l'arrivo di wang regia di Manetti Bros. Italia 2011
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l'arrivo di wang (2011)

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locandina del film L'ARRIVO DI WANG

Titolo Originale: L'ARRIVO DI WANG

RegiaManetti Bros.

InterpretiEnnio Fantastichini, Francesca Cuttica, Juliet Esey Joseph, Massimo Triggiani, Antonello Morroni, Jader Giraldo

Durata: h 1.20
NazionalitàItalia 2011
Generefantascienza
Al cinema nel Marzo 2012

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Trama del film L'arrivo di wang

La giovane interprete di cinese Gaia è contattata per una traduzione urgente. In gran segreto, deve fare da tramite tra l'agente segreto Curti, un uomo senza scrupoli, e un individuo chiamato da tutti signor Wang. Poiché l'interrogatorio viene condotto al buio, Gaia incontra notevoli difficoltà nel tradurre ma la scoperta delle motivazioni che hanno indotto all'assenza di luce cambierà per sempre la sua esistenza, trovandosi di fronte a qualcuno che ha poco di umano, proveniente direttamente da un altro pianeta e che non sembra avere intenzioni bellicose.

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Voto Visitatori:   6,91 / 10 (41 voti)6,91Grafico
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Voti e commenti su L'arrivo di wang, 41 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR oh dae-soo  @  08/04/2013 12:43:21
   7½ / 10
alcuni spoiler

Mamma mia quanto voglio bene ai fratelli Manetti...
Forse son troppo caciaroni e con la barba lunga per chiamarli Autori, gli manca il cravattino e il viso glabro con gli occhialini da intellettuali ma questi sono tra i pochi in Italia che sanno inventarti un film (sempre di genere se possibile), si divertono a scriverlo e hanno il coraggio di realizzarlo.
Già, il coraggio... E' proprio quello che ha forse portato i fratelli a un finale fantascientifico esagerato, realizzato con 3 rosette e 8 fette si salame Milano, forse troppo mostrato per i mezzi che si avevano, si poteva benissimo raccontarlo in altra maniera, ad esempio solo intravisto negli splendidi occhi di lei.
Ma tutto quello che c'è prima è un autentico gioiellino di originalità, mestiere (perchè le sceneggiature vanno sapute scrivere) e atmosfera. Forse l'Arrivo di Wang è persino superiore a quell'altro piccolo grande film dei Manetti che è Piano 17.
Gaia è una bravissima traduttrice del cinese mandarino. Viene chiamata da dei non meglio precisati uomini di stato per la traduzione simultanea dell'interrogatorio di un misterioso Signor Wang. La prima parte dell'interrogatorio è fatta al buio. Quando le luci si accendono Gaia scopre l'identità di Wang. Quello che ha davanti ha dell'incredibile. Non lo sa ma i destini del mondo intero sono in quello stanzino.
Io amo i film di sceneggiatura, quelli che si reggono quasi solamente su dialoghi ed atmosfera. Non è un caso che sia stato tra i pochi ad aver salvato, più che salvato, il vituperato Buried (anche se specie nella prima mezz'ora il film può ricordare l'appena recensito Compliance come atmosfera e per il fatto che la ragazza si trovi in quello stanzino senza riuscire a capir nulla di quello che gli sta accadendo).
Ci sono lei, l'ispettore e il Signor Wang. Era quasi impossibile creare un'atmosfera con un film di quasi sole domande e risposte,tra l'altro quasi sempre le stesse domande e quasi sempre le stesse risposte, sempre poi ripetute sia in italiano che in cinese. C'era tutto per annoiare lo spettatore. Invece malgrado la ripetitività delle sequenze il film funziona alla grande, lo spettatore non solo è incuriosito di quello che può accadere ma quasi affascinato. Lei è bravissima, Fantastichini (L'ispettore) gigioneggia un pò troppo e sta eccessivamente sopra le righe ma alla fine funziona. Lo troviamo davvero odioso anche se due/tre sue battute sinceramente m'hanno fatto scompisciare ("brutto polipone di *****", "dopo ci andiamo anche a prendere un caffè con lui a Piazza Navona"), i Manetti hanno uno humour nero di primordine. Geniale la scelta del cinese per il Signor Wang, mascherata come scelta dovuta all'essere la lingua più parlata del mondo è in realtà una straordinaria metafora dei Manetti del mondo attuale dove viviamo, un mondo che non tra molto sarà dominato da persone con gli occhi a mandorla. E non finisce qua la critica sociale, le torture e l'inumanità che subisce Wang ricordano molto quelle che popolazioni dominanti infliggono a quelle più deboli e povere ( a proposito, in molte tematiche ho visto tanto di District 9) o più in generale all'ipocrisia di chi non riesce mai a vedere il bene nelle altre persone, ai pregiudizi, alla cattiveria umana. Anche se, e qui i Manetti compiono una bastardata, il finale sconvolge tutto e tante considerazioni che avevamo maturato fino a quel punto vanno a farsi friggere, maledetti. D'altro canto l'amicizia, la comprensione e l'umanità tra Gaia e Wang raggiunge momenti vicino alla commozione. Ma ad esser troppo buoni e ingenui si fa una brutta fine, anche in questo i Manetti ci vanno giù pesante.
Quando l'azione si sposta dallo stanzino ai corridoi il ritmo si alza notevolmente, il rumore e le luci intermittenti dell'allarme, il tentativo di Gaia di non farsi vedere, tutto ricorda molto l'atmosfera, ad esempio, di quel capolavoro di Metal Gear Solid. Qui la regia dà il massimo. Ottima la scena, già vista nell'incipit, di lei dentro l'armadietto, il dettaglio degli occhi e della fessura.
Non mancano le sbavature come il personaggio della nigeriana, Gaia che manda k.o quel bestione del bodyguard e il finale, che risulta un pò affrettato e non del tutto convincente in alcuni momenti (vedi l'esultanza dei militari o la crescita del marchingegno nel garage) anche se molto molto suggestivo. Più che nella realizzazione (tanto il soggetto lo prenderanno gli americani e quella parte la faranno benissimo...) strepitosa è l'idea che il destino della terra potesse essere tutto in quello stanzino e che una semplice e buona traduttrice lo abbia in qualche modo condizionato.
Magari certa gente che gestisce i soldi del cinema potrebbe dare ai Manetti 50 euro per passare dalle rosette alle baguette e dal salame Milano al prosciutto Pata Negra.
Ma forse a noi ci piacciono più così.
Complimenti Brothers.

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