quintet regia di Robert Altman USA 1979
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quintet (1979)

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locandina del film QUINTET

Titolo Originale: QUINTET

RegiaRobert Altman

InterpretiBibi Andersson, Fernando Rey, Vittorio Gassman, Paul Newman

Durata: h 1.59
NazionalitàUSA 1979
Generefantascienza
Al cinema nel Dicembre 1979

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Trama del film Quintet

La terra si trova nel mezzo di una nuova glaciazione; l'umanità è allo stremo. Tra coloro che hanno ancora energie a disposizione va molto di moda un gioco chiamato Quintet, che ha come posta in palio la vita dei perdenti. Essex è un cacciatore che accetta di giocare per capire quale sia il senso di quest'esperienza.

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Voto Visitatori:   6,75 / 10 (4 voti)6,75Grafico
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Voti e commenti su Quintet, 4 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

Gruppo REDAZIONE amterme63  @  22/06/2009 18.02.45
   7 / 10
Film decisamente "intellettuale", anche se si maschera da film di azione/avventura per poter avvincere in qualche maniera lo spettatore. E' quindi un film di un certo impegno, che lascia comunque il segno in chi lo guarda. Gli manca per essere un film bello e coinvolgente il pathos che hanno ad esempio Solaris e Blade Runner, i due film che vengono in mente vedendo Quintet. Volendo essere anche distaccato nel suo approccio, manca comunque di forza drammatica. E' decisamente un film statico, un film contemplativo su di una situazione di disagio, di scacco esistenziale - una costante stilistica dei film di Altman, che può spesso causare reazioni di disinteresse o noia negli spettatori poco vogliosi di "riflessione".
Che sia un film fuori dal comune lo si vede fin dalle prime inquadrature. Tutte le immagini portano un orlo sfocato (come in un sogno, anzi in un incubo). Le musiche (bellissime) sono di una cupezza e di un'angoscia fini e penetranti e incombono dall'inizio alla fine a contrappuntare immagini di grande solitudine: distese bianche e tormentate, ruderi innevati di una civiltà decaduta in un crepuscolo perenne di ocra e grigio rossastro. Perché il mondo si è ridotto così? Non si sa, anzi non importa. Basta contemplare un possibile destino dell'umanità all'epoca (periodo dello scoppio della cultura punk/new wave) considerato come quasi inevitabile. E' senz'altro un film che risente di quella cultura, il crogiolarsi nell'autodistruzione, nel ferirsi/sentirsi morto per sentirsi vivo (in una scena una donna mette la mano sul fuoco per sentire dolore e quindi sentire la vita).
Le scenografie quindi sono forse le vere protagoniste, con la loro visione parziale di un mondo ormai rassegnato alla fine, in una civiltà morente. Salta all'occhio la mancanza di un sistema collettivo di funzionamento, di uno straccio di società. I morti ad esempio non vengono nemmeno seppelliti ma si lascia che i rottweiler li mangino. Regna l'indifferenza, l'attesa della morte e dell'estinzione. Ognuno vive per se, diviso dagli altri, le classiche monadi isolate del mondo di Altman.
La reazione delle persone di "valore", qual è? Giocare a Quintet, una specie di ossessione collettiva. Tutti vanno a fondo, ma tutti continuano imperterriti a giocare a Quintet, come se fosse l'unica cosa che conta nella vita, o almeno l'unica emozione che la vita può ancora regalare. Anzi c'è una variante del gioco che vede la gente uccidersi veramente, invece che fittiziamente con i dadi. Questo è il top delle esperienze per quella civiltà, sentire la morte per sentire la vita. Il film abbonda di citazioni filosofiche anche molto profonde, peccato che si faccia fatica a ricordarsele o a rifletterci sopra con agio.
L'intento allegorico è abbastanza evidente. Il richiamo è alla nuova civiltà della fine degli anni '70 in cui quello che conta è il divertimento, il ballo, la distrazione, mentre il mondo sembra marciare verso la distruzione (crisi economica, pericolo nucleare, inquinamento ...).
Su questo sfondo molto ben fatto e suggestivo si muove la storia di Essex, che perde la donna amata (coinvolta sua malgrado nel gioco) e quindi si dedica a capire perché sia morta, fino a dedicarsi pure lui a Quintet. Questa parte assomiglia ai western o ai film di samurai, con alcune grandi figure solitarie che si affrontano fra di loro. E' la parte più debole perché poco giustificata e poco sentita e neanche tanto spettacolare. Il più grosso difetto è questa freddezza e impenetrabilità dei personaggi che agiscono per massime filosofiche più che per sentimenti o istinti umani. Anche gli attori non danno il meglio di sé. Paul Newman ha quasi sempre la stessa maschera imperturbabile per tutto il film e si fa fatica a capire le sue ragioni (è mosso dalla vendetta?). Gassman è fin troppo teatrale mentre si salva Fernando Rey nel dare un piglio diabolico e opportunista al suo personaggio.
Come ha detto bene Gaunt uno dei film più cupi e pessimisti. Fa riflettere. Sì penso che valga la pena vederlo. Fa bene. Anche noi adesso, senza accorgersene, abbiamo il nostro grande Quintet che ci instupidisce e non ci fa vedere il disastro che abbiamo intorno.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  28/01/2008 21.58.52
   7½ / 10
Nella sua escursione nel cinema di fantascienza, Altman dipinge un mondo fra i più tetri immaginabili, dominati più dalla rassegnazione che dalla disperazione. Il gioco è diventato talmente totalizzante che rappresenta la vita stessa, la sua essenza. Una vita consacrata al presente senza un passato definito e soprattutto senza un futuro. Uno dei film più cupi e pessimisti mai visti dal sottoscritto, con un ottimo cast, ma con qualche passaggio lento e macchinoso. Molto suggestiva l'ambientazione, un nuovo medioevo in una nuova era della glaciazione.

Beefheart  @  08/12/2007 10.40.44
   5½ / 10
Un tentativo mal risucito di esprimere il degenero dell'umanità auto-distruttrice attraverso un thriller fanta-apocalittico fumoso, senza mordente e poco avvincente. Abbastanza originale l'idea del "gioco di morte" (soprattutto all'epoca in cui uscì questo film), che generalmente funziona bene nel tracciare il livello di degrado morale, psicologico e sociale delle persone che vi prendono parte con inconcepibile leggerezza e di coloro che ne accettano la brutalità. In questo caso però le emozioni scarseggiano e se non fosse per la lentezza di alcuni passaggi il tutto scorrerebbe via senza lasciare traccia, nonostante la presenza di alcune scene a forte impatto. Lo scenario del contesto urbano stravolto dalla glaciazione planetaria è reso discretamente bene dalle scenografie che, a quanto pare, sono frutto del recupero degli allestimenti dell'esposizione di Montreal del 1967. Se l'atmosfera ed i personaggi risultano pesantemente cupi e cinerei è senza dubbio grazie, oltre alla discreta interpretazione del cast ed all'esperta mano del regista, anche alla fotografia: opprimente e parca di luminosità anche negli esterni, dove neve, ghiaccio e cielo fanno tutt'uno in un monotono bianco-grigiastro. Curiosa la scelta di vestire i personaggi in costumi cinquecenteschi. Del nutrito cast quello che mi convince di meno è Vittorio Gassman nella parte di Saint Christopher, il contendente numero uno alla vittoria del Quintet; mentre gli altri, tutto sommato, non se la cavano male. In definitiva direi che questo film non è da buttare ma rimane troppo pretenzioso e lontano dalla migliore espressione del regista.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  09/01/2007 23.30.22
   7 / 10
Ignobilmente bistrattato dalla critica e ignorato dal pubblico, questo (raro) excursus di Altman nella fantascienza in realtà ha una sua dignità: per quanto incapace di ricostruire le atmosfere che fecero grande il russo Tarkovskji (a tratti il film lo ricorda), il regista americano costruisce un film forse prolisso ma affascinante come metafora agghiacciante del destino dell'umanità.
Straordinaria la fotografia, memorabile Gassman in trasferta

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