Recensione saw 2 - la soluzione dell'enigma regia di Darren Lynn Bousman USA 2005
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Recensione saw 2 - la soluzione dell'enigma (2005)

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locandina del film SAW 2 - LA SOLUZIONE DELL'ENIGMA

Immagine tratta dal film SAW 2 - LA SOLUZIONE DELL'ENIGMA

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Immagine tratta dal film SAW 2 - LA SOLUZIONE DELL'ENIGMA
 

A dimostrazione che le disgrazie non vengono mai sole, ecco che puntualmente il mondo viene afflitto dal secondo, preziosissimo, capitolo di "Saw". Che bello.
C'è una regola, non scritta, ma intuita, che pare regolare il meccanismo delle ciofeche da blockbuster. Sarebbe questo: per mantenere viva la memoria di un prodotto destinato al sicuro oblio, lo si plasma a piacimento, si dà una frullatina alla sceneggiatura, si mette un "2" dopo il titolo et voilà, la sopravvivenza di un filmettino girato per essere cotto, mangiato e digerito in un mesetto è assicurata.
Finché ci saranno sequel, qualcuno si ricorderà del ciofecone da blockbuster.
L'uscita natalizia del film pare andare verso l'acchiappamento totale e selvaggio del popolo bue che si ricorda dell'esistenza del cinema appunto verso quel periodo; poi di nuovo tutti al bowling.
Invece, se ci fate caso, un film che sia davvero meritevole e ben riuscito sopravvive benissimo da solo e senza sequel, a volte col passaparola del pubblico, più che grazie alla pubblicità della casa di distribuzione. Casa di distribuzione che se non ha almeno una star hollywoodiana nel film non si preoccupa nemmeno di pubblicizzarlo.
Qualcuno ha detto "Memento"?

Ma veniamo al ciofecone in questione, ovvero "Saw 2". Però cercate di essere comprensivi; scrivere sempre "Saw 2" richiede un certo sforzo intellettuale e fisico: aprire le virgolette, mettere tre lettere in croce e poi affiancare ad esse il fastidiosissimo numero seriale. Quindi abbiate pietà per l'estensore di codesto articolo; d'ora in poi varrà la seguente equazione: saw 2 = il ciofecone.
E scrivere tante parole per un ciofecone del genere richiede un esercizio di inventiva pari a quelli di un, che so, Armando Testa in campo pubblicitario.
Contattato Armando Testa per recensire il ciofecone mi son visto insultare peggio di come avrebbe fatto Tomas Milian, per cui cercherò di arrabattarmi in qualche modo.
Il manuale del perfetto recensore impone di iniziare col raccontare due o tre cose sulla trama, e già partiamo male.

Torna il Jigsaw, per la felicità degli estimatori del primo capitolo. Ecchissenefrega; insomma, quest'uomo ha degli anticorpi che nemmeno Chuck Norris... Nel primo capitolo era costretto a stare sdraiato come un deficiente per un bel fracco di tempo nudo e al freddo, anche quando le esigenze di sceneggiatura gli avrebbero impedito di essere lì, ma tant'è... è la magia del cinema. Oltretutto pure malato terminale, nella fattispecie consumato dal cancro.
Qua lo vediamo discettare nel suo bunker, a colloquio con la polizia, iniziativa compiuta di sua spontanea volontà per oliare al meglio la macchina del suo sadico e perverso giochetto.
Sarebbe sempre un malato terminale, ma invece di vivere al meglio i suoi ultimi giorni non trova altro da fare che progettare trappole da mentecatto e disquisire circa la filosofia della sopravvivenza, unico espediente per assaporare a pieno il profumo della vita. Bene.
Consideriamo che il dialogo in questione ricorda un po' quello dell'architetto di "Matrix", in quando a carica ilare. Roba che manco Bergonzoni...
Tutto questo bel discorso, che starebbe a sottintendere quella che è la filosofia del Jigsaw (e per proprietà transitiva del ciofecone) pare uscito da una canzone di Paolo Vallesi, e non aggiungo altro. Anzi sì; è uno di quei discorsi che fanno venir voglia di incendiare un cinema con tutti dentro. Ergastolo allo sceneggiatore, che dall'alto della sua sapienza linguistica ridotta a compilazione dello script col T9 della nokia non sa che pesci pigliare e copia un po'a destra e a manca da quello che hanno fatto, e molto meglio, altri prima di lui.
Ma controlliamo un po', chi è lo scenneggiatore? Leigh Whannell, già colpevole della sceneggiatura del primo episodio.
Ohhhhhhhhh, che emozione; non v'è più dubbio alcuno, costui scrive le sceneggiature esattamente come quando manda un sms alla mamma per dire che stasera farà tardi.

E tutti i discorsoni, badensi, sono indirizzati ad un "povero" poliziotto a cui nulla cale. Ma che avviene in questa stanza? Beh, semplice: mentre il protagonista si becca il pippone cosmico, il resto della squadra sta ferma lì a guardare una serie di riprese fatte da camere a circuito chiuso. Cosa riprendono questi video?
Riprendono le vicissitudini di una serie di sfigati chiusi loro malgrado in una casa non proprio ospitale. Tra gli sfigati ci sarebbe anche il figlio del poliziotto protagonista, che preferirebbe leggersi tutto Kant piuttosto che essere costretto a recitare quella parte.
Ora si rifletta: c'è tutta una centrale di polizia lì dentro e nessuno muove un dito. Qualcuno dice "controllate da dove arriva il segnale". Passano due ore e nulla. Roba che CSI ti trova pure Bin Laden, se solo qualcuno avesse l'accortezza di chiederglielo. Ma nulla, questi se ne stanno a vedere quello che succede come se sgranocchiassero pop corn, mentre il simpatico poliziotto che deve giocare con il Jigsaw per aver salva la vita del figlio si mette a pestare brutalmente il sadico malato terminale.
C'è da dire che al poliziotto va tutta la nostra stima e simpatia per questo, ma è chiaro a questo punto che la vera vittima è lui e non i rinchiusi nella casa.

Ma veniamoci, a questa benedetta casa.
Nove persone rinchiuse in una casa trappola, con indizi e indicazioni labili labili
STOP
Urge trovare soluzione per uscire
STOP
Invece che cercare di collaborare, come logica vorrebbe, ammazzarsi l'un altro
STOP
Mmhhh, che ricorda? Dove ho già visto qualcosa del genere?
Chi ha detto "Il Cubo" di Natali? Bingo. Questo è un plagio bello e buono, avvengono più o meno davvero le stesse cose.
E pazienza, se non fosse che la cosa peggiore è che questi personaggi sono stereotipati peggio delle maschere della commedia dell'arte nel '600.
Non ce n'è uno, che sia uno, che agisca in maniera credibile; ognuno recita il suo ruolo con ostentata affettazione, nessuno che riesca a celare l'imbarazzo per ciò che dovrebbe recitare. Stanislavskij, risorgi e aiutali tu. No, risponde la segreteria telefonica: "siamo spiacenti, il signor Stanislavskij è impegnato a rianimare Bill Murray, che dopo "Broken Flowers" è indistinguibile dal posacenere di una Fiat Punto".
Evvabbè, pazienza. Comunque avete capito l'antifona; c'è il duro e muscoloso, l'altro duro sempre muscloso ma con un briciolo di cervello, c'è la ragazza piangina, la ragazza forte e scostumata, quella ambigua.
E diciamolo subito, sin dall'inizio, nella casa, c'è un indizio grosso come Moby Dick e luminoso quanto Las Vegas, alla faccia della tanto ostentata imprevedibilità.

Questi nove non se la passano benissimo, ma c'è da dire che proprio furbi non sono. A un certo punto una ragazza per prendere una siringa che la dovrebbe curare dal gas nervino che stanno lentamente respirando, infila una mano in una sorta di teca in vetro. Chiaramente è una trappola, si capisce lontano un miglio e col binocolo alla rovescia, ma lei ficca la mano e non riesce più a cacciarla fuori.
Allora ha un colpo di genio; mentre declama "E=MC^2" infila l'altra mano nell'altro buco. E tombola, succede quel che deve succedere.
Se siete (giustamente) ammiratori dei Simpson non può non venirvi in mente quell'episodio in cui Homer infila la mano in una macchinetta delle bibite e rimane incastrato. Allora infila l'altra mano nell'altro distributore per prendere una bevanda e rimane incastrato pure lì.
Ebbene sì, il ciofecone è una sorta di Simpson senza alcuna ironia, e vi immaginate che tristezza una puntata dei Simpson senza alcuna ironia?
Chiaramente, per motivi di spoiler non si può qui discutere circa il finale.
Possiamo però discutere sui meccanismi sintattici del tipo di finale "a sorpresa", metodologia tanto fiera al ciofecone.

Il meccanismo è semplice; tutto ha origine con "I Soliti Sospetti", geniale film di Singer. La regola è quella di far sospettare più o meno di tutti, per poi scoprire che la colpa è effettivamente del meno sospettabile. Ma il film di Singer era puro esercizio spirituale, geniale perché comunque innovativo, e ad uso di una trama e una recitazione di tutto rispetto. Oltretutto un film simpatico anche perché autoreferenziale sin dal titolo, nel quale già le intenzioni vengono svelate.
Il ciofecone invece si prende davvero sul serio, e pretende che il meccanismo del meno sospettabile sia automaticamente colpo di genio.
Se in film del genere sin dall'inizio prendete a sospettare di colui che pare esente da colpe, rischiate pure di fare bella figura con gli amici.
"Aho', ma come l'hai capito???" eh, sapessi.... la fantasia degli sceneggiatori non ha limiti.
Quindi ricordatevi del mega inidizione iniziale e cercate di capire chi potrebbe essere l'insospettabile.

Ad essere onesti qualcosa di semipositivo nel ciofecone lo si può pure trovare; il regista non è più l'odiosissimo James Wan, quello che si credeva Lynch, ma lo sconosciuto Bousman, attivo nel campo dei videoclip. E infatti, sfortunatamente, la regia risente molto della pratica del video. Il ciofecone pare essere stato confezionato più per il mercato dell' homevideo che per quello del cinema.
Anche se si dà merito a Bousman di non aver troppo calcato la mano con le sequenze iperveloci del primo ciofecone: giusto un pochetto all'inizio, con la sequenza della testa schiacciata come una noce di cocco e alla fine, dove un ridicolo montaggio alla "Soliti Sospetti" ci ricorda quello che è avvenuto, facendo di tutto pur di convincerci che la trama sta in piedi pure controvento.
Passiamo infine al discorso violenza; di certo non ci troviamo di fronte a "Sette spose per sette fratelli", ma non è che sia così efferato come qualcuno vuol far credere. Diciamo che per il popolo del blockbuster può essere bello splatter e crudo, ma uno spettatore navigato non può che sbadigliare alla grande, e la cosa è controindicata, perché il pop corn rischia di andare di traverso, e tende quasi sempre ad uscire dal naso. E fa malissimo.

Mi risulta che la versione vista al cinema sia un minimo censurata, ma nel mirino delle sacre cesoie ci son finiti di mezzo dialoghi concernenti temi scottanti e d'attualità quali quello della droga, e sia mai, i puritani americani (roba da far rimpiangere Cromwell) avranno pensato che qualche giovane americano sarebbe potuto venire a conoscenza della droga a causa del ciofecone. Per cui via alcuni riferimenti espliciti. I giovani americani possono pure comprarsi una pistola, a patto che vedano Saw censurato. Tanto gli inserti del DVD servono a questo, no?
Sta di fatto che basta un fotogramma di "History of Violence" per battere tutto lo sforzo che il ciofecone fa per schifarvi. Eh, ma lì c'è Cronenberg, la battaglia non solo è impari, ma del tutto assurda.
Tirando le somme, il ciofecone è da condannare perché autoindulgente, serioso e plagiatore ai massimi livelli. "Cube" per alcune idee e la regia, in qualche modo debitrice a Fincher, che però è su un altro pianeta. Da quando "Seven" ha iniziato a proporci quella sorta di patina verdognola che contribuisce non poco a creare un'atmosfera mefitica, pare che nessuno riesca più a farne a meno.
Ma non è certo dal ciofecone che ci aspettiamo qualche soluzione nuova, che sia narratologica o men che meno registica.
Insomma, Il ciofecone fa pietà da qualunque punto di vista lo si voglia osservare.
Il che rimanda all'inizio della recensione; tout se tient, e tutti vissero felici e contenti.
Almeno fino alla minaccia del terzo capitolo...

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Recensione a cura di cash - aggiornata al 12/01/2006

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