perche' il professor r. e' diventato matto? regia di Rainer Werner Fassbinder, Michael Fengler Germania 1970
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perche' il professor r. e' diventato matto? (1970)

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locandina del film PERCHE' IL PROFESSOR R. E' DIVENTATO MATTO?

Titolo Originale: WARUM L─UFT HERR R. AMOK?

RegiaRainer Werner Fassbinder, Michael Fengler

InterpretiKurt Raab, Lilith Ungerer, Amadeus Fengler, Franz Maeon

Durata: h 1.28
NazionalitàGermania 1970
Generedrammatico
Al cinema nell'Agosto 1970

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•  Altri film di Michael Fengler

Trama del film Perche' il professor r. e' diventato matto?

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Voti e commenti su Perche' il professor r. e' diventato matto?, 10 opinioni inserite

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Filman  @  12/03/2023 11:27:21
   6½ / 10
Lasciatosi trascinare dall'onda ideologica socialista, rivoluzionaria e operaia che ha coinvolto la settima arte, Rainer Werner Fassbinder si impegna coerentemente con un cinema di critica nei confronti del cittadino moderno. Tuttavia ci sono molte cose che in un film come WARUM LÄUFT HERR R. AMOK? (Perché il Signor R. è colto da Follia Improvvisa?) lasciano indifferenti, a partire dall'assenza di coraggio tecnico-narrativo e quindi la poca voglia stravolgere il sistema, in questo caso accademico: l'impegno artistico-sociale rimane uno sterile intento. Infatti se il regista si era affacciato dal teatro al cinema cimentandosi con lente "carrellate" e un bianco e nero neorealista, qui abbiamo macchina a mano e colori non curati, cosa che potrebbe essere spiegata dalla presenza in cabina di un secondo regista, Michael Fengler.
Nello specifico, il film punta su un altro tipo di linguaggio per andare a parlare di medio-borghesia ma c'è veramente poco che possa comunicarci questa realtà. Inoltre manca una scrittura all'altezza del dramma.

Gruppo REDAZIONE amterme63  @  23/09/2012 12:12:18
   7 / 10
Film particolare che però tutto sommato alla fine mi è piaciuto e mi è rimasto impresso.
La vita quotidiana nuda e cruda, così com'è, può essere materia di un film? Sì, perché in genere la viviamo ma non ci riflettiamo mai sopra. Vista così, su di uno schermo davanti a noi, in maniera fredda e distaccata, rivela un sacco di condizionamenti, incomprensioni, difficoltà, insoddisfazioni. Si rimane colpiti e sorpresi dal vuoto e dal materialismo in cui viviamo. Soprattutto dalla mancanza di libertà. Ed è quello che questo splendido film di Fassbinder riesce a rivelarci.
Prima di tutto Fassbinder ricrea in maniera perfetta la sensazione di realtà quotidiana. I personaggi parlano spontaneamente, anche sovrapponendosi fra di loro. I dialoghi sono proprio quelli che noi tutti normalmente faremmo. Anche i luoghi inquadrati sono assolutamente ordinari. I rumori di fondo e i tempi morti non vengono tagliati. La mdp resta per lo più a lungo incollata sui primi piani dei personaggi, focalizzando così l'attenzione dello spettatore sulle sue reazioni, sugli atteggiamenti, sui pensieri che si presume stiano passando per la sua testa. Non c'è progressione o concatenazione narrativa che distragga dall'introspezione nei personaggi. Essendo tutto così normale e così quotidiano possiamo facilmente interpretare (sulla base delle nostre personali esperienze) le reazioni interiori dei personaggi (in base spesso anche a piccoli particolari delle espressioni, come ad esempio gli sguardi fissi e assenti, i segni di disagio, le reazioni trattenute, le ipocrisie diffuse, ecc.)
Vedere la nostra vita attraverso uno schermo sorprende, colpisce, affascina. Mai si sarebbe potuto pensare che fosse così meschina, stretta e soffocata dalle convenzioni. Solo una breve apparizione di Hanna Schygulla a inizio film lascia intravedere la possibilità di un modo di vivere diverso, libero, fuori da schemi. Ma è solo un accenno, lasciato subito cadere.
Il film scorre in maniera piatta e ordinaria fino al minuto 78. All'improvviso il protagonista perde il controllo e tutto precipita. Anche questo atto così repentino, così inaspettato e inspiegato viene filmato in maniera ordinaria e normale, distaccata e indifferente. Lo spettatore rimane ovviamente interdetto, non ce l'aspettavamo. Il protagonista ha sopportato, si è controllato fino ad ora e perché adesso tutto all'improvviso perde il controllo e cede di colpo?
E' questa la domanda che dà titolo al film e che rimane senza risposta. O almeno, chi guarda può provare a immaginare una risposta. Fassbinder lascia a noi la riflessione da fare sulla vicenda mostrata.
C'è da dire che una volta il vivere piccolo borghese era percepito come negativo e in qualche maniera si cercava di mettere in guardia, visto che era (è) un modo di vivere assolutamente alienante e impoverente. Ahimé, gli avvertimenti di tanti artisti dell'epoca non sono serviti a niente. Questo modo di vivere/mentalità ha trionfato, si è generalizzato e ha finito per diventare naturale, tanto che noi non siamo più in grado di percepirlo in maniera distaccata.
Meno male che ci sono documenti come questo che ancora riescono a farci riflettere.

Weltanschauung  @  23/05/2012 14:34:56
   9 / 10
*Presenza di Spolier

Germania, fine degli anni '60: le industrie sono in netta ripresa, la piccola e media borghesia tedesca si rafforza sempre più ed avanza indisturbata, la sconfitta della guerra è oramai alle spalle, la società si avvia verso una progressiva finanziarizzazione, speculazioni e corruzione divengono fenomeni integranti del processo di ricostruzione tedesco, iniziato a metà degli anni Cinquanta.

Fassbinder ed altri registi coetanei, tra cui Werner Herzog e Wim Wenders, intuitivamente consapevoli di ciò che stava accadendo, diventano inevitabilmente i protagonisti di una critica radicale al modello capitalista. Un archetipo che opera in un rovesciamento di prospettiva copernicana, in un'epoca in cui le leggi economiche prendono il sopravvento e non sono più subordinate alle esigenze e agli scopi della comunità.
E così nacque il cosiddetto "Nuovo Cinema Tedesco", gli autori citati iniziarono a produrre parecchi film a basso costo ispirati a Bunuel, Brecht e sulla scia della Nouvelle Vague francese.
In particolare, si distinse R.W.Fassbinder, che diede forma ai propri turbamenti esistenziali creando un personalissimo connubio tra il Kammerspielfilm, il Cinema Americano Classico e ovviamente il grande movimento cinematografico francese nato sul finire degli anni cinquanta capitanato da J.L.Godard. Vari sono i film che mostrano il punto di vista dell' autore sulla storia tedesca e, in particolare, sulla ricostruzione operata nella Germania Federale, quella Germania colpevole del Nazismo che ha voluto però cogliere solo gli aspetti 'americani' dello scenario post 1945, fino a diventare succube del profitto fine a se stesso.

Al 1968 risale una tra le sue primissime opere di grande spessore, ovvero "Warum lauft Herr R. Amok?". Una semplice cronistoria che ritrae l'anemica vita quotidiana del signor Raab, un professionista con un lavoro dignitoso, una bella moglie ed un figlio come tanti.
Un uomo normale insomma, distaccato e senza particolari eccessi, lavora, accompagna sporadicamente la moglie a far compere o a visitare le amiche, passa le serate in casa con la famiglia guardando la televisione, esce con i colleghi, cerca di fare carriera, aiuta il figlio a fare i compiti e va a parlare con la sua insegnante.
Le sue relazioni sono piatte, senza slanci ed affetti ed egli non fa altro che galleggiare in questo suo finto equilibrio partecipando da spettatore alle cene che la moglie organizza durante il weekend.
Raab pian piano diventa sempre più apatico, inerte, demotivato, fiacco e quasi incapace di comunicare, ripetendo sempre gli stessi gesti meccanizzati. Un'unica scintilla vitale la sprigiona quando un amico di vecchia data va a trovarlo ed insieme rievocano, impavidi, la loro infanzia tra gli sguardi perplessi della moglie.

Un giorno, durante una banale conversazione della consorte con la vicina di casa, il signor R. prende un candelabro e con un colpo alla testa uccide prima la vicina, e poi la moglie ed il figlio. Il tutto con la solita imperturbabilità.
Il mattino dopo va al lavoro, ma invece di recarsi alla sua postazione si chiude in bagno e si impicca.
Le motivazioni sono troppo chiare per essere spiegate: la sua non è né ribellione né follia, ma solamente la presa di coscienza di un contesto che reprime ogni impulso spontaneo e regolamenta ogni fase dell'esistenza, in un programma di annichilimento graduale dell'individuo.

Con un impianto semi-documetaristico il primo film a colori di Fassbinder, codiretto insieme a Michael Fengler, è una storia cruda di una pseudonormalità atroce.
Un'agghiacciante e indimenticabile affresco delle modalità oppressive della società borghese occidentale in cui viene mostrata la loro azione avvolgente e dannosa sulla tenuta razionale ed inconscia della psiche.

La regia del cineasta tedesco trasuda assoluta impersonalità nel fotografare lo squallore dell'ordinarietà che attraversa la vita di tutti i giorni di un mesto impiegato industriale. E' volutamente sgraziata ed approssimativa, ogni sequenza è difatti risolta con un'unica ripresa a mano che passa da un personaggio all'altro tra luci naturali tendenti a colori smorti, che accentuano così il senso di claustrofobia.
La vacuità e il decorativismo che descrivono il suo stile di vita sono continuamente amplificati dall'ambiente in cui il personaggio vive e si muove e dagli oggetti di cui si circonda. Egli sguazza nell'anonimato, solissimo in questa festa degli oggetti, che a loro volta sono impotenti nel dare un senso alla sua vita.

Gli attori si muovono in modo schematico scontrandosi, con il naturalismo della scenografia da un lato e con quello della corrosiva dialettica dall'altro.

Raab, assoggettato indissolubilmente ad abitudini e regole conferite, è incapace di formulare i termini di una rivolta, di un riscatto qualsiasi nei confronti della società; più percepisce di essere defraudato e più si inaspriscono in lui bramosie ed illusioni.
Coglie la volgarità nell'esprimere dogmi ed idee in un'epoca estenuata in cui ogni sogno di avvenire sembra delirio o impostura. In lui vi è l'assenza di qualsiasi sentimento che non sia insofferenza verso se stesso, in uno scivolamento lento e inesorabile, in uno stato di insensibilità in cui non pare esserci via d'uscita.
Il protagonista sembra così aderire a un destino tragico e cosmico, ma in realtà è la condizione umana che pare predestinata alla sofferenza, già inscritta nel microcosmo dei fallimenti amorosi di ordinaria quotidianità.
Le relazioni amorose sono rappresentate come esempi lampanti di rapporti di produzione fatti di convenienze forzate e incomunicabilità.

Fassbinder sembra volerci trasmettere l'impotenza di coloro che colgono la decadenza, che non riescono a combatterla, ma neppure ad incoraggiarla facendola sviluppare in modo che si esaurisca, permettendone l'avvento di altre forme.
D'altronde, a torto, ci immaginiamo la figura del Signor R. come qualcuno che abdica, si ritira e si tiene in disparte rassegnato alle sue miserie e alla sua condizione di relitto, ma se lo osserviamo bene scopriremo in lui un ambizioso, un deluso, un aggressivo, un amareggiato ed i suoi incubi sono sempre connessi ad una matrice culturale borghese, ad un sadico gioco al massacro che trascinando l'altro nel baratro è in realtà prima di tutto un suicidio.

Il Dogma di Lars Von Trier e Thomas Vinterberg ed il cinema di Michael Haneke sono già tutti qui dentro.

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Gruppo COLLABORATORI SENIOR elio91  @  28/03/2012 11:07:30
   7½ / 10
Sono d'accordo con gli estimatori di questo lavoro di Fassbinder, tra i primi del regista tedesco che ancora non ha raggiunto la massima espressione artistica.

Nonostante questo la violenza sotterranea e disturbante di questa sua opera ti mette a disagio per tutta la durata del film, estremamente convenzionale e banale negli avvenimenti che però fanno intendere che qualcosa sta per succedere.
E quando quella cosa puntualmente accade nello sconvolgente finale, inserito anch'esso quasi come fosse una squallida routine quotidiana, è impossibile non restarne colpiti.
Haneke avrà preso qualcosa da questo Fassbinder, è innegabile...

Resta una visione difficilissima e pesante proprio perché praticamente nella prima ora e venti non accade assolutamente nulla di rilevante: ed è essenziale ai fini dello svolgimento di un film freddo, distaccato, squallido e fin troppo "quotidiano". Perfino nel punto di rottura...

Beefheart  @  12/12/2011 14:31:48
   8 / 10
Dramma di difficile collocazione, tra lo psicologico, il sociale ed il sentimentale, dalle fattezze vagamente kafkiane che stupisce per realismo e sorprende per ferocia. Stile asciuttissimo, assenza di musica, fotografia sbiadita, grandissima recitazione, dialoghi tipo presa diretta. Una messa in scena cruda e cinica della difficoltà dei rapporti interpersonali in una quotidianità che può portare a progressivi e pericolosi isolamenti. Semplicissimo, lineare, minimalista ed efficacissimo. Alcune scene sono funzionalmente un po lunghe ma niente di troppo faticoso. Consigliatissimo a chi non s'accontenta e non fa fatica ad accendere il cervello.

castelvetro  @  15/01/2010 14:30:13
   4½ / 10
Mi dispiace dare un voto basso a Fassbinder,
ma da lui non mi aspettavo un film lento, vuoto,
e pieno di inutilità come questo.

Una cosa mi è chiara:
sicuramente questo film NON è il capolavoro di Fassbinder
come ha scritto qualche utente prima di me!
Chi lo ha scritto forse non ha visto altri film di questo regista
come "Le lacrime amare di Petra von Kant" o "Martha".

Certamente l'idea di fondo di questo film è di forte impatto,
ma si vede chiaramente che è stato girato molto velocemente
e quasi oserei dire "per fare numero" nella filmografia del regista.

Mi spiego meglio, tra il 1969 e il 1970 Fassbinder ha voluto dare
la prova a sè e al mondo intero di riuscire a fare 10 film in 2 anni.
Ecco, secondo me questo, tra quelli che ho visto, è essenzialmente
uno dei più trascurati... Riprese uniche, senza stacchi, quasi sicuramente
dei "buoni alla prima", montaggio di conseguenza molto facile e rapido.
Sembra quasi fatto velocemente giusto per aumentare il numero
dei film fatti...

3 risposte al commento
Ultima risposta 03/03/2010 22.17.09
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carriebess  @  29/09/2009 10:17:03
   9 / 10
Un uomo ingabbiato in una vita ordinaria predefinita, standardizzata.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR pompiere  @  16/11/2008 00:56:35
   8 / 10
Rappresentazione di una fetta di vita del Sig. R. (un qualsiasi Sig. Raab), di professione progettista tecnico, il quale sembra condurre una vita ordinaria.

Ma, sotto l'apparente immagine di quotidianità, risaltano già (siamo agli inizi degli anni '70) i problemi e i conflitti che attanagliano le società contemporanee: la difficoltà a mantenere un posto di lavoro decente, l'ossessione per i soldi, il profitto, la perfezione, l'illusione che l'attaccamento alle cose materiali [casa, mobili, la prospettiva degli sci nuovi... (quest'ultima sarà la goccia che farà traboccare irrimediabilmente la pazienza del Nostro)] siano la panacea di tutti i mali (vedi le difficoltà educative che ha la famiglia nei confronti del loro figlio Amadeus).

Non basta più un onesto impegno, nasce già l'idea della Competizione e del Profitto a tutti i costi.

I dialoghi, benchè probabilmente improvvisati, funzionano, così come gli espliciti richiami alle modalità rappresentative del DOGMA di oggi: le riprese sono fatte con la macchina a spalla, senza stacchi, e contribuiscono a dare quel tono di verità, quasi documentaristico a una vicenda davvero poco consolatoria.

paride_86  @  21/10/2008 00:48:59
   5 / 10
Una storia di ordinaria follia portata avanti in maniera piuttosto monocorde e noiosa da un Fassbinder un po' presuntuoso, questa volta. Ho rischiato più volte di addormentarmi.

2 risposte al commento
Ultima risposta 06/12/2009 15.52.35
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Crimson  @  17/08/2007 15:45:40
   6 / 10
Innanzitutto non guardate la locandina, vi svela tutto!
buoni gli intenti, meno i risultati. Il film è a volte davvero troppo noioso.
In forma quasi documentaristica per accentuarne il lato 'reale' è un'indagine tra gli aspetti della vita apparentemente 'normale' di un impiegatuccio di una società: la suocera rompiballe, il figlio introverso e dislessico che ha problemi nelle relazioni interpersonali a scuola, la moglie che ha aspirazioni borghesotte vacue ed indefinite, i colleghi di lavoro.
Non ben definiti tutti i motivi che portano al titolo. Forse in fondo è giusto così: sentiamo troppo spesso dire "era una persona normale, tranquilla ecc...".
Da vicino, nessuno è normale, diceva la campagna contro lo stigma. E' proprio vero.

2 risposte al commento
Ultima risposta 22/10/2007 16.49.09
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