il cliente (2016) regia di Asghar Farhadi Iran, Francia 2016
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il cliente (2016)

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locandina del film IL CLIENTE (2016)

Titolo Originale: FORUSHANDE

RegiaAsghar Farhadi

InterpretiShahab Hosseini, Taraneh Alidoosti

Durata: h 2.05
NazionalitàIran, Francia 2016
Generedrammatico
Al cinema nel Gennaio 2017

•  Altri film di Asghar Farhadi

Trama del film Il cliente (2016)

Costretti ad abbandonare il loro appartamento al centro di Teheran a causa di urgenti lavori di ristrutturazione, Emad e Rana traslocano in una nuova abitazione. Un incidente con l'ex inquilina sconvolgerà la vita della giovane coppia.

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Voto Visitatori:   7,93 / 10 (14 voti)7,93Grafico
Miglior film in lingua straniera
VINCITORE DI 1 PREMIO OSCAR:
Miglior film in lingua straniera
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Voti e commenti su Il cliente (2016), 14 opinioni inserite

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olikarin  @  10/09/2017 23:05:29
   8 / 10
È il primo film che guardo di Asghar Farhadi: ma "Il cliente" cosa rivela? Realtà o finzione? Realtà nella finzione o finzione nella realtà? O semplicemente le cose così come stanno? Il regista ci mostra con un montaggio alternato la vita di Emad e Raana sia nella quotidianità sia nello spettacolo teatrale. Le primissime inquadrature, che non sono altro che dettagli del set, inizialmente non ci dicono nulla, poi con un graduale allontanamento della macchina da presa questo ci viene svelato nella sua totalità.

Senza troppi giri di parole, il film tratta di una coppia costretta a trasferirsi dal proprio appartamento, per via di problemi strutturali, in uno nuovo, che crea loro diversi problemi: per meglio dire, il problema è la vecchia proprietaria. Ma in realtà la prima responsabile dell'accaduto è Raana stessa e la sua imprudenza. Nonostante sia riprovevole il gesto del "cliente" bisogna riconoscere che la donna ha agito seguendo l'impulso. Il cliente, da cui il titolo, si rivela soltanto un uomo schiacciato dal suo stesso senso di colpa, paradossalmente è un individuo che si finisce per compatire. Non è neppure chiaro se abbia commesso o meno il fattaccio. La pellicola manifesta quanto occulta, spiega e nasconde allo stesso tempo: ciò che fa Asghar è darci parte della verità, spetta a noi completarla con la nostra immaginazione.

All'inizio del film è evidente una buona complicità tra i due, nella vita quanto nella recita teatrale, per poi arrivare a una disgregazione, a un'incomprensione profonda che si ripercuote anche nella finzione. Emblematico lo scambio di sguardi prima di andare in scena che rivela ormai la separazione (in parte citando un altro film di Farahadi che spero di vedere il prima possibile) che li attanaglia. Se inizialmente è Raana a mostrare debolezza, a non voler denunciare i fatti, la situazione successivamente si ribalta: lei comincia a rassegnarsi, e lui vuole in ogni modo difenderla, fare giustizia e punire il colpevole. Ma quest'impulsività, questo desiderio di vendetta è la loro condanna. Quel dolore li ha divisi, quell'incapacità nel venirsi incontro, la difficoltà nel colmare l'uno il problema dell'altra. Sono come due pezzi di un puzzle che non combaciano più.

È una pellicola piuttosto amara, con un finale sospeso, certo possiamo immaginare cosa sia successo ma il regista preferisce non svelarcelo. Mostra con quanta facilità e sofferenza un rapporto possa essere gravemente minato, quanto possa essere instabile, anche quando non si direbbe. Sviscera l'animo umano secondo più punti di vista: chi subisce un trauma, chi vive accanto a chi lo subisce e chi compie l'azione riprovevole. Il regista mette in evidenza il senso di paura, debolezza e terrore che si insinua in chi subisce un torto persino all'interno della propria abitazione; il senso di insoddisfazione perenne di chi vive con chi soffre: qualsiasi cosa faccia non va bene, perché non c'è niente che davvero dia pace a chi è sconvolto; e infine il senso di colpa e desolazione di chi sbaglia. Tre punti di vista differenti che non riescono a conciliarsi.

Farhadi ci fa riflettere sulle mille sfumature di cui son fatti i rapporti umani, sulla loro preziosità e sull'importanza di preservarli, perché basta un niente per fare di un perfetto castello di carte un mucchio di polvere..

M-Wil  @  16/08/2017 20:41:04
   7½ / 10
Il teatro della vita e la maschera che ognuno di noi porta. Il punto di rottura, confine del conflitto etico dell'uomo. Uomo che può rappresentare il bene o male per chi ci circonda, a seconda del contesto in cui si trova. Come la ricerca della vendetta di un animo buono o l'affetto della famiglia verso un'anima sporca.

daaani  @  08/08/2017 23:31:52
   5½ / 10
Melodrammatico, tedioso ed eccessivamente lungo. Mi aspettavo tutto un altro film... Purtroppo capita quando si hanno aspettative altissime.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  02/08/2017 22:24:36
   7½ / 10
La casa, lo spazio domestico é generalmente considerato un rifugio e infonde sicurezza. Quando si viene aggrediti all'interno di questo spazio, il risultato è quello di subire una violenza a volte molto più grande dell'effettivo danno. Il protagonista del Cliente si sente oltraggiato da questa intrusione alla stessa stregua, ad esempio, di un grave sgarro nel mondo criminale. Un torto così grave che lo trascinerà in una spirale d'odio senza ritorno.
Sia pure utilizzando toni molto minimalisti Il Cliente ha in sè delle venature da thriller. L'evoluzione di Emad è qualcosa che non ti aspetteresti in un contesto del genere. E' un uomo di cultura, insegnante ed attore di teatro, tuttaltro che un fanatico. Eppure cede sistematicamente ad un retaggio sotterraneo che non lo porta a denunciare il fatto alla polizia e chiedere giustizia. Diventa una questione di giustizia privata e di vendetta nei confronti di tale oltraggio. Diventa giudice e boia. Emblematica quell'immagine finale che vede marito e moglie separati in sala trucco. C'è ancora troppa asimmetria nella società iraniana tra uomo e donna. Una società maschilista incapace di perdonare al contrario della donna.

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR 1819  @  29/07/2017 21:39:24
   8 / 10
Farhadi è un profeta del realismo. Insostituibile.

VincVega  @  25/04/2017 11:39:40
   7½ / 10
Ottimo film di Farhadi, forse non ai livelli di "Una Separazione", ma lo stile inconfondibile del regista Iraniano si nota anche in questo lungometraggio. "Il Cliente" è un dramma sociale che sconfina nel (quasi)thriller di vendetta, progressivo nel dipanare gli eventi che si scateneranno e che cambieranno la vita dei protagonisti. Finale intenso. Bravissimi gli attori.

polbot  @  19/04/2017 13:35:20
   8 / 10
Ho preferito l'ancora più intenso UNA SEPARAZIONE, ma anche in questo caso il premio è meritato. Ancora un film che scava nelle viscere dell'essere uomini.

Cinecriticone  @  06/03/2017 12:01:47
   9 / 10
Film giustamente premiato con l'oscar come miglior straniero.
Farhadi ripercorre le problematiche sul rapporto fra i sessi nella sua terra, già evidenziate benissimo nel precedente film. Attori bravissimi. Da vedere.

addicted  @  17/02/2017 18:31:07
   8½ / 10
Consigliatissimo! Parte con una sequenza iniziale di grande effetto, prende inaspettatamente una piega thriller che comunica tensione e alla fine colpisce al cuore e fa davvero pensare.
Una conferma dell'alta qualità del cinema iraniano. Non ho visto altri film di Farhadi, ma ora credo che andrò a recuperarli.

7219415  @  16/02/2017 13:02:15
   8 / 10
Tosto, ma davvero un bel film

matt_995  @  16/01/2017 07:31:55
   9 / 10
Il più bel film visto a cinema di recente.
Il più bel film, a mio modesto parere, di Farhadi. Superiore perfino agli ottimi About Elly e Una separazione.
Ancora una volta un Iran mostruoso ma che potrebbe essere tranquillamente l'Italia, la Francia o L'America.
Ancora una volta una congiura degli innocenti in cui la colpa è di tutti e di nessuno allo stesso tempo e ciò che è certo è soltanto la grandissima umanità e profondità con cui vengono ritratti i personaggi.
Ancora una volta un dramma così teso da sembrare un thriller. Era da tanto tempo che non sentivo in sala (stranamente pienissima) la gente esclamare, praticamente ad ogni scena, un "Ooooooh", "Nooooo", "Uhhhh", "Fermoooo" e così via!
Credo con convinzione che Farhadi sia tra i più grandi cineasti contemporanei se non il più grande. Non ho visto il rivale tedesco, ma spero che l'iran vinca quest'anno il suo secondo Oscar.

suzuki71  @  10/01/2017 21:44:02
   8½ / 10
Aggiunge tasselli via via che le certezze si sgretolano, finchè per guardarsi negli occhi bisognerà diventare maschere e coprirsi di trucco.
La verità che sfugge e riappare in forme diverse, può svelare chi non si conosceva da sempre.
E il ruolo del teatro e dell'Arte in generale, da contraltare alla vita, cartina-tornasole esistenziale.
Elegante, essenziale, molto bello.

Crimson  @  09/01/2017 13:03:56
   8½ / 10
Spoiler presenti.

Lui si trasforma alla stregua del Jan Rosenberg di Skammen di Bergman, il cui poster appare simbolicamente nella vecchia casa tra ciò che resta nella stanza dello "schiaffo" fisico (lo avvertiamo sulla pelle) e morale. Non attingendo dal dilemma esistenziale del duplice ruolo di sdoppiatore di identità inegnante/attore, Emad da uomo ne fuoriesce smarrito e arido, reagendo all'intimità violata violando intimità.
Il non detto è da sempre uno dei punti chiave del Cinema del regista e anche in questo settimo lungometraggio fa la sua parte: la chiave interpretativa di Emad e il comportamento che ne consegue derivano da un "temo che..." piuttosto che da un'analisi scrupolosa e meditata. La vendetta è un mostro che lo divora insaziabilmente dall'interno, senza alcun freno, né riflessione partecipe con la propria partner. Giunge sempre a conclusioni e pone poche domande; quando lo fa è esasperato, si fida ciecamente dell'interpretazione dei fatti dei vicini e delle sue suggestioni, delle sue paure (stupro) piuttosto che elaborare una via di uscita lucida e armonica. Un'escalation brutale che ci fa provare quel superamento di un limite di umanità, persino paradigmatica esemplarità di ruolo sociale (la violenza sul suo studente), oltre che individuale.

Registi della vita. Ho sempre sperato in un segno, di presenza, e Asghar Farhadi appartiene puntualmente a quella categoria senza che io ce l'abbia spinto. E' come un incontro del destino, fin da quel giorno del 22/6/2010 nel piccolo cinema Centrale di Via Torino, dove proiettavano contemporaneamente due film iraniani, e assieme a Taraneh, dalla quale sono separato da appena due mesi di vita, mi sento di aver vissuto un tratto di strada assieme.
Gli occhi di Roohi in Fireworks Wednesday, smarriti, stavolta sanno a cosa tendere. Torna in scena e coerentemente alla sua parte, agisce, finalmente, dopo l'interruzione doverosa, la crisi.
Tutto ricomincia, Roohi/Rana, ora che è cresciuta, ora che ha la chiave per accedere ad una delle più potenti risorse che alimentano la nostra vita e ci recano la vera pace dei sensi, ed è l'umanità. Umanità per questo vecchio colpevole ma straziante, per questa famiglia degna, per il suo riflesso che immagina, Rana, a quell'età, dopo 35 anni di matrimonio.
La clemenza. Riporre le armi della vendetta facile come via di ribellione.
La ribellione autentica è innanzitutto interiore.
E ancora una volta Taraneh/Roohi/Rana vaga da sola, in lacrime. Un gran senso di impotenza, lei vittima e poi spettatrice, spettatrice della sua vita e interprete femminile del dramma sulla scena, dove assiste malinconicamente allo spegnersi dell'uomo della sua vita. Le resta in gola l'urlo di clemenza.
Stavolta è cresciuta, da piccola Roohi, e i suoi occhi sono consapevoli della verità.

Rollo Tommasi  @  05/01/2017 20:18:41
   7½ / 10
Un dramma a tinte fosche, quasi noir, che rappresenta, con il climax emotivo di un tragedia greca, l'implacabile e "funesta ira" che consuma l'animo di un compunto insegnante iraniano di fronte alla violenza subita dalla moglie.
Vergogna, orgoglio ferito, giustizia sommaria, vendetta, avvisaglie di un processo irreversibile di abiezione, il coro dei ragazzini che chiede ingenuamente "come un uomo riesca a trasformarsi in mostro". La risposta a questa domanda, vanamente cercata dalla classe, è, in realtà, dentro ognuno di noi: ma la apprendiamo con sgomento solo quando ci si offre il "casus belli", la fatale "tentazione" del male, che ci sospinge verso un dedalo di scelte qualificanti.
Il film di Farhadi trafigge, scuote, commuove, in ogni caso muove, ma avrebbe meritato un doppiaggio ed una traduzione meno approssimativa e sgrammaticata, come troppo mi è capitato di rilevare nei riguardi dei film "etnici", soprattutto indiani/iraniani: davvero inaccettabile che uno dei personaggi abbia un vago accento napoleano, che non si riesca ad infilare un congiuntivo o una pallida "consecutio temporum"; quasi derisorio è lasciare la traduzione sbagliata di "maccheroni", quando si sta consumando un chiarissimo piatto di spaghetti!
Mi appello ai nostri produttori/distributori, affinchè non si ripetano traduzioni così scadenti e poco accurate, che sembrano quasi volere sottolineare l'arretratezza culturale di certi popoli!

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