una sconfinata giovinezza regia di Pupi Avati Italia 2010
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una sconfinata giovinezza (2010)

 Trailer Trailer UNA SCONFINATA GIOVINEZZA

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locandina del film UNA SCONFINATA GIOVINEZZA

Titolo Originale: UNA SCONFINATA GIOVINEZZA

RegiaPupi Avati

InterpretiFabrizio Bentivoglio, Francesca Neri, Serena Grandi, Gianni Cavina, Lino Capolicchio

Durata: h 1.38
NazionalitàItalia 2010
Generedrammatico
Al cinema nell'Ottobre 2010

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Trama del film Una sconfinata giovinezza

Lino Settembre e sua moglie Chicca conducono una vita coniugale serena e senza serie difficoltà. Sono entrambi soddisfatti delle loro professioni, lui prima firma alla redazione sportiva del Messaggero e lei docente di Filologia Medievale alla Gregoriana. L’unico vero dispiacere che ha accompagnato i venticinque anni di matrimonio è la mancanza di figli. Una mancanza che non ha compromesso la loro unione ma l’ha al contrario rinsaldata. L’oggi però, in modo totalmente inatteso, presenta loro una grossa preoccupazione: Lino da qualche tempo accusa problemi di memoria che mano a mano si accentuano andando a compromettere in modo sempre più evidente il quotidiano svolgersi delle sue attività sia nell’ambito professionale che familiare.

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Voto Visitatori:   6,55 / 10 (22 voti)6,55Grafico
Voto Recensore:   7,00 / 10  7,00
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Voti e commenti su Una sconfinata giovinezza, 22 opinioni inserite

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Gruppo COLLABORATORI Compagneros  @  10/09/2014 20:24:07
   6½ / 10
La sconfinata giovinezza di chi, arrivato ad una certa età, torna bambino a causa della malattia, e si perde nei ricordi un po' annebbiati di anni felici.
Pupi Avati dirige un film delicato, malinconico e triste, con un paio di sequenze di commovente dolcezza. Forse non pienamente riuscito, ma comunque gradevole.

Lavezzi78  @  21/11/2013 14:08:23
   5 / 10
Uno dei pochi film di Pupi Avati non riusciti...L'idea di base è buona, ma il film viene sviluppato male. Bene solo Bentivoglio nel ruolo del protagonista!!

ghigo buccilli  @  15/04/2013 02:24:45
   6½ / 10
il tema è interessante, la malattia che butta fuori una coppia dalla normalità borghese più becera e perbenista...peccato che oltre questo non ci sia più di tanto...se volete vedere un film davvero geniale sulla malattia mentale, gustatevi spider di david cronemberg e poi mi fate sapere...

uzzyubis  @  24/01/2012 10:59:59
   6 / 10
Mi aspettavo qualcosa di più da Pupi Avati..ho trovato un pò banale la descrizione della malattia e delle sue ripercussioni.

Lory_noir  @  14/10/2011 13:54:16
   5 / 10
Mi dispiace ma questo film è dall'inizio alla fine un tripudio di mediocrità. La recitazione, salvo per l'attore protagonista, è veramente scarsa e il modo di raccontare la malattia, reso molto originale in film come Away from her e Iris, qui sembra banalizzato, e uniformato al classico tipo di film italiano con un'idea valida ma che si perde per strada.

JOKER1926  @  04/10/2011 17:23:28
   6 / 10
"Una sconfinata giovinezza" è un nuovo film del regista italiano Avati. Uscito nelle sale nell'ottobre 2010 la pellicola pone in essa argomenti molto importanti trattando una malattia che almeno per ora, in ambito cinematografico, non era stata trattata. Ebbene per approfondire a fini cinematografici la malattia delll' Alzheimer alle volte il cinema italiano per questo è perfetto.
Vorrei aprire un fascicolo sul fatto del Cinema nostrano, insomma grandi film ormai non si vedono più, le nostre regie si buttano quindi su tematiche "attuali" e drammatiche cercando scampoli di gloria…

"Una sconfinata giovinezza" è un film molto triste edificato, in modo direi scientifico, per innalzare nel cuore, nell'animo del pubblico una tremenda cupidigia.
La sceneggiatura infatti parla chiaro, dietro il problema che affligge il protagonista, uno scrittore, firma sportiva di un giornale si innesca un meccanismo di ricordi di vita passata, si crea una sorta di amarcord con retrocessioni mentali nella vita che è stata. Regia che cerca di far breccia nel cuore dello spettatore regalando anche un finale abbastanza retorico, enfasi nei dialoghi.
Pupi Avati risulta dopotutto sempre all'altezza, insomma "Una sconfinata giovinezza" mica è un flop o una delusione! Merita di esser visto ma è uno di quei film che appena visto lascia ben poco dietro di se…

clubdelmariachi  @  29/09/2011 12:22:41
   6 / 10
Il tema trattato più i 2 attori (sopra tutti Bentivoglio!) sono di alto livello, ma il ritmo è un po troppo lento, i continui flashback rallentano il film a alcuni attori comprimari non sono all altezza, inoltre la scena finale mi ha spiazzato in negativo (vedi Spoiler).

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Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento emans  @  28/09/2011 13:57:20
   7½ / 10
E' la prima volta che vedo un film che parla cosi bene di questa terribile malattia che allontana dalla realta' chi ne soffre e che "uccide" non solo chi ne è affetto...
Un Bentivoglio , mai cosi credibile , viaggia con la mente tra passato,segnato dalla morte dei genitori, e presente dove con la moglie vive la sua croce di non poter avere figli...
Un film toccante che appassiona e che ci fa amare ancora di piu' la nostra vita...
Avati si riprende dopo gli ultimi filmetti...

Invia una mail all'autore del commento Elly=)  @  23/08/2011 14:17:34
   8 / 10
Avati sceglie un tema difficile da raccontare e ne esce vincitore da questa prova. Il regista riesce a mostrare, anche e soprattutto tramite un'impeccabile recitazione di Bentivoglio, il degrado degenerativo della persona malata e di tutti quelli che la circondano senza risultare mieloso e banale. Il film va in un crescendo drammatico tra flashback color seppia e la storia amorosa tra Lino e sua moglie, interpretata dalla troppo giovane, forse, Neri che stona in senso estetico mache cmq resta all'altezza del ruolo importante affidatole. Persistono alcuni temi ricorrenti di Avati come l'ambientazione sia geografica che temporale, l'autobiografia e l'infanzia. Un'infanzia che il titolo stesso richiama. Il terribile avanzamento della malattia sembra far dividere la coppia, invece Lino diventa il figlio che non hanno mai potuto avere, e lei diventa la madre che non ha mai potuto essere, unendoli, e la distruzione sul volto di lei data dal rimbambimento di lui vanno a confluire in scene toccanti e in un finale che suscita un senso di vuoto, di amaro, di tristezza.


Peccato per Venezia...

polbot  @  04/08/2011 09:43:57
   7 / 10
Film delicato su un tema non facile.. ottime interpretazioni. Il solito finale "alla Avati".. in cui ti sembra finisca il primo tempo.. PS colpisce un po' vedere cavina e la serena "Teresa" grandi..

Invia una mail all'autore del commento bleck  @  25/02/2011 19:18:31
   7½ / 10
Delizioso film in cui Avati ritorna sui suoi temi preferiti...la nostalgia dei tempi andati e stavolta il tocco è davvero delicato...un senso di poesia aleggia su tutto il film grazia anche all' ottima interpretazione dei protagonisti. Dopo averlo visto la malinconia ti rimane addosso...

Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  21/02/2011 17:32:59
   7 / 10
Passato e presente che si fondono gradualmente in un uomo affetto da Alzhaimer, ipocritamente sopportato dalla famiglia della moglie. Due attori superbi, perfettamente all'altezza dei ruoli: Bentivoglio nel mostrare la deriva irreversibile della malattia e l'irrompere della memoria tanto cara alla poetica avatiana. Ma Francesca Neri offre una delle sue migliori prove: da moglie innamorata diventa quella madre che non è mai stata, ostinatamente attaccata all'uomo che ama fino all'autolesionismo.

Gruppo COLLABORATORI atticus  @  14/02/2011 01:00:26
   7 / 10
Probabilmente uno dei migliori Avati degli ultimi anni, dispiace sia passato tanto inosservato in sala.
Più che la lacerazione affettiva che la malattia provoca nelle persone, il film sottolinea la mostruosa distanza che separa una certa algida borghesia contemporanea dal dolore e dalla perdita. E' proprio in questi frangenti che il film acquista forza e interesse, giacché l'alternanza piuttosto scontata tra presente e passato (rigorosamente virato in seppia) del protagonista è in effetti debole e smorza fin troppo il pathos di un racconto delicato, commovente e spietato. Anche nella parte finale è abbastanza evidente l'incapacità di dirottare il film in territori un pò più coraggiosi, nonostante le ultime immagini non siano prive di una certa poesia.
Il film è comunque trainato magistralmente da una coppia di interpreti magnifica: nel volto di Bentivoglio c'è tutta la tenera spaesatezza di chi sta perdendo ogni contatto col reale e la Neri riesce con grande intensità a non lasciarsi oscurare; ottimo anche l'apporto di comprimari doc come Capolicchio e di una ritrovata Grandi. Molto belle le musiche del sempre fido Riz Ortolani.

6 risposte al commento
Ultima risposta 14/02/2011 10.16.54
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Gruppo COLLABORATORI SENIOR foxycleo  @  09/02/2011 23:58:35
   7½ / 10
Avati nuovamente affronta una tematica importante inerente ad una minoranza, in questo caso parla di quelle persone malate che soffrono nella propria solitudine staccandosi pian piano dal presente per far riaffiorare il passato e perdersi per sempre.
Bentivoglio offre una prova strepitosa e il regista ci regala un ritratto cinico e di facciata della nuova famiglia borghese.
Bella anche la fotografia.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR jack_torrence  @  07/02/2011 19:24:31
   7 / 10
Tutto sorretto da una straordinaria interpretazione di Fabrizio Bentivoglio (capace di rendere naturale la struggente "dislocazione mnemonica" in un passato vivo nell'anima), e da una non meno apprezzabile di Francesca Neri, il film cela, dietro la sua vicenda intima, una feroce disamina del gelido milieu sociale alto borghese romano, aggiungendo – nel personaggio interpretato da Lino Capolicchio – un altro terrificante ritratto di "demone mite" ad altri già presenti nell'opera avatiana.

Certamente il film ruota intorno al (sin troppo abusato) scarto tra presente alienante e passato.
Il riempire i propri pezzi giornalistici di memorie sportive adolescenziali (che se vogliamo costituisce un elemento non proprio di "forza" della sceneggiatura) è un indizio importante di come lo stesso attaccamento dell'uomo per la sua professione sarebbe privo di radici, se non avesse un lontano aggancio in quelle memorie che ora la mente, sfibrandosi, è come se portasse a riemersione.
Sembra quasi che l'Alzeihmer (si è scritto che il suo decorso clinico sarebbe stato descritto qui con molte licenze) si presti ad essere metafora di una regressione solo apparente, segno esteriore di un bisogno interiore forte di recupero di un'età dell'oro in cui l'io e la realtà fossero meno scisse. In questo senso è evidente l'accento posto sullo scarto socio-economico che accompagna le memorie del passato alla realtà attuale: la felicità perduta è situata in un contesto economico precario inversamente proporzionale a quello "privilegiato" del presente (che Avati descrive con dettagli assai realistici: da romano si nota il rispetto topografico in particolare della zona Monti Parioli).
La volontà di smarrirsi nel passato, da parte del protagonista, appare un po' troppo programmatica (come se il regista avesse fretta di liberarsi del personaggio, e di non addentrarsi davvero nel realismo crudo e duro di un racconto che avrebbe potuto farsi insopportabile.
Anche lo spunto, così interessante, costituito dal dilemma morale della moglie (su che tipo di assistenza fornire, anzi meglio: su che tipo di accettazione e adesione emotiva offrire al marito) è approfondito con delicatezza, compartecipazione quasi struggente, ma senza essere condotto alle estreme conseguenze proprio dai bruschi eventi che impongono, verso al finale, una deriva narrativa atta a incuneare il racconto verso un esito drammaturgicamente convenzionale, ma meno "potente" di quanto probabilmente avrebbe potuto essere.
Avati in qualche modo accenna (anche ferocemente) a un conflitto, al quale si sottrae forse conscio dell'assenza di soluzioni. E seguendo perciò in definitiva anche lui la deriva regressiva seguita dal protagonista (fra parentesi: esiste una vistosa differenza di impatto tra le scene contemporanee del film, molto intense [anche per la bravura degli interpreti], e le "memorie", che appaiono molto meno efficaci, perché meno veraci di quanto vorrebbero essere, e restano prossimi al bozzettismo caricaturale).
Resta il sospetto che il non volersi addentrare in modo davvero "lacerante" nel conflitto (quello "familiare"; quello personale della moglie), sia indice di un limite, e di una stanchezza, di poetica.

sandrone65  @  05/02/2011 11:34:06
   7 / 10
Bel film di Avati, dopo il deludente "Il figlio più piccolo". Un eccellente e dolcissimo Bentivoglio tratta il tema della malattia che colpisce inesorabile e che riporta la mente alle esperienze della prima giovinezza, che si sovrappongono man mano alla realtà presente che invece diventa evanescente, nebbiosa e priva di significato. Un cammino a ritroso, o discesa nel profondo, compiuto dal protagonista, affiancato da una davvero brava Francesca Neri.

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Freddy Krueger  @  28/01/2011 21:16:02
   5 / 10
Avati ha fatto di meglio. La trama era davvero interessante, e purtroppo la resa finale non è stata come speravo, abbastanza deludente. E' stata una visione un po' piatta e noiosa, procede senza partecipazione emotiva. Ciò è dovuto dalla continua presentazione di personaggi per almeno metà pellicola, e non ne veniva approfondito neanche uno (e comunque il personaggio nato "senza palato" è incredibilmente insulso). I flashback insistenti sulla giovinezza di Lino non avevano un particolare nesso con il resto secondo me, e apparivano abbastanza inutili.
In ogni caso niente da dire sugli attori, tutti bravi.

rino1234  @  23/10/2010 22:51:31
   4½ / 10
Mi sono recato al cinema a vedere questo film soprattutto invogliato dai 4 commentatori precedenti e da tanta (troppa) pubblicità che ne ha curato il lancio. Debbo dire che eccezion fatta per Bentivoglio, che fornisce veramente una prova degna di nota, di gran lunga sopra le righe rispetto al resto del cast, nel complesso sono rimasto ancora una volta deluso da questo ultimo lavoro di Avati. E dire che il tema trattato è estremamente interessante e la sceneggiatura avrebbe potuto avere ben altri risultati. Discrete le prove della Neri e di Capolicchio, ma il film non decolla e scorre lento in una lunga e penosa monotonia.

Invia una mail all'autore del commento Totius  @  22/10/2010 01:01:11
   7 / 10
Buonissimo film di Avati. Il tema è delicato e trattato benissimo. La storia convince ed anche il finale mi è piaciuto. Ogni personaggio è curato in tutte le sue sfaccettature psicologiche e (è il caso di dirlo) psicopatologiche. Benvenuti grandissimo attore. Piccola nota di demerito al trucco. Non mi hanno convinto alcune scelte sul modo in cui si è evoluto il look di lui nel corso della storia.

Mario Sapia  @  17/10/2010 17:56:44
   7½ / 10
Bel film, moderato nella lirica e carico di umanità. Il dramma della malattia è affrontato con garbo senza rinunciare a qualche colpo di carattere. Avati è un ottimo regista, pur con tutte le sue brave fisime, ed il suo mestiere lo conosce bene. Bentivoglio superiore, e di molto, a tutti gli altri interpreti, la Neri sempre elegante, Capolicchio, Cavina e la Grandi irriconoscibili, soprattutto fisicamente ( "Serenissima" addio....).
Il finale mi convince poco, motivo per cui non do l'otto che la pellicola avrebbe meritato.

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Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  12/10/2010 23:06:07
   7 / 10
Il cinema di Pupi Avati ambisce prevalentemente a "riconciliare" con la ferìta, le persone "scomode" o in qualche modo mentalmente disturbate vengono in genere rivalutate - in un'ottica di guarigione morale (v. Il papà di Giovanna) o precocemente messe nelle condizioni di non infierire più a se stessi o agli altri.
E' questa la prima perplessità che riguarda il discusso "Una sconfinata giovinezza", dove il cinema Avatiano tocca vertici sublimi ma "sconfina" proprio con una forte componente di nostalgìa per un tempo lontano. Un tempo, è bene sottolinearlo, che fa emergere tra le pieghe compassate del familismo doc anche sottili (moderne?) meschinità (spoiler)
Queste meschinità vagano nell'aria come se fossero tasselli di un mosaico di ipocrisie a cui è più facile credere - perchè assumono l'identità di una gretta solidarietà. Nessun spettatore si sogna mai di dire o pensare che la famiglia borghese e cattocristiana di Chicca sia ripugnante, ed è invece evidente che chi ha visto il film ha le doti per trasmettere la sua indignazione.
Avati è stavolta davvero molto bravo a superare gli steccati del suo manierismo matriarcale e a indicarci che le illusioni affettive possono essere compromesse da lacrime (spoiler 2) .
La capacità del regista è di cogliere sia il distacco di Lino dalla sua "parziale" appartenenza (la moglie, non la famiglia di lei) sia quella che, nell'epilogo, appare per certi versi come un tardivo e - appunto - sconfinato rifiuto di quella famiglia di esserne parte integrante (spoiler 3) .
A questo punto avrei potuto benissimo estrarre un'8, finalmente vinto da un film di Avati che segue la sua rotta tradizionale smussandone però gli angoli, e riuscendo ad essere finalmente persuasivo e profondo.
Purtroppo anche "Una sconfinata giovinezza" è un film pieno di forzature, soprattutto quando tratta la malattia dell'Alzheimer e i suoi aspetti più interiori e drammatici.
Per inciso, Bentivoglio non può passare da momenti di perdìta neurologica ad altri di improvvisa lucidità come se niente fosse (v. la memoria dell'amico appassionato di tabelline, le consapevoli crisi di pianto, la sovrabbondanza di logiche inverse in un contesto dove l'unica logica è l'interiorità di coloro che vivono questa malattia).
E Francesca Neri come moglie rappresenta l'alter-ego del regista, illusa che "le cose si possono aggiustare" . E a dirla tutta, pessima psicologa pronta ad accudire il marito nel suo mondo fino a meritare - diciamo metaforicamente - di essere respinta o malmemata.
In definitiva un buon film, con una prova d'attori notevole - Bentivoglio sarà pure antipatico ma pochi sanno recitare come lui, in Italia - ma sempre con quel disperato bisogno poetico del regista di mettere in ombra le più amare contraddizioni di una vita relativamente serena.
(spoiler 4)
E' quel bisogno di Pupi Avati di ritrovarsi, malgrado tutto, a perdersi all'ombra della separazione

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Vedi recensione

FABRIT  @  11/10/2010 16:41:07
   6½ / 10
Dopo il il bruttissimo "il figlio più piccolo"Avati torna al cinema con un buon film,ma dal tema molto difficile da trattare.Secondo me Avati supera la difficile prova e non ne esce con le ossa rotta,riuscendo in una storia tragica a farci emozionare, ma senza però troppo esagerare.Bentivoglio e la Neri bravissimi.Da vedere.

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