aderente alla biologia del tempo e delle reazioni umane.
Anche nel finale non ho trovato la stessa forza espressiva di diversi altri momenti del film, ma non saprei spiegarne esattamente il motivo. Lo scatto morale di Sandra per quanto assolutamente pertinente col personaggio e con il percorso intimo del film manca di qualche dettaglio. Dall'incontro con il direttore alla telefonata con Manu fila tutto troppo liscio; è fin troppo scorrevole e diretta la risolutezza di Sandra.
Dettagli che non fanno la differenza più di tanto. Resta un magma denso di vissuti. Come quello di compartecipazione tra disgrazie varie (la situazione della collega che lascia il compagno) nell'altro inserto musicale, sempre in auto, è un estratto da 'Gloria' di Van Morrison, curiosamente scritta nello stesso periodo del brano della Clark (1963-64).
Infine gli abbracci. Da quello di Igor per Assita ne La promesse, passando per quelli de Il figlio (Olivier a Magali), L'Enfant (finale), Il matrimonio di Lorna (culminato in un amplesso), Il ragazzo con la bicicletta (ce ne sono due, quello in auto è il più intenso), ricorrono abbracci disperati. In quello di Sandra ai suoi otto colleghi, che hanno scelto di difendere il suo posto di lavoro a discapito di un bonus di 1000 euro, c'è la riconoscenza che la libera dalla vergogna. Che la fa sentire pulita.
Sandra può ora esercitare la stessa solidarietà ricevuta, molto simile a quella suggerita così indefessamente nei film di Loach come la sola arma a disposizione per i lavoratori per esprimere e realizzare il proprio ruolo verso la collettività.

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Ultima risposta 13/11/2014 08.22.12
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