Recensione melancholia (2011) regia di Lars von Trier Danimarca, Francia 2011
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Recensione melancholia (2011)

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locandina del film MELANCHOLIA (2011)

Immagine tratta dal film MELANCHOLIA (2011)

Immagine tratta dal film MELANCHOLIA (2011)

Immagine tratta dal film MELANCHOLIA (2011)

Immagine tratta dal film MELANCHOLIA (2011)

Immagine tratta dal film MELANCHOLIA (2011)
 

"Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia e ho compreso che anche questo è un inseguire il vento, perché molta sapienza, molto affanno: chi accresce il sapere, aumenta il dolore."
Libro di Qoelet

Prima di procedere con l'analisi di questo film è doveroso fare una premessa. Capita purtroppo assai frequentemente che i trailer di un film, studiati per attrarre il pubblico in sala, siano fuorvianti o addirittura nocivi al film stesso. Questo è stato sicuramente il caso dell'ultima opera di Lars von Trier, che ha subito un grave nocumento proprio a causa della pubblicità stessa che le è stata fatta. Pertanto si invita chi ancora non avesse visto né il film né il suo trailer a visionare "Melancholia" senza neppure sapere di che cosa tratti e senza leggere quanto segue.

La storia prende avvio con una limousine enorme che resta bloccata in una stretta strada di campagna. A bordo dell'auto ci sono Justine (Kirsten Dunst) e Michael (Alexander Skarsgård, figlio di Stellan), novelli sposi, che si stanno recando al loro ricevimento nuziale, il quale si tiene nella lussuosa tenuta di John (Kiefer Sutherland) e Claire (Charlotte Gainsbourg), sorella di Justine. A causa del contrattempo provocato dalle imponenti dimensioni della limousine, gli sposi arrivano al ricevimento con un ritardo di due ore, facendo infuriare il direttore di cerimonia (Udo Kier). Ben presto, durante il ricevimento, la sposa alterna momenti di brillante euforia ad altri che sono indice di un profondo disagio interiore. Questo suo stato psicologico calato in un parnaso di personaggi assolutamente al di sopra delle righe fa naufragare il ricevimento nel peggiore dei modi possibili.

Se i trailer e le recensioni di "Melancholia" si fossero limitati ad una sinossi di questo genere, non avrebbero preparato lo spettatore al tipo di film cui va incontro, eppure questo non sarebbe stato disonesto e forse avrebbe attirato nelle sale un maggior numero di spettatori che, magari, sarebbero anche rimasti sorpresi dal precipitare degli eventi.

In questa sede, per una corretta analisi del film non si può prescindere da tutti i suoi contenuti, inclusi il suo finale. Malgrado questi siano già stati sbandierati dalla pubblicità del film, si invita il lettore che ancora non avesse visto "Melancholia" ad astenersi dalla lettura di quanto segue.

Lars von Trier da tempo ha abituato il pubblico ad assistere a film i cui tempi sono scanditi in capitoli. "Melancholia" si compone di un prologo e di due segmenti narrativi, ciascuno dei quali è incentrato su una delle due protagoniste. La prima parte è dedicata a Justine, la seconda è dedicata a Claire. I registri narrativi sono assolutamente differenti, ma perfettamente complementari.
Il film si apre con un intenso primo piano di Kirsten Dunst, il cui personaggio ancora non ha un nome, e da una serie di immagini oniriche struggenti che si alternano al moto dei corpi astrali. L'intera sequenza è accompagnata dalla musica del preludio al primo atto dell'opera "Tristano e Isotta" composta da Richard Wagner. Su questo prologo torneremo in seguito passando prima ad analizzare le due parti del film.

I due segmenti cinematografici si reggono sull'antitesi caratteriale delle rispettive protagoniste.
Justine è passionale, carnale, palesemente irrazionale, emotivamente instabile, vive al di fuori degli schemi. Sua sorella Claire è una moglie e una madre e prima che in qualsiasi altro ruolo, lei si cala in questi due. È una donna dal carattere controllato, amante delle forme e che cerca le proprie sicurezze nel controllo e nell'organizzazione del mondo che le ruota intorno.
Il ricevimento per il matrimonio di Justine e Michael è il teatro in cui le due differenti personalità si avvicinano e si distanziano, s'incontrano e si scontrano. A facilitare il tutto ci sono i veleni familiari, l'odio e il disprezzo mai sopito fra i loro genitori (Charlotte Rampling e John Hurt), le meschinità di alcuni invitati fra cui spicca il testimone dello sposo (Stellan Skarsgård) che è anche il datore di lavoro di Justine. È in questo contesto che il film perde una parte del proprio valore artistico a causa di una scrittura cinematografica non sempre compiuta.
Lars von Trier ha dichiarato di essersi inspirato all'opera del commediografo francese Jean Genet e, in particolare, alla sua pièce "Le Serve" per costruire le atmosfere ed i personaggi della festa. Purtroppo, quella che inizialmente sembra essere una sintesi dell'umanità in scala assai ridotta, si rivela ben presto un'accozzaglia di personaggi fuori dalle righe con manifestazioni eccessive delle loro rispettive individualità. Manifestazioni che in più casi si rivelano gratuite o parzialmente gratuite.
Tuttavia, fra eccessi quali quello esternato dal direttore di cerimonia che si copre la faccia per non vedere Justine ogni volta che la incrocia accusandola di aver rovinato il matrimonio, come se questo appartenesse a lui e non fosse la festa di lei, fra datori di lavoro che prima promuovono la sposa per poi sguinzagliarle dietro un apprendista affinché prima della fine festa lei gli fornisca un nuovo slogan pubblicitario per la sua agenzia, fra padri davvero così "qualunque" da dimenticarsi il nome della figlia, troviamo una serie di legami e di equilibri precari perfettamente descritti e analizzati sapientemente.
Tuttavia, si deve stare attenti poiché in queste "scene da un matrimonio" non si assiste allo sfascio di una società, né di una classe sociale, né all'acquisizione della consapevolezza del proprio fallimento. Quello che accomuna queste differenti scene di un matrimonio all'opera di Bergman è la perdita di un centro di riferimento, di quell'aristotelico primo motore immobile, che sta alla base della Cinematica Cosmica, intorno al quale tutto ruota acquisendo un senso.
Risulta evidente come però sia impossibile spiegare tutto questo senza avere conoscenza di ciò che accadrà poi. Il matrimonio di Justine con tutte le sue dinamiche disgregatrici è in realtà privo di senso, fin quando non si assiste alla seconda parte di "Melancholia" dedicata a Claire. Da ciò discende il fatto che, malgrado i registri narrativi assolutamente differenti, il capitolo "Justine" e il capitolo "Claire" sono complementari e non possono prescindere l'uno dall'altro.

Questo quindi è il momento di introdurre Melancholia. Si tratta di un pianeta che si sta avvicinando alla Terra e che secondo i catastrofisti intercetterà l'orbita del nostro pianeta, distruggendolo. Questo elemento, che per evidente onestà narrativa von Trier introduce fin dal prologo annunciando quella che sarà la sorte dell'umanità, si nasconde inizialmente nella liricità onirica delle visioni di Justine, scompare nel primo segmento narrativo per poi manifestarsi nel secondo divenendo protagonista assoluto.
Il capitolo dedicato a Claire, infatti, assume un registro narrativo profondamente intimista. Il teatro della vicenda continua a essere la lussuosa residenza di John e Claire, ma essa è apparentemente spoglia di tutto lo sfarzo del capitolo precedente. I colori sono più tenui e desaturati; le luci rarefatte. Gli ambienti assumono una dimensione di quotidiano. La cura dei dettagli che Claire manifesta preparando una camera da letto ornandola con fiori e posando un cioccolatino di benvenuto sul cuscino, diventa lo specchio del carattere della donna, perdendo qualsiasi ostentazione ornamentale o decorativa. Claire sa che il pianeta Melancholia si sta avvicinando e ne ha paura, malgrado John cerchi di rassicurala affermando che non c'è nessun pericolo di collisione con la Terra. Claire si rifugia nelle proprie certezze prendendosi cura della sua famiglia, di sua sorella Justine, della casa e del suo giardino. Questa necessità di controllare il mondo che la circonda, dandogli ordine e quindi senso, permette a Claire di esorcizzare le proprie paure.
Justine inizialmente ha bisogno di Claire e delle sue sicurezze per riuscire a trovare il coraggio e la forza per andare avanti. Poi, quando Claire vede tutte le sue sicurezze sgretolarsi e comprende che si trova di fronte ad eventi incontrollabili, i ruoli si ribaltano. Adesso è lei che ha bisogno di appoggiarsi a Justine, ormai divenuta più forte poiché ha accettato un destino ineluttabile. In questo senso i due personaggi sono orchestrati da un moto non differente da quello che regola le orbite della Terra e di Melancholia.

In questo segmento cinematografico Justine rivela finalmente le proprie capacità divinatorie che ne fanno una novella Cassandra, che però tiene per sé le sventure che prevede. Il nipote la chiama "zietta spezza acciaio" fin dal principio. E questo epiteto allude chiaramente a un carattere forte, che però fino a questo momento non si è mai manifestato. Chi scrive avrebbe preferito che la traduzione italiana di "Steelbreaker" fosse stata magari un poco meno letterale e, tenuto conto che Steelbreaker è anche il personaggio di una serie di videogiochi e che quindi è a questi che forse fa riferimento il nipotino di Justine, fosse scelta come traduzione quella che è la caratteristica di questo personaggio cui allude esplicitamente il suo nome: l'indistruttibilità. Certo il senso non cambia, ma vi è una differente eufonia fra "zietta spacca acciaio" e "zietta indistruttibile".
Justine sa che il pianeta Terra sta andando incontro alla sua fine, sa che sarà distrutto dall'impatto col pianeta Melancholia. Lo sa e lo tiene per sé. Si fa carico di una consapevolezza devastante che le strazia l'anima. In questa nuova dimensione tutti i suoi sbalzi d'umore e i suoi comportamenti durante la festa di nozze assumono senso.
Tutti gli esseri umani hanno la consapevolezza che un giorno moriranno. Infatti, non è la paura di morire che tormenta Justine. È la conoscenza del come e del quando la sua vita avrà fine, unitamente alla consapevolezza che l'intera Vita terrestre sarà cancellata in un solo attimo. Da un lato è straziata dall'attesa di un evento prossimo e inesorabile, dall'altro subisce una maggiore frustrazione dalla coscienza che di lei non resterà nessuna traccia. La cancellazione integrale della Vita terrestre, sopprime anche la memoria e il ricordo. Al cospetto di un Universo indifferente, dopo la collisione col pianeta Melancholia sarà come se la Terra non fosse mai esistita.
Di fronte a questa conoscenza tutto perde senso per Justine. Sono assolutamente giustificate le sue paturnie, quando lo sposo le regala la fotografia dell'appezzamento di terra che le ha comprato e le parla degli alberi di mele che saranno cresciuti da lì a dieci anni e ai rami dei quali potranno appendere l'altalena dei figli che nasceranno dalla loro unione. Nessun progetto ha più senso, né nessun programma. Ci si può finalmente sfogare dicendo al proprio datore di lavoro quello che si pensa di lui, perché non ci sono conseguenze temibili. Si può orinare sul tanto osannato campo da golf di John proprio di fronte alla bandierina che segnala la decantata e finale diciottesima buca, tanto non ne resterà che cenere. Si deve cercare di consumare immediatamente tutto quello che ci dà piacere, poiché presto non resterà più niente né dei nostri desideri, né dei nostri sentimenti, né delle nostre passioni. Ogni azione ha un senso solo se può essere consumata nell'immediatezza.
Di fronte alla consapevolezza dell'annientamento tutti gli individualismi presenti durante il ricevimento nuziale diventano qualcosa di effimero ed evanescente e l'ultima speranza è volata via insieme con quelle mongolfiere che Justine osserva allontanarsi nel cielo e che le rimandano l'immagine dell'immensità del cosmo.
Dopo la perfetta presa di coscienza della propria impotenza, simboleggiata divinamente da un cavallo che non ubbidisce e che si rifiuta di attraversare un ponte, quello che resta a Justine è abbandonarsi e lasciarsi possedere da Melancholia offrendosi nuda, senza difese, al suo arrivo. L'incontro definitivo fra Eros e Thanatos.

È stata la presenza del pianeta Melancholia e la sua rivelazione nei trailer a massacrare questo film al botteghino. Qualcuno ha parlato dell'Apocalisse (o della fine del Mondo) secondo Lars von Trier; altri hanno parlato di un film di genere catastrofico o addirittura della cosiddetta sci-fiction. Niente avrebbe potuto essere più sbagliato sia in un'ottica commerciale sia sul profilo dell'onestà intellettuale. Qui lo spettatore non si trova di fronte a "L'ultima Spiaggia" ("On the Beach", 1959), a "Terremoto" ("Earthquake", 1974), a "Il Diavolo alle 4" ("The Devil at 4 o'clock", 1961), a "Deep Impact"(1998), o ai recenti "2012" (2009) e "Segnali dal Futuro" ("Knowing", 2009).
Lars von Trier ha sempre attinto dai vari generi cinematografici senza mai restarne intrappolato. Per essere ancora più precisi, si può candidamente affermare che von Trier in ogni sua opera ha destrutturato le regole del genere in cui essa era apparentemente inquadrata. Se questo è vero per tutta la filmografia dell'autore danese, è maggiormente vero per questa sua ultima opera.
Lars von Trier non ha dato al pianeta che minaccia la Terra il nome di Nibiru né quello di Pianeta X, lo ha chiamato Melancholia.
Questo è il momento di domandarsi che cosa sia la malinconia (melancholia in latino). La malinconia, che non deve essere mai confusa con la depressione, è uno stato psicologico passivo ingenerato da un senso di inadeguatezza o di inattitudine e si manifesta attraverso l'incapacità decisionale, la tendenza a subire passivamente gli eventi e a distaccarsi dagli stati emotivi che li concernono, uno stato di tristezza quasi auto compiaciuta che ingenera la capacità di vivere.
Lars von Trier ci mostra fin dal principio l'inadeguatezza di Justine attraverso i movimenti goffi della limousine. La passività ritorna nell'incapacità di Justine di chiamare un taxi o di entrare nella vasca da bagno, nella difficoltà a camminare senza barcollare. L'impotenza è esternata dal cavallo che si siede a terra rifiutandosi di attraversare quel ponte. E ancora durante la festa nuziale si assiste allo scontro fra l'Io di Justine rappresentato dalla sua euforia, dalla sua gioia di vivere che esige l'immediatezza del piacere per ottenere soddisfazione, e fra il suo Super-Io rappresentato in modo conflittuale su molteplici fronti. Abbiamo i genitori da un lato, Claire e John da un altro, Michael, novello sposo semplicione ed inetto, il datore di lavoro e il suo giovane nipote apprendista su un altro fronte ancora, il direttore di cerimonie, il resto dei convitati. L'Io di Justine è svuotato dalla gioia non soltanto dalla consapevolezza della fine imminente, ma da tutte queste pressioni che ne stigmatizzano l'attitudine malinconica. Da un lato ci sono Claire e John che offrono la festa al patto che Justine sia felice. Justine ricerca l'affetto dei propri genitori in poche parole di conforto o nella semplicità di un gesto elementare come fare colazione insieme. Michael rappresenta la felicità e il futuro, ma la consapevolezza di un futuro negato distrugge sistematicamente anche la sua figura rendendo più appetibile un rapporto sessuale senza speranza con un perfetto sconosciuto che non può offrire niente a Justine se non l'immediato ed effimero piacere del momento. Tutte queste figure attaccano e feriscono in modi differenti Justine, proprio come il Super-Io attacca l'Io per punirlo della sua passività.
Prima di impattare la Terra, la malinconia ha invaso una festa privandola del suo elemento principale: la gioia. E la vita senza gioia di vivere si trasforma in tedio, in una lenta ed estenuante attesa della fine.
In altre parole e più semplicemente, un'umanità vittima della malinconia è già preda delle pulsioni di morte freudiane, senza attendere un pianeta che ne cancelli l'esistenza.

Quest'opera è intrisa di un pessimismo acuto di cui von Trier si rende anche testimone compiaciuto, oltre che autore. In alcuni casi questo pessimismo è semplicistico e grossolano. È più facile descrivere un parnaso di personaggi così piccoli e meschini da meritare la fine che li attende, piuttosto che descrivere personaggi che, malgrado loro stessi, cercano di migliorarsi magari fallendo e restando vittime delle loro meschinità.
Il solo personaggio che fa eccezione è quello di Justine. Di quello che fosse il suo carattere prima della consapevolezza dell'evento catastrofico, non ci è dato di sapere quasi nulla, vanificando qualsiasi raffronto concernente un mutamento di personalità. Malgrado ciò Justine fa del suo meglio per rendersi una persona migliore e questo la rende il personaggio più positivo, forse il solo davvero positivo, di tutto il film. Tuttavia, questa scelta non deriva da una consapevolezza narrativa volta a creare un contrasto fra i personaggi ma è, invece, indice dello sconfinato narcisismo di Lars von Trier, perché lui è Justine. E questa Justine von Trier si contrappone al resto dell'umanità invitata al ricevimento, poiché è il solo che sa vedere oltre e che è schiacciato dal peso di questa visione.

In altri casi il pessimismo cosmico di von Trier risulta anche gratuito, come nel caso dell'affermazione apodittica secondo la quale la vita sia un errore che è stato commesso solo sul pianeta Terra e che ben presto sarà cancellato.

Lars von Trier è stato più volte e, a parer di chi scrive, a sproposito tacciato di misoginia da critici forse dimentichi di pellicole come "Le Onde del Destino" ("Breaking the Waves", 1996).
"Melancholia" è un film al femminile in cui gli uomini sfilano come comparse. Al più sono inutili orpelli, frivoli o vanesi, persi nel proprio orgoglio individuale, piatti e insignificanti, utilizzabili al massimo alla stregua di un cavallo da monta. Chissà che qualcuno, dopo essersi lanciato nell'ennesimo inutile sproloquio sulle esternazioni rilasciate da von Trier durante la conferenza stampa a Cannes, questa volta non lo accusi di femminismo, non diciamo di misantropia, poiché la sfiducia che il regista danese nutre nei confronti dell'essere umano è palese e manifesta.
La chiave femminile non si limita alle due protagoniste del film, ma si estende alla Natura, alla Terra, a Melancholia, alla Vita e alla Morte. È quasi saffico il rapporto fra Justine e la luce emanata dal pianeta.
Inoltre, Justine è come abbiamo detto alterego di von Trier e ne trasmette il pensiero, le difficoltà psicologiche e sociali.
"La Terra è cattiva", dice Lars von Trier con la bocca di Justine. "Nessuno ne sentirà la mancanza!".
Questa frase nefasta, esternazione del pensiero dell'autore, sembrerebbe alludere a una punizione nei confronti di questo Male rappresentato dalla Vita sulla Terra. In una posizione assolutamente atea e nichilista come quella di Lars von Trier, in cui tutto è affidato al caso (inteso anche come caos) e alla sua indifferenza, questa affermazione risulta stridente poiché imputerebbe alla Terra una colpa che ne giustifichi l'olocausto. Implicitamente presupporrebbe quindi l'esistenza di quel motore immobile di cui parlavamo sopra e di un senso a tutto. Comunque, questo scivolone/esternazione del pensiero dell'autore non incide più di tanto sulla distaccata e, appunto, nichilista visione delle sorti del genere umano.
Quello che risulta più struggente è la dolcezza del moto planetario definito nel film come "una danza di morte". Ed è proprio questa elegante dolcezza la cosa più atroce del tutto. È l'indifferenza della natura nei confronti della vita. È solo un'intersezione di pianeti. Niente di più.
Melancholia non è mai presentato come una minaccia, né come un nemico. La sua è quasi una presenza rassicurante e di innegabile bellezza. È l'avvicinarsi di un appuntamento cui tutti sappiamo di doverci presentare. Come accennato non è per la paura della fine, ma per la consapevolezza della caducità e per l'attesa del momento finale noto che tutto perde senso, divenendo effimero.

Il prologo di "Melancholia" è senza dubbio il momento più alto di tutto il film ed esso già da solo ne giustifica la visione. Sono otto minuti di arte e poesia, capaci di raggiungere i massimi livelli del lirismo visivo. È qui che la regia di Lars von Trier dà il suo meglio. La fotografia si sposa perfettamente con una suggestione visiva che trae spunto immediato dalla pittura. Abbiamo il riferimento esplicito al quadro di Pieter Brueghel "Il ritorno dei Cacciatori" che prende fuoco trasformandosi in cenere. Assistiamo a Justine che come Ofelia è trascinata dalle acque del fiume in mezzo alle ninfee, mentre indossa l'abito da sposa e stringe il proprio bouquet. Il riferimento artistico è il quadro Ophelia di John Everett Millais, che è anche visibile nella biblioteca della casa di Claire, quando Justine sostituisce tutti i libri d'arte esposti sugli scaffali, rendendo l'ambiente simile a quello della propria visione della fine.
E ancora vediamo Justine intrappolata nei fili di lana che l'avvinghiano come tentacoli ostacolandone i movimenti.
Ci sono uccelli che cadono dal cielo già morti con la stessa leggerezza delle foglie d'autunno.
Assistiamo alla fuga disperata di Claire che avanza col figlio fra le braccia mentre i suoi piedi affondano nel green perfetto del loro campo da golf in prossimità dell'inesistente diciannovesima buca.
Una meridiana al centro del parco proietta una duplice ombra (l'alfa e l'omega?) prodotta dalle due differenti sorgenti di luce: il Sole e Melancholia.
Un cavallo si arrende posandosi al suolo.
E poi l'immagine eloquente in cui Justine e Claire avanzano nel parco della tenuta di John con il piccolo Leo in mezzo a loro. Nel cielo in corrispondenza delle loro teste ci sono tre corpi astrali. Melancholia è su Justine, la Luna è su Leo e il sole è su Claire. Questa immagine è la sintesi di tutto il film.
Un prologo intenso, dolcissimo e di una bellezza struggente.
E non ci si deve far fuorviare dalla presunta onestà narrativa di Lars von Trier poiché, malgrado il prologo termini con la scomparsa della Terra alla collisione con un pianeta diecine di volte più grande, il sapore onirico non assicura la certezza del tragico finale e quella stessa speranza cui si appiglia Claire durante il corso del film, attanaglia anche lo spettatore che fino all'ultimo istante auspica di scampare a un destino ormai inesorabile.

Durante tutto il resto del film Lars von Trier ricorre costantemente all'uso della steadycam offrendo al pubblico inquadrature dalla fotografia assai accurata, ma mai fisse. La macchina da presa è sempre in movimento, come se l'operatore avesse eliminato il sistema di ammortizzazione della steadycam col risultato che in più occasioni, specie durante il primo segmento cinematografico, le inquadrature sono traballanti o, forse, sarebbe più appropriato dire barcollanti come la protagonista del film e come il suo stesso regista. La scelta non guasta, ma a volte il movimento è così artificioso da risultare sgradevole.
Resta comunque una regia di grandissimo livello artistico.
Le sue scelte artistiche risentono evidentemente dell'influsso del maestro Andrej Tarkovskij, cui Lars von Trier aveva già dedicato il suo "Antichrist", e in particolare delle ultime opere della filmografia del regista russo che sono "Nostalghia"(1983) e soprattutto "Sacrificio"(1986).

A nobilitare maggiormente l'opera c'è l'eccellente lavoro svolto dagli interpreti.
Kirsten Dunst è protagonista assoluta e la sua interpretazione malinconica è perfetta, misurata e mai sopra le righe. La vittoria della Palma d'oro a Cannes come miglior attrice protagonista non avrebbe potuto essere più meritata e chissà che magari non arrivi anche a concorrere al premio Oscar.
Tutti gli altri interpreti sono favolosi e, malgrado interpretino personaggi assolutamente fuori dalle righe, la loro recitazione si dimostra perfettamente misurata e adeguata al ruolo. Inutile nominare l'intero parnaso di grandi attori, tuttavia non si può non menzionare la bravissima Charlotte Gainsbourg ed un redivivo Kiefer Sutherland che finalmente si è liberato dai personaggi che ultimamente gli sono stati troppo cuciti addosso.

"Melancholia", malgrado sia ben lungi dall'essere il capolavoro cui tanti hanno osannato, è un film splendido specie per la propria dimensione artistica, ma anche per il suo contenuto allegorico. È un'opera raffinata di un regista particolare che è avvezzo trasmettere il proprio malessere nell'esercizio della propria arte. È un film visivamente suggestivo, intimamente artistico e impregnato di una bellezza malinconica e di una dolcezza struggente, malgrado la sua inesorabile spietatezza.
È comunque bello abbandonarsi, lasciandosi prendere per mano e facendosi condurre in questa disperata dimensione, proprio come fa Justine con il piccolo Leo dicendogli:

"Prendi la mia mano. Chiudi gli occhi"

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Recensione a cura di Carlo Baldacci Carli - aggiornata al 28/10/2011 14.03.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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