Recensione monuments men regia di George Clooney USA, Germania 2014
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Recensione monuments men (2014)

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locandina del film MONUMENTS MEN

Immagine tratta dal film MONUMENTS MEN

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Immagine tratta dal film MONUMENTS MEN
 

La storia vera: nel 1943 viene istituito il "Monuments, Fine Arts, and Archives program", che sotto l'egida degli eserciti Alleati, ha il compito di salvaguardare il patrimonio artistico nelle zone di guerra durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale: la missione è ritrovare le opere rubate dai Nazisti durante il Terzo Reich a collezionisti ebrei, musei e istituti religiosi, catalogarle e se possibile restituirle ai legittimi proprietari o musei d'appartenenza. Lo sforzo congiunto di circa quattrocento uomini, nel corso dei due anni successivi, riporta alla luce circa cinque milioni di opere d'arte, molte delle quali tornano ai luoghi d'origine. I danni, tuttavia, restano inestimabili, con un numero imprecisato di opere di cui si sono perse le tracce. Le operazioni di restituzione e catalogazione sono tuttora in corso, grazie a diverse associazioni e commissioni internazionali.

La trama del film: Frank Stokes (George Clooney) chiede e ottiene di condurre una missione militare, poco dopo lo sbarco in Normandia, per la difesa del patrimonio artistico europeo, che da un lato rischia di essere distrutto nelle fasi finali della guerra, dall'altro va recuperato dopo le razzie naziste di Hitler e Goring.
L'obiettivo è ritrovare le opere e restituirle ai legittimi proprietari. La squadra di esperti d'arte messa insieme da Stokes è fuori età per combattere e non è sufficientemente addestrata (Bill Murray, John Goodman, Bob Balaban, Jean Dujardin, Hugh Bonneville e Matt Damon), ma non saranno aggiunti ulteriori uomini all'attempato drappello: nessuno, sul campo, lascerà morire ragazzi per salvare opere d'arte. La missione dei Monuments Men diventa pertanto rischiosissima e la squadra deve anche dividersi perché il tempo stringe: i nazisti in ritirata stanno nascondendo le opere già trafugate e distruggendo quelle che non possono rubare mentre una squadra sovietica che avanza da Est ha l'ordine di riportare a Mosca tutte le opere d'arte trovate, come risarcimento per i caduti. Un aiuto decisivo potrebbe arrivare da Parigi, dove una donna imprigionata come collaborazionista (Cate Blanchett) potrebbe avere le chiavi per ritrovare i tesori trafugati dai Nazisti...

George Clooney, che non perde occasione per sfoggiare il suo look alla Clark Gable, torna dietro la macchina da presa per raccontare un'edificante novella parabellica. Il registro scelto è quello dei film americani degli anni Sessanta, come conferma persino la sequenza dei titoli di coda con la presentazione degli attori protagonisti: dialoghi brillanti, cast d'eccezione, colonna sonora ingombrante, patriottismo e buoni sentimenti a profusione, personaggi monodimensionali e ben delineati: il giovane, il vecchio, quello in cerca di redenzione, il buffone. Il risultato è un film piacevole, ma tiepido, che sceglie di trasmettere l'urgenza della missione attraverso un espediente narrativo molto semplice ed efficace: legare coppie di personaggi ad alcune, significative, opere d'arte, che a quel punto però diventano semplici MacGuffin. Il pubblico trasferisce di conseguenza il proprio affetto per Bill Murray o Matt Damon sull'opera che gli è stata associata, partecipando emotivamente a una missione di cui nello stesso film è messa più volte in discussione la necessità. E' il modo più ovvio per far funzionare il film, ma un pubblico smaliziato potrebbe non gradire l'eccessiva semplificazione.
Sebbene si possa concordare con la scelta di non sacrificare giovani soldati alla causa dell'arte, non è difficile immaginare che il pubblico meno sensibile all'arte possa ragionare allo stesso modo e non cogliere l'importanza dei Monuments Men, vanificando lo sforzo di Clooney e soci di tramandarne la memoria.

Nel cast all-star radunato per "Monuments Men" (non è difficile immaginare un "arruolamento" simile a quello del film, a pensarci bene) nessuno deve giocare fuori casa, anzi, appare evidente come, dal sorriso di Jean Dujardin al ghigno sardonico di Bill Murray, Clooney si affidi soprattutto alla personalità mediatica dei suoi attori (ed alla propria, ovviamente) per risparmiare sulla costruzione dei personaggi in fase di sceneggiatura. Dall'altro lato della trincea, nazisti e russi sono lombrosianamente ripugnanti come quelli di Indiana Jones. L'unica vera prova d'attore la fornisce Cate Blanchett, che sfodera un perfetto accento francese e deve recitare l'unico ruolo che ha un minimo di spessore.

Il film pone immediatamente la giusta domanda: vale la pena rischiare la vita di soldati e padri di famiglia per salvaguardare opere d'arte? A Clooney non interessa alcun ragionamento in merito, è evidente che la sua tesi non richiede antitesi né sintesi. L'arte rappresenta la civiltà, è il collegamento tangibile con il nostro passato e lasciarla nelle mani dei nazisti significa privare le generazioni future della loro storia e della loro identità. L'accompagnamento sonoro (fastidiosamente ridondante in certi passaggi) di Alexander Desplat lascia pochi margini di trattativa: ogni volta che Stokes apre bocca sulla questione, parte un nobile sottofondo di fiati e archi che chiude ogni eventuale discussione. E' un peccato, perché la questione non è banale e poteva meritare un'analisi più approfondita. In "Salvate il soldato Ryan" ci si chiede che senso abbia rischiare un'intera squadra per recuperare un solo soldato, e la questione è posta da uno dei soldati stessi, evidenziando l'urgenza del problema morale ma anche il drammatico paradosso di certe dinamiche militari. In questo caso invece la domanda viene posta all'inizio ed alla fine del film, al riparo dalla guerra, quasi come un esercizio filosofico, senza che ci sia mai un vero momento di confronto sul tema durante la missione. Non che discuterne serva ai personaggi, che sono tutti attempati professionisti nel mondo delle arti. Che il pubblico si fidi di Clooney come sé stesso vendendo un altro caffè in capsule, è invece un po' meno scontato. L'obiettivo dichiarato di "Monuments Men" è celebrare gli uomini che hanno salvato dalla follia nazista il patrimonio artistico europeo e tramandare una storia certamente troppo poco nota rispetto alla sua importanza. Si ha a tratti la sensazione che Clooney voglia sensibilizzare principalmente gli americani, poco avvezzi a certi ragionamenti e mediamente poco educati all'arte, confezionando un film semplice e diretto, divertente e celebrativo.
"The Monuments Men" è un film gradevole, piacevolmente anacronistico, certamente ingenuo, senza particolari picchi qualitativi ma tenuto insieme da un concentrato di talento che da solo vale il prezzo del biglietto.

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Recensione a cura di JackR - aggiornata al 17/02/2014 15.02.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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