Recensione revolutionary road regia di Sam Mendes USA, Gran Bretagna 2008
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Recensione revolutionary road (2008)

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locandina del film REVOLUTIONARY ROAD

Immagine tratta dal film REVOLUTIONARY ROAD

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Immagine tratta dal film REVOLUTIONARY ROAD

Immagine tratta dal film REVOLUTIONARY ROAD
 

Dopo le divagazioni gangster ("Road to Perdition") e belliche ("Jarhead"), Sam Mendes torna a smascherare il lato oscuro del cuore del sogno americano, la famiglia, come aveva fatto in "American Beauty". Con "Revolutionary Road", però, sceglie di andare alle radici di quel sogno e di collocare la sua impietosa lente di ingrandimento a metà degli anni '50, riunendo lo storico duo di "Titanic" Di Caprio/ Winslet (moglie di Mendes, peraltro) nell'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Richard Yates.

Frank (Leo) e April (Kate) Wheeler sono una giovane coppia middle class benestante in crisi nell'America degli anni 50. L'incapacità di sfuggire alla monotonia ed alla mediocrità che li circonda e che sta affondando i loro sogni e le loro speranze sta aprendo una crepa insanabile tra i due: lei, attrice fallita, è imprigionata nel ruolo frustrante di madre e moglie, lui, incapace di trovare un lavoro soddisfacente è finito a fare il lavoro del padre, venditore di macchine calcolatrici.
April ha un'idea: lasciare tutto e trasferirsi in Europa, a Parigi, per ricominciare, per offrire a Frank il tempo ed il modo di trovare la sua vocazione e perseguirla, e per abbandonare definitivamente una vita in cui l'unica persona in grado di percepire come loro il "vuoto disperato" della vita borghese è il figlio schizofrenico di una vicina di casa (Kathy Bates). Nonostante l'iniziale titubanza, Frank accetta, ma un'improvvisa possibilità di carriera e un'inattesa ed indesiderata terza gravidanza fanno miseramente fallire il piano di fuga e stringono il cappio intorno alla gola di April, riportando a galla tutte le tensioni sopite.

"Cosa hai, cosa ti serve, di cosa puoi fare a meno", registra su un nastro per il lavoro Frank a metà del film. Mendes sembra suggerire questa formula come chiave di lettura per la condizione della società occidentale, dagli anni ‘50 di "Revolutionary Road" agli anni ‘90 di "American Beauty" cambia davvero poco. Se la ricerca della felicità sta nell'individuazione di queste tre categorie di cose, siamo davvero in grado di dare il giusto valore a ciò che abbiamo, la lucidità di capire cosa ci serve e la forza per raggiungerlo, e il coraggio di rinunciare a ciò di cui possiamo fare a meno, ammesso che siamo in grado di riconoscerlo?

I Wheeler sono speciali. Si ritengono in grado di vivere in mezzo alla mediocrità che li circonda tra vicini inebetiti e aiuole fiorite, presumendo che la loro consapevolezza sia sufficiente a preservarli.
I Wheeler sono altrettanto speciali per i loro vicini, coppia giovane, rampante, invidiata, una famiglia felice sulla casetta in cima alla salita.

Mendes relega ai pochi minuti che precedono il titolo del film l'episodio dell'incontro folgorante tra Frank e April, poi sceglie di raccontare una buona volta il "vissero per sempre felici e contenti" dove, sapientemente, tutte le storie d'amore fanno calare il sipario.
Non si può non pensare alla storia di Frank e April come ad un'ipotetica, cupa, prosecuzione della storia di Jack e Rose, se solo il Titanic avesse evitato l'iceberg. Certo, questo pensiero è veicolato dalla riunione della coppia di intepreti, ma non solo: il grande amore, la passione, i progetti di grandezza e felicità che lasciano il posto al muro di ghiaccio della quotidianità, da un lato, ma anche alla scoperta dei propri limiti e delle proprie debolezze, prima tra tutte l'incapacità di affrontare se stessi e la facile scappatoia che diventa dare la colpa di ogni cosa alla persona che sembrava garantire con uno sguardo l'immunità dall'infelicità.
L'incomunicabilità che Frank e April scoprono è soltanto lo svelamento della menzogna alla base della loro relazione: non sono speciali, non sono "eletti". Il modo in cui si vendicano l'uno dell'altra ne è la prova inconfutabile.

La fuga è un altro tema centrale: il vecchio mondo per ricominciare, l'illusione che il problema sia fuori di noi e che basti cambiare latitudine per cambiare vita. L'unica fuga di cui Frank e April sono capaci però è la più squallida di cui una persona possa servirsi per scappare. Non si riesce mai a parteggiare né per il vigliacco marito né per la frustrata moglie, che pur tentano a fasi alterne, ma mai insieme davvero, di risollevare la propria vita. Mendes ha dichiarato che non è suo obbiettivo demolire l'istituzione della famiglia, piuttosto risollevare gli spettatori che non si comportano così. Il punto è che quello a cui assistiamo non sono tanto azioni , quanto la catena inarrestabile di reazioni al drammatico equivoco iniziale, molto comune, della scelta di una persona sbagliata.

Convincente nella sua banalità il personaggio del figlio di Kathy Bates, mentalmente instabile per le convenzioni sociali dell'epoca e pertanto sottoposto ad elettroshock, che inizialmente è l'unico spirito affine ai coniugi Wheeler quando essi comunicano agli attoniti vicini e colleghi l'intenzione di cambiare vita, ma che poi, deluso dal cambiamento di programma, vomita loro addosso tutta la verità che i due non riescono a tollerare, smascherando non solo le loro debolezze ma anche la loro prevedibilità e fungendo da detonatore finale alla tensione tra Frank e April.

L'orrore del quotidiano e del tempo perduto è affrescato sapientemente in un ambiente confortevole ed assolato, una quiete domestica, un quartiere tranquillo, una città tutto sommato a portata d'uomo; la colonna sonora gradevolmente pre-rock'n'roll, musica moderna ma non anticonformista e iconoclasta, concorre all'allestimento dell'idillio in cui "Revolutionary Road" soffoca i suoi personaggi fino al drammatico finale. Non c'è fuga, non c'è via d'uscita: ognuno resta solo con i propri fantasmi e deve fare i conti con i compromessi per tirare avanti, morendo poco a poco, con la sensazione di stare lasciando la vita "passare accanto".

Mendes è regista teatrale, e forse per questo non indugia mai in virtuosismi con la macchina da presa: "Revolutionary Road" avrebbe avuto bisogno di qualche scena più potente dal punto di vista visivo, all'altezza della potenza dei dialoghi e dell'efficacia delle interpretazioni dei protagonisti, per essere un grandissimo film. Per intendersi, qualche altra scena come quella, geniale, crudele e ironica che chiude il film sugli sproloqui di Kathy Bates e la reazione folgorante del marito. Rimane comunque una profonda riflessione sulla vita, sulle scelte, sui desideri, sulla condizione delle persone che si interrogano e si interrogarono, nell'America delle infinite possibilità, sul significato di realizzazione personale e di felicità, soprattutto su coloro che, contro l'opinione comune, si ribellano, coscientemente o meno, al modello offerto preconfezionato dalla società dei consumi.

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Recensione a cura di JackR - aggiornata al 11/02/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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