non e' un paese per vecchi regia di Joel Coen, Ethan Coen USA 2007
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non e' un paese per vecchi (2007)

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locandina del film NON E' UN PAESE PER VECCHI

Titolo Originale: NO COUNTRY FOR OLD MEN

RegiaJoel Coen, Ethan Coen

InterpretiJosh Brolin, Tommy Lee Jones, Woody Harrelson, Javier Bardem, Stephen Root, Kelly MacDonald, Beth Grant, James Brolin, Barry Corbin, Jason Douglas, Garret Dillahunt

Durata: h 2.02
NazionalitàUSA 2007
Generenoir
Tratto dal libro "Non è un paese per vecchi" di Cormac McCarthy
Al cinema nel Febbraio 2008

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Trama del film Non e' un paese per vecchi

Llewelyn Moss trova, in una zona desertica, un camioncino circondato da cadaveri. Il carico è di eroina e in una valigetta ci sono due milioni di dollari. Che fare? Llewelyn è una persona onesta ma quel denaro lo tenta troppo. Decide di tenerselo dando il via a una reazione a catena che neppure il disilluso sceriffo Bell può riuscire ad arginare. Moss deve fuggire, in particolare, le 'attenzioni' di un sanguinario e misterioso inseguitore.

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Voto Visitatori:   7,67 / 10 (622 voti)7,67Grafico
Voto Recensore:   9,00 / 10  9,00
Miglior filmMigliore regiaMiglior attore non protagonista (Javier Bardem)Migliore sceneggiatura non originale
VINCITORE DI 4 PREMI OSCAR:
Miglior film, Migliore regia, Miglior attore non protagonista (Javier Bardem), Migliore sceneggiatura non originale
Miglior film straniero
VINCITORE DI 1 PREMIO DAVID DI DONATELLO:
Miglior film straniero
Miglior sceneggiatura (Joel Coen, Ethan Coen)Miglior attore non protagonista (Javier Bardem)
VINCITORE DI 2 PREMI GOLDEN GLOBE:
Miglior sceneggiatura (Joel Coen, Ethan Coen), Miglior attore non protagonista (Javier Bardem)
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Voti e commenti su Non e' un paese per vecchi, 622 opinioni inserite

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alextarsia  @  06/04/2008 15:54:47
   2 / 10
«Non è un paese per vecchi» è una pellicola sciatta e deludente, chiosando gli stessi dialoghi: «fa schifo, è un film di *****». Certo non mancano sequenze mozzafiato e pathos (angoscia e ansia), è d’ottima fattura, ma il livello non supera il buon saggio di tecnica e teoria cinematografica. Un metacommento con ambizioni artistiche non un’opera d’arte, un prodotto di largo consumo confezionato anche per gli addetti ai lavori, con due registri (uno per regista?), quello semplice degli eventi narrati e l’altro più complesso per far parlare e scrivere chi campa commentando, oppure per i cineforum filosofici universitari. È un polpettone ricco e ben fatto, accademico nel senso spregiativo, farcito com’è di questioni teoriche, di citazioni e di commistioni di western, poliziesco, pulp, horror; è anche un film sul conflitto generazionale, un grottesco road movie e un thriller. Un’opera del rococò postmoderno. La struttura è episodica come quella delle serie tv (di cui condivide lo spessore filmico), tante minisequenze, ciascuna con un conflitto interno o esterno ai personaggi di natura diversa: etica, psicologica, politica; sullo sfondo un paesaggio vasto e secco, sterile, consumato. I dialoghi, i caratteri, le situazioni e finanche le inquadrature sono molto stereotipati, retorici, con la dominanza dell’ossimoro e del non-sense, dell’espressività grottesca raramente divertente. Scorre in sordina dietro agli occhi dello spettatore la storia del cinema, la sua epopea zapping tv (il “cattivo” usa la sua arma bizzarra come se fosse un telecomando per spegnere gli altri personaggi), lontana l’eco di fumetti e videogiochi. Gli elementi utili alla comprensione dell’intreccio sono criptati e dipanati gradualmente fino alla fine, spettacolarità, crudezza e brutalità, sparatorie e inseguimenti, contribuiscono alla riuscita commerciale. Manca il sesso col suo bagaglio di pulsioni, tutte sublimate e trasfigurate nelle uccisioni, nell’explicit salta fuori il sogno dell’anziano sceriffo Ed Tom Bell, con complesso di castrazione edipica, e il finale resta aperto. “Il paese che non è per vecchi” è annichilito e mosso dal denaro, dal capitale, l’unico personaggio che ha saldi principi etici è l’antagonista, uno spietato pluriomicida. Ecco una delle costanti della poetica dei fratelli Joel ed Ethan Coen: l’agire umano è sovradeterminato. Su tutto regna il destino dell’evolversi meccanicistico degli eventi, la morte. I trafficanti di droga, i poliziotti, le prede e i cacciatori, sono attori sociali perfettamente razionali, iperrealistici. Gli individui determinano la loro esistenza compiendo scelte fra alternative binarie (ancora le postmoderne storie a bivio) date dallo stesso sistema, entrambe le risposte rientrano nelle possibilità preventivate dallo stesso quesito. Pur essendo ormai globalizzato il mondo non sembra mai stato così statico, un motore immobile. L’umanità della trilogia Matrix dei fratelli Wachowsky era ridotta ad alimento per le macchine, qui è una grigia marea di manzi (deideologizzati, corruttibili, scostumati, venali e drogati) pronti per essere macellati dal giovane Anton Chigurh. Altro elemento della produzione coeniana è la riflessione sul cinema stesso, sulle possibilità della narrazione cinematografica, sul realismo, l’introspezione psicologica e la fantasia. C’è difficoltà a distinguere i tre livelli, in un dialogo si dice: «ma quella storia è vera?» – «non so se sia vera o no, è certo che è una storia». Sceneggiatore e regista sono i demiurghi del mondo cui il film appartiene. È il cinema vitalistico dei “giovani” interpreti della prima ora di Nietzsche, del trionfo della follia superomistica individuale innescata dall’estrema razionalizzazione omologante dei processi produttivi, spettacolo della violenza e degli effetti speciali, della trama e dei dialoghi semplici e flessibili, un cinema prototipico dalle forti emozioni. Alcuni personaggi si ribellano come schegge impazzite alla propria funzione, al determinismo sociale, o si discostano dai modelli dominanti, sono le «anomalie di sistema», oscillanti tra l’anarcoide e il nazista tardo-romantico. È in queste crepe dell’ordito collettivo che si generano le storie, lungo le rette delle schegge impazzite, la circolarità della routine è l’impossibilità del “testo”. La presunta attitudine all’impegno trasversale e all’autoironia degli autori tuttavia non convince, anzi ne rafforza il bizantinismo, lo spento manierismo compiaciuto. La bravura di Javier Bardem e di Tommy Lee Jones (fra gli altri) contrasta tanto con l’imbecillità della trama da generare spesso effetti ridicoli. Preoccupano i riconoscimenti e le critiche positive al film, sebbene siano in accordo col clima culturale decadente di quest’inizio millennio, con la crisi degli intellettuali e della critica, con l’accademismo feticistico degli esperti specializzati. È di moda affermare di certa “arte” contemporanea «la capirai fra vent’anni», come se qualcuno abbia compreso il significato originario dei capolavori del lontano passato (ma anche molto recenti), c’è qual-cosa da capire? Con buona pace dei semiologi detrattori del giudizio di valore questo è un brutto film, che se non fosse illegale bisognerebbe piratare, così da poter rispondere annoiati «sì , l’ho visto».

Alessandro Tarsia, CalabriaOra © 26 marzo 2008

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Ultima risposta 20/08/2008 23.00.46
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