Recensione the master regia di Paul Thomas Anderson USA 2012
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Recensione the master (2012)

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locandina del film THE MASTER

Immagine tratta dal film THE MASTER

Immagine tratta dal film THE MASTER

Immagine tratta dal film THE MASTER

Immagine tratta dal film THE MASTER

Immagine tratta dal film THE MASTER
 

Stati uniti, 1950. Lancaster Dodd, un intellettuale carismatico, fondatore di un'organizzazione pseudo-religiosa denominata La Causa entra casualmente in contatto con Freddie Quell - giovane reduce della Seconda Guerra Mondiale, divenuto un vagabondo ubriacone e un disadattato – e lo prende sotto la sua ala protettrice. L'organizzazione intanto comincia a fare proselitismo e cresce numericamente.

"The Master" era senza dubbio uno dei pezzi forti dell'ultima Mostra del Cinema di Venezia. Arrivato al Lido praticamente all'ultimo momento e, pur non convincendo a fondo sia la critica che il pubblico, nonostante il generale apprezzamento, è riuscito a vincere il Leone d'argento per la migliore regia e la Coppa Volpi ad ex-aequo per entrambi i protagonisti: Philip Seymour Hoffmann e Joaquin Phoenix rispettivamente nei panni di Lancaster Dodd e Freddie Quell.

Nell'America degli inizi anni cinquanta sono ancora presenti le scorie dell'ultimo conflitto mondiale. Un'America che, pur essendo uscita vincitrice di quel conflitto, reca tracce evidenti di anime martoriate dalla crudeltà bellica. Una di queste anime o per meglio dire di queste "scorie" è Freddie Quell.
Non è il classico reduce di guerra traumatizzato dall'evento. In Freddie è già presente il pregresso di una vita molto difficile, con un padre deceduto e una madre alcolizzata internata in un manicomio. La guerra non ha fatto altro che acuire sensibilmente le già gravi problematiche di questo individuo, che manifesta fin da subito il suo disadattamento durante e nell'imminente chiusura del conflitto. Non riesce assolutamente ad adattarsi alla vita civile e percorre in discesa tutti gli scalini della scala sociale dall'essere un fotografo presso un supermercato, fino a raccoglitore di cavoli presso un latifondo. Non riesce a mantenere a lungo termine nessuno dei lavori che si procaccia a causa di un carattere imprevedibile e iracondo simile ad un animale selvaggio, insensibile a qualsiasi tipo di disciplina e fin troppo portato all'alcolismo tramite degli intrugli potentissimi, che si prepara da solo. Dopo l'ennesima sbronza si rifugia casualmente in un battello dove si sta svolgendo una festa nell'imminente matrimonio della figlia del fondatore di una setta a carattere pseudoreligioso denominata La Causa. Il caso lo fa incontrare con Lancaster Dodd, il suo leader.

Piccola digressione: Scientology. Lo stesso Paul Thomas Anderson nella conferenza stampa al Lido ha glissato abilmente il riferimento alla setta di Ron Hubbard. Infatti "The Master" non è un film su Scientology, ma è ovvio che i riferimenti temporali (gli anni '50) e le caratteristiche intrinseche sia di Lancaster Dodd e i riferimenti al suo credo sono abbastanza evidenti, ma sicuramente si tratta di un puro artificio strumentale, che consente nell'entrare nei meccanismi che regolano questo tipo di organizzazioni. Essendo poi un film americano, di un regista americano, logicamente implica l'uso di una setta nata e cresciuta in America, che facilita l'identificazione presso il pubblico americano che conosce Scientology, anche perchè alcuni suoi adepti provengono direttamente dal mondo hollywoodiano come John Travolta o Tom Cruise.

Il perno centrale del film è certamente il rapporto che si instaura fra l'irrequieto e balordo Freddie, individuo pressochè prigioniero delle sue pulsioni istintive e Lancaster, il capo della Causa. E' un rapporto che inizialmente si sviluppa basandosi su due fisionomie che più classiche non si può: il servo e il padrone.
Questi ruoli sono pienamente rispettati specialmente all'inizio. Freddie vede Lancaster come un'ancora di salvezza che possa rimettere in ordine la propria vita, liberarlo da quell'istinto autodistruttivo e rompere l'isolamento nei confronti del resto del mondo ed essere accettato dagli altri. Dall'altra parte Lancaster Dodd vede in Freddie la cavia ideale per mettere in pratica il suo metodo. Nei suoi insegnamenti uno degli elementi fondamentali è quello di portare lo spirito ad un livello superiore di consapevolezza, tramite un graduale allontanamento del corpo dalle proprie pulsioni primarie. L'uomo è diverso e soprattutto superiore alle creature del mondo animale e solo lasciando tutto ciò che di animalesco ancora possiede, l'uomo giungerà ad una nuova consapevolezza superiore.
Quindi lo stesso Freddie non è soltanto una semplice cavia, ma una vera e propria sfida per Lancaster, perchè dentro questo sbandato sono contenuti tutti quegli elementi che i suoi insegnamenti devono eliminare. E' l'esperimento perfetto, se riesce con Freddie, il suo ascendente verso gli altri adepti aumenterà sensibilmente e il suo potere di reclutamento non avrà limite.

La sequenza del primo indottrinamento di Lancaster nei confronti di Freddie è magnifica per intensità nella sua estrema semplicità. Campi e controcampi che descrivono l'apertura di uno nei confronti dell'altro, penetrano nell'anima di uomo, scandagliano il suo passato e aprono i suoi segreti. Anderson non ha mai fatto mistero della sua ammirazione per Stanley Kubrick e il particolare del non battere le ciglia durante la seduta ricorda la Cura Ludovico di Alex in "Arancia meccanica", forse una piccola citazione. Ma se nella pellicola di Kubrick si trattava di un'imposizione forzata, nel film di Anderson è una scelta consapevole di un allievo che si mette nelle mani di un maestro.
A titolo esemplificativo "The Master" rifugge anche un altro titolo famoso, "Il servo" di Joseph Losey. In questa pellicola non avviene un vero e proprio ribaltamento dei ruoli, piuttosto un continuo e mutevole equilibrio, frutto di un gioco di fascinazione reciproca tra questi due personaggi. Se Freddie vede in Lancaster la calma, la sicurezza in sé stesso, la figura carismatica capace di mettere ordine ad una vita caotica, Lancaster a sua volta vede in Freddie la parte istitintuale di sé stesso che ha negato nei suoi scritti e nei suoi insegnamenti, ma pur negandola a livello formale, con alcune eccezioni ("ridere fa bene"), ne è ancora inesorabilmente attratto. Ruoli che tendono a confondersi più che a ribaltarsi. Ruoli che possono essere considerati complementari dato che Lancaster è legato alla parola, al gioco di seduzione dell'affabulazione verbale e Freddie più legato all'immagine, a creare immagini (la passione per la fotografia) o creare simulacri come la donna di sabbia sulla spiaggia.

Diverso e simile al contempo a pellicole precedenti di Anderson come "Sidney" e "Boogie Nights", dove però il dualismo dei personaggi dalla dicotomia maestro/allievo scivolava lentamente nel rapporto filiale padre/figlio, in un percorso tutto sommato molto più lineare di "The Master".
Qui il rapporto stesso sembra molto più aperto rispetto alle sue pellicole precedenti. Questo gioco coinvolge anche personaggi esterni, che ne vengono influenzati e a loro volta influenzano essi stessi il rapporto tra Lancaster e Freddie. E' una ragnatela che si espande, partendo dai due attori principali per influenzare ed essere influenzati dagli altri soggetti che ne vengono coinvolti, mutando di continuo gli equilibri. In questo senso risiede il fascino maggiore di "The Master", forse anche il suo stesso limite dettato da una pellicola senza dubbio molto ambiziosa.
La locandina stessa del film può fornire un esempio di tale interscambiabilità, cioè chi è maestro di chi. Presenta Freddie messo al centro in primo piano e sullo sfondo ai due lati la coppia marito e moglie Lancaster e Peggy Dodd. Potrebbero cambiare di posizione perchè ognuno di loro subisce e impone cambiamenti, a seconda delle dinamiche che intercorrono fra questi personaggi e, a loro volta, mutano i caratteri di personaggi più secondari. Anderson quindi crea tale ragnatela dove è possibile perdersi, ma non si può negare il coraggio e l'ambizione del progetto.

Per esempio un personaggio come Peggy Dodd riesce gradualmente ad imporsi nel corso della storia.
L'irruzione di Freddie nel contesto della setta e, sia pure non in maniera volontaria, nella capacità di poter influenzare suo marito Lancaster, viene chiaramente percepito come una minaccia al suo stesso ascendente. Peggy si considera il braccio destro della setta e Freddie potrebbe scalzarla da questa posizione dominante. Lancaster in questo caso diventa quasi un oggetto del contendere, che deriva dal conflitto creato tra Freddie e Peggy.
L'attacco indiretto di Peggy nei confronti di Freddie, durante la cena di famiglia (con Freddie assente), avviene non per sua bocca, ma dalle parole che vengono pronunciate dal genero, che è come se fossero sue. Ha unito il corpo familiare contro Lancaster per indurlo a cacciare Freddie. Lancaster però contrattacca affermando che,cacciando Freddie, significherebbe il fallimento suo e soprattutto della sua teoria. Quindi tutta la famiglia, Peggy compresa, deve impegnarsi a redimere Freddie. Il discorso di Lancaster convince l'intera famiglia che si impegnerà in questo compito, Peggy compresa, che si conforma alla volontà del marito. Momentaneamente.

Si amano e si odiano, si attraggono e si respingono per quasi tutto il film senza che il legame si spezzi. Un insieme di alti e bassi, che la sequenza della prigione fra Freddie e Lancaster sintetizza in maniera straordinaria nella sua intensità emotiva. Difficile è giungere ad un punto di rottura perchè ogni attore della vicenda cerca qualcosa che manca o che gli viene a mancare e trova nell'interlocutore un'alternativa o una compensazione a tale mancanza.
Freddie ha avuto molte donne nel suo cammino disgraziato e nessun punto di riferimento, soprattutto femminile. E' un legame fisso ciò che cerca e fra le righe è Peggy il suo oggetto del desiderio, quella metà mancante. Rifiuta le profferte della figlia di Lancaster perchè in fondo non è quello il suo vero obiettivo.
L'ostacolo è Lancaster, un uomo che al contrario ha un legame fisso, ma una vita vicina all'ascetismo dal punto di vista sessuale, perchè ha rinunciato al sesso, al piacere egoistico del sesso, benchè ne sia ancora attratto e trova in Freddie un'alternativa, lontana da semplici pulsioni omoerotiche. A titolo esemplificativo basta vedere la scena in cui Peggy masturba Lancaster davanti ad uno specchio e la reazione di Lancaster quando beve il potente intruglio di Freddie. In tutte e due le occasioni sembra di udire un verso simile ad un orgasmo sessuale. Il piacere erotico può essere compensato da una bevanda a fortissima gradazione alcolica.

Come Anderson stesso ha affermato durante la conferenza stampa del Festival di Venezia, Freddie e Lancaster sono come due anime selvagge che cercano di addomesticarsi. Diversi all'apparenza ma con molti elementi in comune, più di quanti essi stessi si immaginerebbero.

"The Master" è la continua ricerca di un equilibrio e della sua impossibilità di trovarlo anche attraverso il compromesso, perchè il compromesso stesso distoglie dall'obiettivo perseguito verso un altro più raggiungibile, ma meno appagante.
Il dilemma di "The Master" è il dover scegliere, come Freddie, tra un'esistenza sbandata, condannata alla solitudine, ma in fondo libera, o doversi assoggettare ai dettami di un maestro, vivendo in una comunità ed essere accettato dalle altre persone, rinunciando tuttavia alla sua libertà.
Nondimeno Lancaster si pone di fronte alla stessa scelta, ma da una posizione opposta. Rinunciare al suo status acquisito e riconquistare una libertà ormai perduta, riacquistare una propria dimensione che lo ha reso schiavo della sua stessa dottrina. Una dottrina che domina ormai il suo stesso creatore, un dogmatismo che se nelle intenzioni voleva liberare la spiritualità dell'essere umano, lo ha indirizzato verso una nuova forma di schiavitù.
Il deserto, contesto irreale e metafisico, rappresenta lo sfondo ideale dove sia Lancaster e Freddie operano la loro scelta definitiva a cavallo di una moto in una corsa sfrenata verso un punto nell'orizzonte da raggiungere e ritornare al punto di partenza (Lancaster) oppure perdersi per andare oltre, ricercare una donna del proprio passato, un amore vissuto con sincerità e purezza prima che la guerra spazzasse tutto (Freddie).

"The Master" possiede inoltre elementi di complementarietà con la pellicola precedente di Anderson," Il petroliere". Tanto era stretto il legame con la materia tangibile, la terra, il petrolio, il possesso fisico delle cose nel precedente film, quanto in "The Master" è tutto così immateriale, perchè qui al centro di tutto è l'animo umano così sfuggente, sfaccettato ed indefinito. Nessun accenno al denaro come strumento di acquisizione del potere, il denaro non viene utilizzato mai come sistema di misura di un obiettivo raggiunto o da raggiungere. La materialità del denaro avrebbe stonato con il contesto di questo film, perchè il potere di assoggettamento dell'animo umano viene perseguito attraverso altri mezzi di persuasione, la parola in primis. Infatti ciò che Freddie e Lancaster disseppelliscono dalla cassa sepolta nel deserto non è né oro né denaro, ma gli scritti di Lancaster, i suoi libri, le sue parole. Materia e Spirito, "Il Petroliere" e "The Master" sono probabilmente facce della stessa medaglia, con cui quest'ultima pellicola forma un ideale dittico.

"The Master è un film molto complesso e stratificato, pone interrogativi e riflessioni, ma non offre ricette e risposte sicure, proprio per la mutevolezza dell'animo umano. Risulta a tratti sfuggente, pieno di digressioni, ma lontanissimo dall'essere banale, perchè Anderson non è un autore banale o superficiale, semmai molto ambizioso. Un film che ti lascia un certo senso di incompiuto, ma anche la capacità di rimanerti dentro e invogliarti a vederlo una seconda volta per colmare lacune o magari scoprirne di nuove.
La regia di Anderson è variegata come lo stesso film e dimostra ancora una volta, semmai ce ne fosse stato bisogno l'estrema padronanza del mezzo e la facilità nel passare dalle lunghe carrellate elaborate (il percorso della modella dei grandi magazzini ad esempio) a lunghi piani sequenza con camera fissa (la prigione), ai primi piani intensi di Hoffmann e Phoenix nel loro primo test ("Non battere le ciglia"). Una padronanza tale che lo impone fra i migliori registi in circolazione che, con l'uso del 70mm, riesce a dare un'aura epica alle sue pellicole sia in sconfinati spazi aperti come nei momenti di intimità minimalista. Un meritato Leone d'argento per la miglior regia all'ultimo festival di Venezia.
Da tenere conto anche della bella colonna sonora di Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead alla sua seconda collaborazione con Anderson dopo "Il Petroliere", al suo carattere fortemente straniante.

Ottimo inoltre il grande contributo dato dagli attori. Philip Seymour Hoffman è pressochè nato e cresciuto con Anderson, al quale ha offerto un'interpretazione estremamente raffinata e sfaccettata di un personaggio profondamente insicuro, ma con indosso la maschera di un santone capace di offrire delle certezze a delle persone a loro volta insicure, deboli e sole. Un personaggio che crede fermamente in ciò che professa, ma che viene inesorabilmente sedotto e affascinato da quegli aspetti della vita, cui ha rinunciato per dedicarsi al suo credo. Una dottrina che gradualmente lo spersonificherà fino a ridurlo a sua volta in un servo, il più importante dei servi.
Straordinaria la prestazione di Phoenix, che ha mostrato il Freddie Quell anche in conferenza stampa al Festival di Venezia, deliziosamente indolente verso un protocollo forzato, tanto da accendersi una sigaretta in sala. Phoenix si rivela perfetto contraltare di Hoffman, compassato l'uno quanto animalesco l'altro, perfettamente a suo agio l'uno, un pesce fuor d'acqua l'altro. Freddie Quell non si confonde mai con gli altri personaggi, é sempre immediatamente distinguibile con quella sua postura impacciata delle braccia appoggiate ai fianchi. Lui stesso crede nella causa di Lancaster, mezzo per poter reinserirsi nella società, ma non vuole sacrificare la sua libertà. Freddie è il simbolo di un fallimento o di una vittoria, a seconda dei punti di vista. Il suo percorso inizia e finisce nello stesso posto, un ritorno al punto di partenza in maniera perfettamente circolare.
Di fronte a questi due grandissimi attori, entrambi premiati con la Coppa Volpi ad ex-aequo all'ultima mostra di Venezia, non viene assolutamente messa in sottordine la prestazione di Amy Adams, nel ruolo di Peggy Dodd. Moglie ed allo stesso tempo eminenza grigia di Lancaster. Forse il vero master di questo film. Nel finale londinese, dove avviene l'incontro di questi tre personaggi, il ruolo di Peggy prende decisamente un'aura shakespeariana, non al centro della scrivania insieme al marito, ma più nell'ombra, come una Lady Macbeth che finalmente ha raggiunto il suo obiettivo. Muovere le fila del suo burattino che parla e pensa le stesse cose del suo burattinaio.

"Se trovi il modo di vivere senza un padrone, fammelo sapere"

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Recensione a cura di The Gaunt - aggiornata al 15/01/2013 18.21.00

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