Recensione vincitori e vinti regia di Stanley Kramer USA 1961
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Recensione vincitori e vinti (1961)

Voto Visitatori:   8,37 / 10 (23 voti)8,37Grafico
Miglior attore protagonista (Maximilian Schell)Miglior sceneggiatura non originale
VINCITORE DI 2 PREMI OSCAR:
Miglior attore protagonista (Maximilian Schell), Miglior sceneggiatura non originale
Miglior film stranieroMiglior attore straniero (Spencer Tracy)
VINCITORE DI 2 PREMI DAVID DI DONATELLO:
Miglior film straniero, Miglior attore straniero (Spencer Tracy)
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locandina del film VINCITORI E VINTI

Immagine tratta dal film VINCITORI E VINTI

Immagine tratta dal film VINCITORI E VINTI

Immagine tratta dal film VINCITORI E VINTI

Immagine tratta dal film VINCITORI E VINTI

Immagine tratta dal film VINCITORI E VINTI
 

Era il 27 gennaio del 1945 quando le truppe della LX Armata del Primo Fronte Ucraino dell'Unione Sovietica entravano nel campo di concentramento di Auschwitz, liberando gli ultimi sopavvissuti e rivelando al mondo, per la prima volta, gli orrori del nazismo.
Successivamente le truppe di Inghilterra e Stati Uniti liberavano altri campi di sterminio totale, come Dachau, Mauthausen, Buchenwald, e altri, tanti altri ancora, riprendendo immagini di scene sconvolgenti, che testimoniavano a quale aberrate livello di degradazione può giungere la ferocia dell'uomo quando si accanisce contro un suo simile.

Nel novembre del 1945 le potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale istituirono nella città di Norimberga, simbolo spettrale dello sconfitto nazismo, un Tribunale speciale con il compito di giudicare gli alti gerarchi del Terzo Reich che si erano resi responsabili di crimini di guerra, il più aberrante dei crimini della storia dell'umanità.
Tre anni più tardi uno dei processi (in tutto furono dodici) fu istituito per giudicare quattro alti magistrati (Hamil Hann, Frederick Opstetter, Verner Lampe, Herns Janning) che, nel momento più alto della follia nazista, simulando ignoranza, per convinzione o convenienza, applicarono leggi razziali palesemente inique e inumane, che permisero pratiche mediche aberranti sui prigionieri (alienati, zingari, omosessuali, comunisti) ritenuti esseri inferiori per razza, cultura e provenienza, e consentirono l'avvio del genocidio del popolo ebreo, dando così legittimazione giuridica alla politica di discriminazione e di sterminio che ne seguì.
Personalità come quei quattro magistrati erano il simbolo dell'asservimento al regime nazista della quasi totalità della società tedesca, e più in generale dell'intero popolo, che nei confronti di questo "mostro" si dimostrò acriticamente e colpevolmente consenziente.

Nel 1961 il regista Stanley Kramer ricostruì questo processo, girando su soggetto di Abby Mann quello che è il suo miglior film,riuscendo a coniugare magistralmente le esigenze spettacolari con l'impegno etico-morale di documentare una tragedia immane, che ha macchiato in modo indelebile la storia dell'uomo, per tenerne viva la memoria futura.

Il film si impernia sulla figura dell'anziano giudice americano Dan Haywood, chiamato, in una Norimberga sconvolta dai bombardamenti, a presiedere la Corte che dovrà giudicare i quattro magistrati nazisti, tra i quali spicca il giurista ed ex Ministro della giustizia del Reich, Hernst Janning.
Colto, pacato, probo, ma fermamente determinato a sapere, Haywood esprime l'esigenza, insita in ogni essere umano, di voler capire come sia stato possibile, quale follia collettiva abbia offuscato le menti di un intero popolo per essersi fatto asservire da un regime che ipotizzava idee aberranti e azioni inumane che erano sotto gli occhi di tutti, ma che tutti fingevano di non vedere.
Le prove contro i quattro nazisti sono inoppugnabili e vengono suffragate dalle testimonianze di alcune vittime e dagli sconvolgenti (e inguardabili) filmati sul genocidio del popolo ebraico girati nei campi di sterminio che vengono proiettati dal pubblico Ministero durante le udienze e che mostrano i corpi martoriati dei prigionieri e le ruspe che scaraventano i cadaveri in una fossa comune.
Uno degli imputati, il giurista Janning, si mostra subito pentito e riconosce le proprie colpe (confessa di aver giudicato colpevole e condannato a morte, a prescindere dalle prove, un ebreo accusato di "aver sporcato la razza" per essersi unito carnalmente ad una donna tedesca), tanto che sarà proprio lui a fermare il controinterrogatorio dell'avvocato difensore Hans Rolfe che, nel tentativo di demolire la prove dell'accusa, stava attaccando in modo spietato e crudele un teste, gridandogli: "Herr Rolfe! ricominciamo di nuovo?"
Comunque, nonostante la brillante arringa dell'avvocato Rolfe, che, scagionando Janning, cerca in realtà, di scagionare l'intero popolo tedesco (in base al teorema secondo il quale i giudici e il popolo non potevano sapere ciò che pochi folli stavano facendo, mentre invece l'orrore era palpabile e concreto), il giudice Haywood, nella sua drammatica intransigenza, si convince della colpevolezza degli imputati.

Ora avviene che, quando già si delineava l'inevitabile condanna, nell'incipiente clima di "guerra fredda", scoppi la prima crisi politico-ideologica di Berlino, determinata dal nascente imperialismo americano, che teme la perdita dell'influenza esercitata sui paesi dell'occidente europeo a favore dell'altra grande potenza vincitrice del secondo conflitto mondiale, l'URSS.
Per questo motivo e per non irritare il popolo e il Governo tedesco, del cui appoggio hanno fortemente bisogno, il Dipartimento di Stato e il Pentagono preferirebbero che la corte emanasse una sentenza indulgente se non di assoluzione.
Nonostante le forti pressioni a cui è sottoposto il giudice Haywood, convinto che le leggi naziste fossero illegali sia per il diritto tedesco che per la morale di tutti i popoli della terra, al termine del dibattimento emanerà invece sentenza di condanna all'ergastolo per tutti gli imputati.

Tre ore drammatiche di arringhe tesissime e scene processuali indimenticabili, che Stanley Kramer e il cinema politico dell'America democratica ci regalano non tanto per celebrare la Shoha quanto per tenere viva, nelle generazioni future, la memoria della più grande tragedia che l'umanità abbia inflitto a se stessa, grazie anche ad un cast che ha riunito i più bei nomi di Hollywood; su tutti va menzionato l'eccellente Spencer Tracy (il giudice americano Haywood) il cui volto rugoso, scrutato implacabilmente dalla macchina da presa nella sua solenne gravità, riesce ad esprimere più eloquentemente di qualsiasi discorso tutto il profondo turbamento che lo agita, pur addolcito a tratti da lampi di umana consapevolezza che l'immane tragedia è, ormai, definitivamente finita.
Indovinatissimi e perfettamente aderenti al ruolo chiamati a svolgere anche tutti gli altri interpreti, in primo luogo uno straordianario Maximilian Schell (che vinse l'Oscar come miglior attore) nel ruolo dello spietato e implacabile avvocato difensore Hans Rolfe, incapace di nascondere l'innato impulso di annientare e umiliare il nemico, che dimostra quanto grande e diffusa fosse, anche o forse soprattutto fra la classe colta, la convinzione della supremazia della razza ariana.
Bravissimo anche Burt Lancaster nel ruolo del giudice Janning, straordinaria maschera di consapevole e dignitoso "vinto", che prende coscienza degli errori e degli orrori della propria azione e compostamente ne accetta le conseguenze.
Da ricordare ancora un sorprendente Richard Widmark, molto bravo a tratteggiare la figura del colonnello Tad Lawson, l'avvocato dell'accusa che sprime lo sdegno dell'umanità intera, ed una indimenticabile Marlene Dietrich, quì nel ruolo di Madame Bertholt, una vedova aristocratica che ospita il giudice Haywood e con il quale, mentre gli traduce in inglese le parole tedesche di Lili Marlene, discute ancora della tesi dell'obbedienza e del pensiero dell'aristocrazia tedesca, offesa dal nazismo ma profondamente convinta ed orgogliosa di appartenere ad una casta eletta.
Straordinaria, infine, la prova di Judy Garland nella caratterizzazione del suo personaggio, la casalinga tedesca che testimonia la drammatica uccisione del suo amante ebreo (quello che aveva "sporcato la razza").

Ma le emozioni più intense dell'intero film (dieci minuti da brivido) le offre Montgomery Clift nel ruolo dell'ebreo-tedesco Rudolf Petersen, vittima di Janning, nella scena in cui appare sul banco dei testimoni.
Sconvolto, devastato da un irrefrenabile tremito, piangente, impaurito, testimonia di come e quando sia stato sterilizzato dai nazisti perchè ebreo e figlio di comunista, costretto a subire l'umiliante controinterrogatorio dell'implacabile avvocato Rolf, che non esita ad annientarlo ed a distruggere la sua dignità, sostenendo che sia stato sterilizzato in quanto idiota e omosessuale.

A questo proposito qualche biografo di Montgomery Clift scrive che l'attore, durante le riprese, non si trovava in perfette condizioni psichiche, incontrando pertanto gravi difficoltà nel ricordare le battute. Dopo un ennesimo tentativo andato a male, Kramer lo prese in disparte e lo apostrofò: "Dimenticati queste maledette battute, sei sul banco dei testimoni, l'accusa ti dice qualcosa, gli avvocati della difesa ti attaccano aspramente e tu devi trovare una parola qualsiasi del copione....Vai avanti, su, trovala! Qualsiasi parola, non importa. Devi solo voltarti verso il banco di Tracy, appena ne senti il bisogno, e improvvisare. Andrà benissimo perchè apparirà naturale in un personaggio confuso e malato come il tuo."
Clift tirò quindi fuori da una tasca la foto di sua madre, come prevedeva il copione, e cominciò a improvvisare.
Al termine della ripresa Spencer Tracy scavalcò lo scranno del giudice e si arrampicò fino al banco dei testimoni per abbracciarlo, vinto dalla commozione. (M. Capua, "Montgomery Clift - Vincitore e vinto"). Con questa brevissima ma intensa apparizione Clift si guadagnò la quarta nomination agli Oscar.
Originariamente Kramer aveva destinato a Clift la parte dell'avvocato americano dell'accusa (ruolo poi andato a Richard Widmark), ma quando l'attore si trovò tra le mani il copione capì che la parte che volevano fargli recitare non era adatta a lui, che invece trovava molto più interessante il piccolo ruolo dell'ebreo sterilizzato.
Comunque, e ciò rende l'idea della grandezza di un attore, pur di non perdere l'occasione di recitare un ruolo che sentiva suo Clift pensò che in ogni caso valeva la pena lavorare anche con un compenso molto minore.

"Vincitori e vinti" si guadagnò otto nomination agli Oscar e vinse due statuette: oltre a quella per il miglior attore per Maximilian Shell, venne premiata anche la sceneggiatura di Abby Mann.

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Recensione a cura di Mimmot - aggiornata al 23/10/2007

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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