Recensione una preghiera per morire regia di Mike Hodges Gran Bretagna 1987
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Recensione una preghiera per morire (1987)

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locandina del film UNA PREGHIERA PER MORIRE

Immagine tratta dal film UNA PREGHIERA PER MORIRE

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"Una volta ho letto una scritta a Londonderry. Diceva: C'è una vita prima della morte?".

Nell'Irlanda del Nord, alcuni guerriglieri dell'IRA posizionano dell'esplosivo in una strada di campagna su cui stanno transitando due camionette militari inglesi. È questione di pochi istanti. Uno scuolabus sopraggiunge alle spalle dei veicoli militari, che stanno procedendo con estrema lentezza. Una segnalazione con i fari ed ecco che le due camionette si accostano sulla sinistra lasciandosi sorpassare dal pulmino, pieno di bambini. Sotto lo sguardo atterrito di Martin Fallon, uno dei militanti che hanno preparato l'attentato, lo scuolabus esplode.
In seguito a questa esperienza Martin Fallon (Mickey Rourke) abbandona l'IRA e fugge a Londra alla ricerca di documenti falsi, che gli consentano di lasciare la Gran Bretagna alla volta degli Stati Uniti. Braccato tanto dalla Sezione Speciale della Polizia Britannica, quanto dai suoi ex compagni della guerriglia armata, Fallon si vede costretto ad accettare un incarico da parte del malavitoso Jack Meehan (Alan Bates) che gli commissiona l'esecuzione di un boss rivale, di nome Krasko. All'omicidio assiste il prete Michael Da Costa (Bob Hoskins). Fallon, di formazione cattolica, non ha il coraggio di uccidere il testimone, così si reca alla sua chiesa e si confessa, obbligando il sacerdote al silenzio impostogli dal segreto confessionale. Questa scelta non soddisfa affatto Meehan, che gradirebbe una soluzione più radicale del problema.

"Una Preghiera per Morire", tratto dall'omonimo ed interessante libro di Jack Higgins, narra la storia di un uomo in fuga da se stesso. Il conflitto fra lo Stato Inglese e le Armate Indipendentiste Irlandesi in realtà è ancor meno di uno sfondo; si tratta di un punto di partenza, di un espediente narrativo, per descrivere e per raccontare il dramma interiore di un uomo.
Prima di spiegare meglio questa affermazione, è necessario fare alcune precisazioni.
"Una Preghiera per Morire" è un film che è piaciuto a pochi. Non solo è stato massacrato dalla critica, che lo ha bollato come un melodramma terribilmente retorico ed insulso, e quasi ignorato dal pubblico, ma i suoi stessi autori lo hanno rinnegato prima ancora dell'uscita nelle sale cinematografiche. Primo fra tutti, è stato proprio il regista Mike Hodges a criticare duramente il film. Egli cercò in tutti i modi di ottenere, senza riuscirvi, che il proprio nome non comparisse nei titoli. Il regista si era scontrato con la produzione del film che, a suo giudizio, aveva interferito prepotentemente col suo lavoro, dando origine ad una incompatibilità artistica insanabile. Hodges contestava, soprattutto, l'impostazione teatrale, che la produzione aveva imposto alla sua regia.
Si noti anche che Hodges era stato una seconda scelta.
Originariamente la pellicola avrebbe dovuto essere diretta dallo sconosciuto regista televisivo Franc Roddam, che aveva a sua volta abbandonato il progetto a causa di divergenze artistiche non meglio precisate, fra lui e la produzione.
Oltre a Mike Hodges, fu lo stesso Mickey Rourke a rinnegare la pellicola. L'attore, che inizialmente si era dimostrato entusiasta del progetto e aveva fatto di tutto per ottenere il ruolo (che in realtà sembra essere scritto appositamente per lui) di Martin Fallon, ha dichiarato di non essere minimamente soddisfatto della realizzazione finale del film e non ha mai perso occasione di declamare il proprio scontento in ogni intervista.

Passando rapidamente alle contestazioni sollevate dai critici cinematografici, queste possono riassumersi in tre brevi concetti: personaggi dalle caratterizzazioni eccessive e improbabili; scarsa partecipazione artistica degli interpreti; ipocrisia e retorica nell'affrontare la questione dell'Irlanda del Nord.
Scrive così Paolo Mereghetti: "Personaggi improbabili e luoghi comuni sui terroristi dell'IRA divisi tra la fede cattolica e la scelta della lotta armata".
Rincara la dose Tullio Kezich: "Il regista Hodges accumula gli effettacci e gli attori vanno allo sbaraglio: Bates si concede una sfacciata burletta dandystico- omosessuale; Hoskins ora sembra l'omino dai pugni solidi, ora la caricatura di Mussolini; e Rourke, dopo un inizio incisivo, non sa dove attaccarsi". Come più volte è accaduto in questa sede, chi scrive si trova in completo disaccordo con i giudizi sopra esposti e con la posizione generale della critica.

"Una Preghiera per Morire" (1987), rivisto anche a distanza di venti anni dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, si dimostra un film di tutto rispetto, dalla struttura solida e compatta. Benché ormai sia cronologicamente decontestualizzato, il film si dimostra non soltanto attuale sotto il profilo del dramma umano, che narra, ma addirittura fuori dal tempo. Come accennato il conflitto fra le autorità britanniche e l'esercito indipendentista, è ancor meno che uno sfondo.
Se si fosse voluto affrontare la problematica socio-politica dell'Irlanda del Nord, il film avrebbe dovuto essere impostato in maniera completamente differente. Lo hanno fatto con buon successo di critica e di pubblico sia Neil Jordan con "La Moglie del Soldato" ("The Crying Game", 1992), sia Jim Sheridan con "Nel Nome del Padre" ("In the Name of the Father", 1993). Neil Jordan ritornerà in seguito sulla questione, affrontandola sotto un profilo storico, con "Michael Collins" (1996). Seguendo questa scia, il problema sarà invece eccessivamente semplificato in pellicole d'azione quali "Blown Away - Follia Esplosiva" (1994) diretto da Stephen Hopkins, e "L'Ombra del Diavolo" ("The devil's Own", 1997) diretto da Alan J. Pakula; senza dare troppa risonanza alla sua ridicolizzazione avvenuta con "Giochi di Potere" ("Patriot Games", 1992) di Phillip Noyce, dove però, più banalmente ma non troppo diversamente da "Una Preghiera per Morire", la questione dell'IRA ritorna ad essere un semplice espediente narrativo funzionale alla storia che s'intende raccontare.

Come sempre, soprattutto poiché questa è l'analisi di un film che ha ormai venti anni, si consiglia la visione della pellicola, prima di leggere quel che segue.

Proviamo dunque ad analizzare la figura di Martin Fallon uscendo dai normali canoni adottati dalla Critica Cinematografica, secondo cui egli è solo un combattente dell'IRA che, pentitosi in seguito all'attentato fallito, cerca di fuggire dalla polizia e dai suoi ex compagni.
Noi potremmo dire, invece, che Martin Fallon è un uomo che nella propria vita ha fatto delle scelte in cui ormai non crede più. Un uomo che non si riconosce più nel proprio passato e che si sente schiacciare dal peso delle proprie azioni. È un uomo in fuga da se stesso e che, al contempo, cerca disperatamente di riscoprire il suo Io profondo e di recuperare quella parte di sé che ha perduto. Martin Fallon ha creduto nelle proprie scelte ed ha seguito i proprie ideali, siano essi simbolizzati dalla Fede Cattolica o dalla Lotta Armata o dal Sogno di una Patria indipendente e libera dall'oppressore. Egli ha perduto la fede nei propri ideali; ha perseguito degli scopi in cui a finito col non credere più, in cui non è più riuscito ad identificarsi.

"Siamo fondamentalmente soli! Non esistono scopi o ragioni di vita! [...] Io ho ucciso molti uomini... e per cosa? Perché qualcuno vincesse. Due fazioni che vogliono la vittoria finale, padre. E io ho scelto una delle due. Nessuno in guerra vuole capitolare o negoziare... e io non l'ho fatto! Io ho distrutto degli esseri umani e solo adesso ho capito che ogni volta che ho ammazzato qualcuno non facevo altro che distruggere me stesso".

Così spiega Fallon a padre Da Costa parlando dal pulpito della sua chiesa scalcinata, mezza chiusa per lavori di restauro.
Fallon vive una parabola catartica, confrontandosi con lo specchio della propria coscienza efficacemente personificato dalla figura di padre Da Costa. Questi è una sorta di alter ego positivo. Non è un caso che Da Costa prima di farsi prete sia stato un militare, un combattente ed un amante delle armi e delle strategia di battaglia.
Teatro di questo confronto fra il protagonista e il proprio alter ego è una chiesa che necessita di essere restaurata, così come necessita di restauri l'anima di Fallon. Una simbologia strettamente dualistica fra la chiesa come Tempio di Dio e il corpo umano come Tempio dell'Anima, da intendersi anche come Coscienza.
"Lei vivrà, padre", dice Fallon. "Non voglio averla sulla mia...".
"Anima immortale?", lo interrompe Da Costa. "Intendevo dire Coscienza, padre".

La perdita dei propri ideali, che si identifica con la perdita del proprio io cosciente, crea un vuoto incolmabile, che priva l'individuo dell'amore per la vita. Le scelte sbagliate del passato e tutte le azioni commesse ritornano e ti perseguitano senza lasciarti pace. Logorano il tuo presente e alimentano il duplice desiderio di espiazione e di autodistruzione.

"Padre, che lei mi creda o no, non ci saranno altri delitti, non per mano mia. Non c'è niente per cui valga la pena di uccidere o di morire. La cruda verità, padre... padre, la cruda verità è che non c'è niente per cui valga la pena di vivere!".

Se padre Da Costa è l'alter ego positivo di Martin Fallon, Jack Meehan è quello negativo. Personaggio eccentrico, peculiare, ma non caricaturale, Meehan è un impresario di pompe funebri per vocazione - "La morte per me è una forma d'arte" - e per professione è il capo di un'organizzazione malavitosa che si alimenta con giri di prostituzione, taglieggio, traffico e spaccio di stupefacenti, omicidi. Un uomo che vive al di là delle leggi e che va costantemente contro lo Stato Britannico. Si tratta di un individuo che persegue i propri scopi e i propri ideali, siano essi condivisibili o meno. In modo del tutto personale, egli si erge anche a giudice e ad amministratore di giustizia. Si noti ad esempio l'enfasi con cui viene mostrato il castigo del dipendente truffaldino, che ha "cercato di derubare una povera vecchia ignorante". Un cattivo? Indubbiamente. Privo di morale? Senz'altro. Ma ha comunque una propria etica, Jack Meehan.

"Siamo della stessa razza, noi due!", afferma all'inizio, quando cerca di convincere Fallon a lavorare per lui.
La differenza sostanziale fra il personaggio di Fallon e quello di Meehan consiste nel fatto che il primo, avendo perduto la fede nelle proprie scelte e nei propri ideali di vita, non ha più interesse a vivere e quindi non solo non teme la morte, ma quasi l'agogna. Tuttavia anche Meehan, quando apprende della morte del fratello, che è la sua primaria e più importante ragione di vita, accetta mestamente una morte cui avrebbe potuto scampare. Egli abbraccia letteralmente la morte, cullando la sacca contenete la bomba da lui stesso commissionata.

Martin Fallon ha dunque due differenti alter ego, ma anche gli altri personaggi sono parte della sua essenza.
Troviamo Docherty (Liam Neeson), militante dell'IRA e amico intimo di Fallon. Egli rappresenta il passato che ritorna, che ti bracca senza mai lasciarti. È rappresentazione delle scelte compiute e ormai reputate sbagliate, di tutta quella vita che si è vissuta e che ormai non ci appartiene più. Fondamentale per la comprensione del rapporto dualistico fra Fallon e il proprio passato, impersonato da Docherty, è il loro incontro in un boschetto al margine della strada, sotto un cielo fatto dalle chiome degli alberi e sopra un tappeto di foglie secche.
Personaggio antagonista a Docherty è Anna (Sammi Davis), la nipote cieca di padre Da Costa. Anna rappresenta il presente, la possibilità per Fallon di abbandonare definitivamente il proprio passato, rinunciando a quanto di male egli ha commesso. Anna è cieca, così come cieca è la giustizia. Lei non vede Martin e non lo giudica, né può giudicarlo per come egli appare. Anna va oltre i sensi, va oltre l'apparenza e scava nell'io profondo del protagonista. Anna è la speranza, è metafora della riscoperta della propria essenza più intima.
Ed è proprio questa essenza più intima che il presente "cattivo" di Fallon, quel presente che è diretta conseguenza delle scelte del passato e che è impersonato in questo caso da Billy Meehan (Christopher Fulford), il fratello minus abens di Jack, cerca violare con la violenza. Si pensi appunto al tentativo di stupro ai danni di Anna da parte di Billy.
Come corollario di questi personaggi, che ruotano tutti intorno a Fallon, ritroviamo la personificazione della due fazioni contrapposte: abbiamo la polizia inglese da un lato, rappresentata dal soprintendente Miller (Maurice O'Connel), che svolge le indagini sull'omicidio di Krasko, e da Gaskin (Ken Sharrock) della sezione speciale, che bracca Martin Fallon; dall'altro lato abbiamo Siobhan Donovan (Alison Doody), un'altra militante dell'IRA, bella, glaciale e spietata, che affianca Docherty nell'inseguimento di Fallon.
Queste due fazioni rivali, che sono anche il simbolo unitario del passato di Fallon, sono immortalate durante la bellissima sequenza finale del film in cui, mentre la salma di Martin viene portata fuori dalle rovine della chiesa, la bionda terrorista si sposta sotto una vetrata su cui è disegnata la caricatura di un bobby inglese. Le due fazioni unite dalla morte del loro comune nemico, ma anche il passato che non è riuscito a raggiungerlo e a trascinarlo via con sé.

Altra metafora eloquente, tutt'altro che retorica e perfettamente integrata con la trama e con l'evolversi degli eventi, è la sequenza in cui Fallon, spinto da Meehan, cade dalle impalcature del tetto della chiesa e si aggrappa al crocifisso nel tentativo disperato di non precipitare. Egli vi si stringe con tutte le proprie forze, ma le sue dita scivolano sul marmo levigato lasciandolo cadere inesorabilmente. Il crocifisso, dopo l'esplosione, cade a sua volta schiacciando Martin col proprio peso, fin quando padre Da Costa sopraggiunge per liberarlo.
Un crocifisso, che è simbolo della fede perduta, un appiglio che promette una speranza di salvezza, ma che, invece, diventa strumento di morte.

Appare evidente a questo punto che "Una Preghiera per Morire" non racconti tanto semplicemente e banalmente il conflitto fra Inghilterra ed IRA. Il film narra una bella storia di forte spessore umano, senza mai annoiare né cadere in impasse narrativi o in stupidi cliché.

Analizziamo ora questa pellicola sotto il profilo tecnico ed artistico.
Il regista Mike Hodges si è lamentato e reputa che questo sia il suo peggior film. La sua regia, questo è vero, non presente nessun guizzo creativo. La macchina da presa si limita a seguire i personaggi e a risolvere i lunghi ed intensi dialoghi col semplicissimo ricorso al campo e controcampo, come nella sopraccitata sequenza dell'incontro fra Fallon e Docherty.
Un'impostazione indubbiamente teatrale, ma perfettamente funzionale e confacente al ritmo della narrazione e alla miglior valorizzazione delle capacità espressive degli attori.
È evidente che Mike Hodges si è sentito imbrigliato, ma, ciononostante, è riuscito a regalare al pubblico alcune belle sequenze che esulano completamente dall'apparente manierismo che contraddistingue il resto della sua regia. Oltre alle bellissime sequenze iniziali e finali, meritano una considerazione a sé le sequenze dell'uccisione di Krasko in cui Hodges, ci offre un, seppur minimo, bel piano sequenza, e quella del tentativo di stupro ai danni di Anna, in cui il regista ci offre una soggettiva interessante e si dimostra capace di trasmettere il senso d'impotenza derivante dall'incapacità di vedere il proprio aggressore.
Per quanto Hodges si sia lamentato, in questa sede si reputa che la qualità complessiva della realizzazione e della messa in scena sia più che buona.

Il lavoro degli attori, alla faccia di quanto affermato da Kezich nel sopraccitato commento, è davvero eccellente. Guardando "Una Preghiera per Morire" lo spettatore non assiste alla recitazione di Mickey Rourke, di Alan Bates, di Bob Hoskins, di Sammi Davis. Lo spettatore vede Martin Fallon, Jack Meehan, padre Da Costa, Anna, e neppure per un solo momento egli è portato a vedere l'attore che sta caratterizzando quel determinato personaggio.
Mickey Rourke, a discapito delle sue lamentazioni, ci ha regalato una delle sue migliori interpretazioni.
Alan Bates è elegante e perfetto. Ci presenta un personaggio spietato, ma carismatico. La sua recitazione è composta da sapienti piccoli mutamenti d'espressione, movimenti di occhi ed intensità dello sguardo.
Bob Hoskins non è mai caricaturale né sembra essere un'imitazione di Mussolini (personaggio che aveva interpretato nel 1985 nello sceneggiato televisivo di Alberto Negrin "Io e il duce"; ruolo in cui molti all'epoca lo trovarono fuori parte).
Sammi Davis rende abilmente il personaggio della ragazza non vedente, attraverso una serie di movimenti e di gesti che risultano efficaci e convincenti.
Liam Neeson è terribilmente seducente e malinconico nel ruolo del perdente Docherty.
Alison Doody è algida e spietata proprio come il personaggio da lei interpretato.

La sceneggiatura, scritta a quattro mani da Edmund Ward e Martin Lynch, è ricca di dialoghi carichi d'intensità emotiva. Dialoghi lunghi e complessi, che non annoiano né stancano, ma consentono una profonda analisi introspettiva dei personaggi. In altri casi i dialoghi sono veloci e diretti, delineando alla perfezione ogni singolo personaggio anche con poche battute.

Le musiche di Bill Conti sono perfette. Malinconiche, ma mai struggenti, esse accompagnano le immagini del film senza essere invadenti e creando le atmosfere più adatte ad ogni singola situazione narrata.
Una curiosità: il brano che Martin Fallon suona con l'organo della chiesa è la Fuga in Sol Minore n° 578 di Johann Sebastian Bach.

"Una Preghiera per Morire" è una pellicola di buon livello e dalla struttura classica. Essa si dimostra capace di raccontare il dramma interiore di un uomo in fuga da se stesso. Un personaggio in cui molti, pur non avendo mai militato nel braccio armato dell'IRA, si possono riconoscere, grazie alla struttura abilmente e sottilmente metaforica della storia narrata.
È un film compatto ed incalzante, con un ottimo ritmo narrativo e ottimi interpreti.
A distanza di venti anni dalla sua realizzazione, si reputa che si tratti di una pellicola da recuperare e da rivalutare. Un prodotto assai più onesto e raffinato di molti film che si sono presentati come film di denuncia o di rottura con gli schemi classici.

"Chi è lei, signor Fallon? Lei nasconde se stesso agli altri!"

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Recensione a cura di Carlo Baldacci Carli - aggiornata al 26/09/2007

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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