king of new york regia di Abel Ferrara USA, Italia 1990
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king of new york (1990)

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locandina del film KING OF NEW YORK

Titolo Originale: KING OF NEW YORK

RegiaAbel Ferrara

InterpretiJanet Julian, Laurence Fishburne, David Caruso, Christopher Walken, Steve Buscemi, Wesley Snipes

Durata: h 1.43
NazionalitàUSA, Italia 1990
Generedrammatico
Al cinema nell'Agosto 1990

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Trama del film King of new york

Frank White (Walken) esce dal carcere, si installa al Plaza Hotel di New York e riprende le sue attività criminali nel traffico della droga, con lo scopo di finanziare un ospedale nel Bronx. Bande rivali e una squadra di poliziotti irlandesi vogliono bloccarlo a tutti i costi.

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Voto Visitatori:   7,11 / 10 (52 voti)7,11Grafico
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Voti e commenti su King of new york, 52 opinioni inserite

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DogDayAfternoon  @  20/05/2014 19:57:11
   7 / 10
Cromaticamente parlando la prima parte del film è abbastanza inconsueta per Ferrara, il bianco la fa da padrona (e pure il protagonista si chiama White) in controtendenza rispetto alla tipica fotografia cupa e malsana del regista. E la prima parte è anche quella meno riuscita del film, sicuramente più lenta ma soprattutto poco incisiva, quasi inutile direi. Una volta che il film entra nel vivo, allora ecco che riconosco il classico stampo di Ferrara: il colore nero, un senso di negatività onnipresente fino al prevedibile epilogo finale di un Walken solo contro tutti.

Ma Walken è solo e contro tutti anche a livello interpretativo, emerge facilmente in un gruppo di attori sottotono e soprattutto di personaggi dallo scarso spessore, o forse è la sua bravura a oscurare tutti gli altri. Sta di fatto che si nota solo il suo personaggio, mancano sia dei comprimari che una nemesi all'altezza: il peggiore in questo caso Laurence Fishburne, l'ho trovato veramente insopportabile.

Si poteva fare qualcosina di più.

2 risposte al commento
Ultima risposta 21/05/2014 20.11.26
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BlackNight90  @  07/09/2010 02:50:32
   8 / 10
La Grande Mela è completamente marcia al suo interno tanto quanto è rossa, luminosa e tentatrice all'esterno, non solo è luogo ideale per vermi insaziabili ma i suoi stessi semi sono fatti di violenza e dolore, Ferrara è il poeta di questo male urbano un po' come Baudelaire lo era di Parigi: l'uomo di New York, l'animale di Ferrara, è costretto a vivere in questo habitat maligno e sbagliato, in questo sistema che permette a un criminale di diventare suo eroe, anzi il suo re; dove quelli che devono assicurare la giustizia (degli uomini) sono i primi a violarla senza scrupoli, e quindi non c'è differenza tra giusti e ingiusti, soprattutto nel loro destino comune.
Frank White torna tra queste strade infernali cambiato: il suo volto pallido, spettrale e quasi cadaverico, come il Nosferatu che viene citato nel film, è una delle tante dimostrazioni della sua diversità, lui che è l'unico bianco, come dice il suo stesso cognome, in una banda di neri, lui che ha il volto che manifesta la lotta interiore della sua anima: un sorriso spesso complice e sghignazzante che contrasta con degli occhi freddi ma che non riescono a nascondere il suo tormento.
Un tormento che nasce dalla contraddizione tra il suo bisogno di redenzione attraverso il fare "qualcosa di buono", la sua spietata volontà di vendetta, ancora più negativa perché viene a sostituirsi a quella divina, verso quelli che si sono arricchiti quando lui era in prigione (redenzione e vendetta, in pratica i due temi principali del primo Ferrara), la consapevolezza che non c'è un modo per conciliare i due sentimenti perché a mancare è proprio il Dìo che dovrebbe mettere ordine a queste cose e che il regista questa volta mette da parte, a differenza di quanto farà poi in altri film più declinanti verso la religione.
Oltre al sempre grandissimo Walken sono degni di nota il Fishburne di Matrix e David Caruso nella parte che gli è più congeniale, quella dell'irlandese bastardo, particina insignificante invece per Buscemi, e io che mi aspettavo di divertirmi parecchio con lui!
Il finale è splendido, i due capi delle rispettive fazioni (che in realtà tali non sono) si affrontano, ma in questo mondo, in questa New York, uscirne vincitori non è possibile, la salvezza non lo è ancora.

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Ultima risposta 01/11/2010 14.01.11
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Gruppo COLLABORATORI ULTRAVIOLENCE78  @  16/05/2009 12:37:18
   7½ / 10
Abel Ferrara e Nicholas St. John rappresentano il vano tentativo di redenzione di un anti-eroe che, appena uscito di prigione, ha in animo di far edificare un grande ospedale in una delle zone più degradate di New York. Le sue velleità umanitarie sono, però, puntualmente osteggiate da una serie di personaggi che, pur collocandosi in diverse sfere di azione (in quelle delinquenziali in narcotrafficanti, in quelle della giustizia i poliziotti), convergono (cfr. l’operazione di infiltraggio) fino a dare vita ad un’unica forza volta a neutralizzare la tensione al bene del gangster Frank White. Proprio da questa sorta di coalizione tra opposti schieramenti, la cui sinergia costituisce una trappola senza uscita per l’uomo da eliminare, viene fuori con estrema intensità l’immagine, avvolta da un opprimente aura di solitudine, del personaggio principale: un soggetto esternamente algido, ma che cova dentro di sé il bisogno spasmodico di emendarsi delle sue colpe. Egli è continuamente braccato sia dai “buoni” e che dai “cattivi”: e se inizialmente sembra avere la meglio, col prosieguo della narrazione emerge lentamente il ribaltamento dei “giochi di potere” fino alla metaforica fuga del finale, che sfocia e culmina in uno dei momenti cinematografici più alti in assoluto: il gangster ripreso solitario in un taxi che, mostrando la ferita mortale allo stomaco (inferta da quello stesso poliziotto che gli ha risparmiato), prende coscienza del suo fallimento, mentre esternamente si assiste a un brulicare di movimento (gli agenti della polizia che progressivamente si assiepano nei pressi del taxi), il cui effetto è quello di amplificare il senso di solitudine del protagonista: quest’ultimo colto, all’apice del momento conclusivo, con lo sguardo perso nel vuoto nell’attesa dell’imminente liberazione.
A questo finale si ispirerà Michael Mann per “Collateral”. Il faccia-a-faccia nella metropolitana, con cui termina il film, riconduce sempre, anche se in maniera più semplice e lineare, al vuoto che circonda il personaggio negativo della storia. Nel complesso “Collateral” è per certi aspetti superiore alla pellicola di Ferrara, soprattutto in virtù di una regia, di un montaggio e di una tecnica narrativa davvero superlative: ma quel finale, impreziosito dalla straordinaria e complessa intensità espressiva che Christopher Walken riesce infondere al personaggio, è qualcosa di unico.

2 risposte al commento
Ultima risposta 17/05/2009 13.57.48
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Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Satyr  @  21/10/2007 16:10:44
   7½ / 10
Christopher Walken nei panni dell' "angelo sterminatore" di turno,vale da solo la visione del film:affascinante,freddo e controverso fino al midollo,l'attore americano e'la vera attrazione della pellicola,per un Abel Ferrara lanciato verso il suo successivo capolavoro,Fratelli.
Ottimo anche il resto del cast(caratterizzato alla perfezione),con la presenza di un bravissimo Laurence Fischburne,un giovane David Caruso e il sempre efficace W,Snipes.Struggente e indimenticabile il finale.

1 risposta al commento
Ultima risposta 03/04/2008 16.12.08
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