Recensione martyrs regia di Pascal Laugier Francia, Canada 2008
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Recensione martyrs (2008)

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locandina del film MARTYRS

Immagine tratta dal film MARTYRS

Immagine tratta dal film MARTYRS

Immagine tratta dal film MARTYRS

Immagine tratta dal film MARTYRS

Immagine tratta dal film MARTYRS
 

Un popolo che ha bisogno di martiri è un popolo che muore!

Una bambina spalanca una porta, attraversa un corridoio ed esce all'aperto. La sua corsa è claudicante; i suoi affanni si confondono fra grida e lamenti. Indossa soltanto una canottiera lurida e le mutandine. I suoi capelli sono stati tagliati, quasi rasati. I suoi zigomi sono tumefatti e il suo viso porta i segni di molte percosse. Ha dei rivoli di sangue rappreso sotto le narici e ai lati della bocca così come sulla fronte e ai lati degli occhi. Il suo corpo è ricoperto di lividi e di altre ferite.
Il suo nome è Lucie e da un anno era scomparsa. E' il 1971.
Lucie è condotta in un ospedale pediatrico che si occupi del suo recupero sia fisico sia psicologico.
Le indagini cominciano dal luogo in cui la bambina era tenuta prigioniera. Si tratta di un fatiscente edificio di un'area industriale dismessa, situata in periferia.
La piccola ha vissuto per un anno in una stanza buia e, per la maggior parte del tempo, era incatenata ad una sedia forata al centro in modo che, senza alzarsi, potesse fare i propri bisogni che venivano raccolti in un secchio di latta sottostante. Lucie non ha subito molestie di carattere sessuale. I maltrattamenti che le sono stati perpetrati si concretizzano in percosse, alimentazione ridotta al limite con conseguente deperimento fisico e disidratazione, ipotermia, disturbo del sonno.
Nell'ospedale Lucie conosce Anna, una sua coetanea con cui divide la camera e con cui stringe amicizia. Attraverso Anna e attraverso la confidenza che Lucie ripone in lei, la polizia spera di riuscire a trovare gli indizi utili per individuare ed arrestare gli aguzzini che hanno torturato la bambina.
Purtroppo la mente di Lucie è disturbata. La bambina ha delle crisi d'identità, non ricorda chi fossero i suoi carnefici, è autolesionista, vive ancora nella paura. Però di una cosa Anna è certa: anche Lucie vuole stanarli e vuole fargliela pagare.
Lucie, inoltre, è perseguitata da una misteriosa presenza.
Quindici anni più tardi Lucie è convinta di aver trovato i suoi aguzzini, così s'introduce nella loro abitazione e li stermina.

Questa sinossi potrebbe costituire da sola la trama di un film di circa due ore e invece non è così. Quanto narrato fino a questo momento, Pascal Laugier lo concentra nei primi tredici minuti di "Martyrs". Da questo è facile comprendere quanto sia intensa la progressione narrativa del nuovo film del regista francese. I particolari si accumulano gli uni sugli altri. Un dettaglio, una parola, un singolo gesto o uno semplice scambio di sguardi, niente è lasciato al caso. Tutto serve per caratterizzare i personaggi e per preparare gli eventi che seguiranno. E si tratta di una mera preparazione narrativa, perché lo spettatore, per quanto smaliziato e per quanto possa essere stato messo in guardia dagli slogan pubblicitari, non può avere la più pallida idea del percorso che lo attende.

Pascal Laugier, dopo il suo esordio con "Saint Ange" (2004), ha deciso di alzare decisamente il tiro. Se la sua prima pellicola era un film piuttosto manieristico, che giocava quasi esclusivamente sulle atmosfere rarefatte e preparate con una cura meticolosa, oltre che sull'eleganza visiva, a discapito del ritmo narrativo e delle così dette immagini shock, "Martyrs" è il suo esatto contrario. Si tratta di una pellicola dal ritmo veloce e compatto che non lascia allo spettatore un solo attimo per prendere fiato. Anche in questo lavoro le atmosfere sono preparate con una cura meticolosa, ma Laugier, che ha abbandonato il manierismo di "Saint Ange", questa volta racconta la violenza e la sofferenza. E violenza e sofferenza trasudano da ogni immagine.

Premettendo che "Martyrs" è un film assai disturbante, doloroso, disperato e rattristante, si avverte il lettore che nel corso di questa analisi se ne riveleranno tutti i principali colpi di scena incluso il finale. Quindi, sconsigliando la lettura preventiva di quanto segue, si caldeggia vivamente la visione del film.

Poiché "Martyrs" è stato costruito con una tecnica narrativa assai curata, attenta ai tempi ed alla progressione espositiva, si reputa necessario svolgere prima un'analisi strutturale, poi un'analisi contenutistica e, infine, un'analisi artistica.

Da un punto di vista strutturale e parafrasando uno dei capolavori di Agatha Christie, la nuova pellicola di Laugier è una tragedia in tre atti preceduta da un prologo.

Ogni atto comincia con una valenza e termina con la valenza opposta. E, prima di procedere, è opportuno chiarire che, quando si parla di valenza positiva e di valenza negativa, non si vuole intendere lo stretto binomio di bene e male, bensì un insieme di emozioni e di situazioni che siano in conflitto fra di loro.

"Martyrs" si apre in positivo, con la fuga di Lucie (Jessie Pham) dai suoi aguzzini, e termina in negativo, con la creatura che tormenta la povera bambina. Questo prologo, che dura una manciata di minuti, è stato scritto e sviluppato con sapienza ed abilità narrativa. Esso è denso di elementi e di significati che acquistano e sviluppano tutta la loro forza soltanto dopo la visione di tutto il film.
Dopo il prologo, abbiamo il primo atto che narra la vendetta di Lucie (Mylène Jampanoi). Agli occhi del pubblico si presenta una scena ordinaria di vita familiare apparentemente armoniosa che viene spezzata dall'improvvisa irruzione della ragazza armata di fucile e dalla successiva carneficina. Questo atto raggiunge il proprio apice nel confronto fra Lucie e il proprio senso di colpa e termina con il suo suicidio.
Nel secondo atto Anna (Morjana Alaoui), che fino a quel momento è rimasta nell'ombra, entra in primo piano rivelandosi la vera protagonista del film.
Questo atto comincia in modo rarefatto. Tutti i personaggi del primo atto sono morti ad eccezione di Anna, che si trova sola in una casa di campagna teatro della strage. Lucie è morta e con lei sembra essere morta la sua follia omicida e tutto quell'orrore che si portava dentro fin da quando era bambina. Poi la svolta: il ritrovamento di una ragazza orribilmente suppliziata nei sotterranei della casa. L'atto termina con l'arrivo di Mademoiselle (Catherine Bégin) e con la narcotizzazione di Anna.
Il terzo atto si articola in due tempi: il martirio di Anna della durata di circa venti minuti e le conseguenze di tale martirio, altri quindici minuti includendo i titoli di coda, che culminano con il suicidio della Mademoiselle, ossia con la morte del principale carnefice.

Da questa esposizione risulta piuttosto evidente come ogni singolo atto, se sviluppato ed ampliato, avrebbe potuto da solo costituire un film a sé stante.
Il primo atto sembra potersi inquadrare nel cosiddetto genere del Rape and Revenge, ma se in tale genere la vendetta costituisce il momento catartico del film, in questo caso è un semplice incipit.
Il secondo atto si concretizza in una pura preparazione, ma se lo si separa dal contesto generale del film ci troviamo di fronte ad un dramma umano dai forti risvolti psicologici. Qui Laugier mostra al pubblico il lato compassionevole, altruistico e samaritano di Anna. Lato del suo carattere che era già ben caratterizzato nel prologo, anche se in modo più sottointeso e sfuggente.
Il terzo atto a sua volta potrebbe essere distaccato dal resto della struttura, andando a scivolare in uno dei tanti film dell'orrore basati sulla segregazione e sulla tortura.
Tuttavia, non ci si deve far fuorviare da quanto appena detto. La struttura di "Martyrs" è solida e compatta e i suoi tre atti sono perfettamente amalgamati.
Si è voluto precisare che ogni singolo atto avrebbe potuto costituire un film a sé stante semplicemente per chiarire che la nuova pellicola di Laugier, a discapito di quanto è stato affermato con superficialità da una certa parte della critica, non si inquadra in un genere cinematografico preciso e, soprattutto, non è una ridicola emulazione di determinate pellicole di genere Horror americane fra cui l'insulso "Hostel" né di quelle orientali, fra cui ricordiamo alcuni capolavori dell'ottimo Takashi Miike.
"Martyrs" non cade nel grottesco, né sdrammatizza mai facendo ricorso ad un qualche genere di ironia o di humour nero.

Pascal Laugier si propone con successo di affrontare una vasta serie di tematiche e per raggiungere il proprio scopo attinge a moltissimi elementi del cinema di genere, ma senza mai cadere nel banale né nel ripetitivo. Egli mescola gli ingredienti con originalità e dona alla pellicola un taglio personalissimo e tanto potente sia sotto un profilo estetico, sia sotto un profilo narrativo, da imporsi nel panorama cinematografico mondiale, divenendo per ciò solo un riferimento e un indice di paragone con cui d'ora in poi i registi dei film di genere non potranno evitare di confrontarsi.

Laugier, che naturalmente è anche lo sceneggiatore della propria opera, affronta le proprie ossessioni alla stregua di come i suoi personaggi si trovano costretti ad affrontare le proprie paure.
La violenza più brutale, la sopraffazione, il complesso di colpa, la ricerca mistica che caratterizza ogni società che ha raggiunto il punto del tracollo, la pietà, la desolazione per quella che è la condizione umana, la speranza e la disillusione unite al miraggio dell'uomo di essere padrone ed artefice del proprio destino, la libertà e il diritto alla vita sono i principali temi affrontati dal regista.

"Martyrs" è costruito principalmente sul paradigma dualistico sadiano vittima-carnefice.
Nella storia del cinema la filosofia del marchese De Sade è stata portata sugli schermi in tutta la sua più efferata crudezza una sola volta. Era il 1975 e il film era "Salò o le 120 Giornate di Sodoma" di Pier Paolo Pasolini, fedelmente tratto dall'omonimo romanzo di De Sade (e più in generale dagli studi contemporanei sulla produzione artistica dell'autore "maledetto") e solo ingannevolmente adattato in chiave più moderna.
In questa sede non si vuole instaurare un confronto fra queste due pellicole che sono enormemente distanti l'una dall'altra. Ma restando ancora per un momento su questa falsa riga, si potrebbe affermare che "Martyrs" sia esclusivamente lo sviluppo e l'estensione del Girone del Sangue del film di Pasolini.

Nel paradigma sadiano, semplificando all'estremo, il mondo si divide in vittime e carnefici. I carnefici si raggruppano in un'oligarchia che ha bisogno delle vittime. Non vi è disprezzo per le vittime, né pietà nei loro confronti: le vittime sono necessarie.

Al suo primo incontro con Anna la Mademoiselle dice testualmente:
"Lucie non è altro che una vittima, come tutte le altre! E' così facile creare una vittima, signorina, così facile...".

Ma se nel paradigma sadiano le vittime sono indispensabili affinché l'oligarchia di carnefici possa soddisfare i propri bisogni, ripristinando quell'equilibrio sancito da Madre Natura ed infranto da quell'insieme di valori e di diritti umani che De Sade ripudia, in "Martyrs" si va oltre. Lo scopo ultimo dell'Organizzazione è trovare un soggetto capace di sostenere un autentico martirio e di raggiungere la susseguente trasfigurazione trascendente.

Dice infatti ancora la Mademoiselle:
"Il mondo ormai è così fatto che non ci sono altro che vittime! I martiri sono assai rari; i martiri sono tutt'altra cosa. Il martire è un essere eccezionale, signorina! Egli sopravvive alla sofferenza, sopravvive alla privazione, si fa carico dei mali delle Terra e si abbandona. Egli trascende se stesso - capite questa parola? - si trasfigura".
Ossia il martire raggiunge uno stato catartico che gli consente di oltrepassare i limiti della realtà sensibile imposti dal corpo. Su questo concetto torneremo più avanti.
Quello che, invece, preme sottolineare è che la distinzione fra vittima e martire ha esclusivamente fini narrativi, poiché risulta evidente che nell'ottica di Laugier non vi è nessuna distinzione, tutti sono vittime! In certa misura lo sono anche i carnefici.

La violenza che Laugier ci propone non è mai ludica, né fine a se stessa.
Come detto in precedenza, si tratta di una violenza brutale e calcolata.
Durante i lunghi venti minuti in cui Anna viene martirizzata, lo spettatore non assiste a niente di ricercato o di straordinario. Anna è tenuta prigioniera, è maltrattata, è malnutrita ed è percossa costantemente. Non si assiste dunque a ingegnose e machiavelliche torture, destinate a soddisfare chissà quale perversione edonistica, bensì ci si trova a confrontarsi con la più semplice e brutale sopraffazione del più forte nei confronti del più debole.
Anna viene spogliata degli abiti, della libertà, della salute, del diritto di vivere la propria vita, della dignità ed infine anche della sua ultima difesa naturale: la pelle. Anna, infatti, è spellata e mantenuta in vita.
La decorticazione è indubbiamente il martirio più raccapricciante fra tutti quelli tramandati dalla tradizione cristiana. Ma Laugier non vuole solo sconvolgere lo spettatore attraverso l'impatto visivo di un corpo scorticato. Egli ancora una volta va al di là della mera apparenza.
La pelle che ricopre il corpo umano è l'ultimo confine di separazione fra l'uomo e il mondo che lo circonda. Si tratta di un organo protettivo, un organo di difesa dell'individuo.
Dal momento in cui è decorticata, Anna non ha più niente. Le ferite si rimarginano, i lividi si riassorbono, le ossa si rinsaldano, ma la pelle non ricresce. Anna ormai è in balia dei propri aguzzini. Ormai appartiene completamente a loro. E' privata anche del diritto alla morte. Non c'è nessuna speranza di salvezza, non ci sono vie d'uscita. Se la penetrazione può apparire come un'invasione del mondo esterno nell'intimo del corpo di una persona, la decorticazione equivale ad aprire l'individuo al mondo esterno, a metterlo completamente a nudo e senza nessuna difesa. Il mondo esterno si è impossessato completamente e definitivamente dell'individuo. In senso più lato essa consiste anche nella perdita dell'individualità e nella depersonificazione dell'essere umano, il cui corpo si riduce ad un meccanismo che può essere smontato e manipolato a piacere.

Aver cominciato l'analisi partendo dalla violenza non è stata una scelta casuale anche se naturalmente nel film la progressione narrativa consiste anche in una progressione della violenza.
Nel primo e nel secondo atto del film, infatti, Laugier mostra al pubblico gli effetti di quelle violenze che Lucie ha subito e che Anna vivrà soltanto nel terzo ed ultimo atto.
Nel primo atto Lucie sembrerebbe la sola autrice di violenza, ma anche questo è un inganno voluto e calcolato dal regista.
Lucie non è libera nelle scelte e nelle proprie azioni. E' vero che stermina una famiglia ed è anche vero che è una ragazza malata di mente, che potrebbe aver massacrato una famiglia innocente, ma qui non interessa entrare nel campo assiologico delle azioni di Lucie, bensì interessa sapere che cosa le ha causate. E la risposta è semplice: le violenze di cui è stata vittima da bambina. Non è semplicemente vendetta quello che Lucie va cercando. Lei ricerca l'espiazione per una colpa che in realtà non le è neppure imputabile.
La creatura, che Lucie vede e che la perseguita fin da quando è bambina, naturalmente è una sua proiezione mentale. E non cada in inganno lo spettatore nel pensare che la prevedibilità di tale soluzione sia un errore sfuggito a Laugier in sede di sceneggiatura.
Fin dalla prima comparsa della creatura, infatti, il regista suggerisce al pubblico la vera essenza di questo mostro.
La creatura altro non è che il senso di colpa di Lucie. Essa ha il volto tumefatto di un'altra donna martoriata che Lucie ha visto, quando da bambina è riuscita a fuggire, e che non ha avuto il coraggio di liberare. E' infatti palese che se Lucie avesse cercato di salvare quella donna, non solo non vi sarebbe riuscita, ma sarebbe anche stata immediatamente riacciuffata dai suoi aguzzini.
Né la logica, né la morale, né l'etica condannerebbero mai la bambina per la propria condotta, ma resta il fatto che quella donna è morta mentre Lucie si è salvata. E questo lei non riesce a perdonarselo.
Spiegherà più tardi la Mademoiselle che vedere cose inesistenti è una logica conseguenza delle torture e dei traumi subiti, ma il caso di Lucie resta particolare e ad avere la predominanza rimane sempre e soltanto il senso di colpa.
Sono semplicemente struggenti le sequenze in cui la ragazza si punisce, convinta che a punirla sia la donna che lei non ha salvato.
Lucie è un personaggio bellissimo, determinato ma fragile, buono ma squilibrato, dolce ma aggressivo. Il prodotto della violenza su una creatura innocente.

Nel secondo atto Laugier ci fa toccare più da vicino la violenza sempre mostrandocene i suoi effetti attraverso la visione del corpo martoriato della ragazza suppliziata nei sotterranei della casa. Qui c'è una duplice finalità: la prima e più evidente consiste nel conferire la più completa assoluzione a Lucie, dimostrando che effettivamente ha sterminato una famiglia di mostri; la seconda e meno evidente consiste nel mostrare la forza di carattere, l'altruismo, l'innata carità, la compassione e l'umanità di Anna.
Inoltre, nell'autolesionismo della ragazza suppliziata si pone un secondo importante distinguo con Lucie. La ragazza suppliziata si affetta con un coltello e si sbatte contro un muro perché crede che il suo corpo sia ricoperto di scarafaggi e di altri insetti schifosi. In altre parole quest'ultima cerca di porre fine ad uno stato di sofferenza immaginario, mentre Lucie non riesce a perdonare se stessa per essere ancora viva e cerca la propria espiazione attraverso il tormento corporale che culmina col suicidio, da intendersi non come atto punitivo ma come atto liberatorio.

Merita ancora un discorso l'immagine sociale sottesa.
L'oligarchia dei carnefici è un'evidente e forse un po' troppo semplificata metafora della società occidentale. Una società umana che ha raggiunto l'apice del proprio sviluppo a discapito di quelli che in passato erano stati i suoi valori fondanti.
Laugier vuole presentare una società che ha raggiunto il punto della rovina e che, come è sempre accaduto nella storia delle società umane, avendo raggiunto il limite del baratro si getta alla ricerca metafisica di una spiritualità che ha perduto.
L'intento è molto buono e ben costruito, ma in certa misura è mal sviluppato.
Questo è il punto debole di tutto il film.
La ricerca di qualcosa dopo la morte come fine ultimo dell'Organizzazione è un espediente narrativo come qualsiasi altro. Altrettanto dicasi del fatto che non sarà mai rivelato quello che Anna afferma di aver visto durante la trasfigurazione.
Più interessante è il suicidio della Mademoiselle che, pur inquadrandosi in un contesto di una certa furberia narrativa, è molto ben costruito.
Mademoiselle, infatti, è nella sala da bagno, davanti allo specchio. Così come Anna è stata spogliata della propria immagine esteriore, anche Mademoiselle si spoglia della propria apparenza. Si strucca, si toglie il turbante, si leva le ciglia finte e la parrucca e infine si spara in bocca.

"Etienne, sapreste immaginare che cosa c'è dopo la morte? Dubitate, Etienne!", queste le sue parole prima di tirare il grilletto.

Il capo dei carnefici diventa vittima ed è stata Anna a renderla tale. Un fulmineo ribaltamento dei ruoli.
Il suicidio di Mademoiselle è la società che muore, quella società che necessitando di martiri dissemina il mondo di vittime.

A questo punto è chiaro quanto l'opera di Laugier sia riuscita ad andare al di là dei canoni e dei confini del cinema Horror e quanti siano i livelli di lettura di questa pellicola per chi non desidera fermarsi esclusivamente all'impatto con la violenza visiva e psicologica.

La regia di Laugier è accurata e perfettamente confacente alla storia narrata. La sua ricerca estetica è di alto livello. E' inutile in questa sede descrivere la bellezza di alcune scene come quella del suicidio di Lucie, se ne consiglia semplicemente la visione senza altro aggiungere.
E' ammirevole anche il richiamo estetico dell'iconografia medievale adattata in chiave moderna. Come non ricordare, ad esempio la statua di San Bartolomeo conservata nel Duomo di Milano.
Una sorta di continuità della crudeltà umana che attraversa i secoli e che elabora tecniche sempre più sofisticate per procurare dolore e sofferenza ai propri simili.
Inoltre, il regista riesce ad affrontare, attraverso le immagini e sotto un profilo quasi esclusivamente estetico, la tematica della trasformazione attraverso la sofferenza. Una sofferenza che non è mai salvifica indipendentemente che trasformi la persona che la subisce in una vittima, in un martire o in un carnefice. Il corpo umano si riduce a semplice carne, a un insieme di materiali organici, oggetto di esperimenti alla stregua di un blocco di marmo in mano a uno scultore.
Pascal Laugier ci offre una prova perfettamente equilibrata, visivamente elegante ed emotivamente disturbante, non priva di poesia e di malinconia.

Le due attrici protagoniste sono magnifiche.
Mylène Jampanoi, già vista sugli schermi italiani ne "I fiumi di Porpora 2" (2004) e nell'ottimo "36, Quai des Orfèvres" (2004), è semplicemente magnifica e riesce ad essere bella e seducente anche in un ruolo che davvero non esalta le sue qualità estetiche. La sua interpretazione è capace di trasmettere allo spettatore tutto il tormento interiore e tutta la sofferenza del personaggio.
Morjana Alaoui è molto brava e affronta un ruolo abbastanza scomodo con professionalità e con disinvoltura.
Si consideri che Pascal Laugier ha avuto serie difficoltà a trovare le due attrici protagoniste. In un'intervista egli ha infatti dichiarato che la maggior parte delle attrici a cui aveva proposto il ruolo, dopo aver letto il copione, hanno rifiutato con sdegno alla stregua di un film pornografico.
Addirittura anche il produttore Richard Grandpierre, generalmente desideroso nel lanciarsi in progetti dallo scandalo facile, aveva reputato il copione di "Martyrs" troppo duro, salvo poi ricredersi ed accettare.
Il resto del cast artistico è perfettamente funzionale e credibile.

Pascal Laugier è un accanito estimatore del cinema dell'orrore italiano, in particolar modo di quello degli anni sessanta, settanta. Egli ha sempre dichiarato di considerare come proprio maestro Dario Argento, al quale ha dedicato questa pellicola.

"Martyrs" è un film che merita almeno due visioni, poiché di primo acchito lo spettatore, inondato dalla violenza psicologica e visiva, potrebbe perdersi molto di ciò che questa pellicola offre.
L'occhio di Laugier mostra empatia e pietà per le sue protagoniste e, invece, non offre nessuna pietà allo spettatore che si troverà trascinato all'interno di una storia crudele, desolante e senza nessuna speranza.
Quello che resta alla fine è una profonda tristezza, un senso d'impotenza e di angoscia, perché "Martyrs" prima di tutto è un film che racconta la sofferenza dell'essere umano.
Non si tratta di un film che vuole spaventare o far paura nel senso più blando del termine; è un film che fa male!
Non ci sono vie d'uscita, non c'è speranza, quello che resta è il filmino di due belle ed ingenue bambine che giocano fra loro, ignare della sorte che le attende. Un filmino che apre e chiude quest'opera di Laugier. Un'infanzia perduta, due vite violate, due esistenze rubate.
Tutti siamo in balia della violenza. La sofferenza, l'agonia, il dolore, la sopraffazione sono ovunque e chiunque un giorno può riscoprirsi vittima.
Non c'è nessuna giustificazione per i mali che le protagoniste sono costrette a vivere. Il solo barlume di speranza potrebbe paradossalmente risiedere nella risposta alla ricerca condotta dall'Organizzazione di scellerati. Solo la certezza dell'esistenza di una vita dopo la morte potrebbe costituire una sorta di compensazione a tutto questo.
Tuttavia, non appare questa la visione offerta da Laugier.
"Martyrs" a conti fatti è un film doloroso, terribilmente triste e malinconico, se a una seconda visione non vi commuove la visione delle due bambine che giocano insieme, dei loro sorrisi e dei loro sguardi vivaci, forse allora non siete riusciti ad entrare in questa storia e vi siete fermati solo alla sua superficie.
La sola domanda che si pone dopo la visione di un film come questo è quella proposta dal gradissimo scrittore Isaac Bashevis Singer:

"Vi è mai qualcuno che trovi compenso ai propri dolori finali? Esiste un paradiso per i bovini, i polli, i porci macellati, per le rane spiaccicate sotto i piedi, per i pesci presi all'amo e sottratti al mare, per gli ebrei torturati da Petljura o fucilati dai bolscevichi, per i sessantamila soldati che hanno versato il loro sangue a Verdun? Già mentre ero lì a rimuginare su simili domande, milioni di persone e di animali stavano morendo. Molti esseri umani erano intrappolati in prigioni, ospedali, all'aperto per strada, in cantine, in baracche. Buon per te papà che credi! Può essere che tu abbia ragione".

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Recensione a cura di Carlo Baldacci Carli - aggiornata al 24/04/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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