Recensione joker regia di Todd Phillips USA 2019
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Recensione joker (2019)

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locandina del film JOKER

Immagine tratta dal film JOKER

Immagine tratta dal film JOKER

Immagine tratta dal film JOKER

Immagine tratta dal film JOKER
 

Parto da un presupposto fondamentale: fare un film come Joker e sul Joker, era realmente una sfida sotto molti aspetti. Joker è un personaggio iconico che partendo dai fumetti come il villain per eccellenza di Batman, diventa nel suo prosieguo una vera e propria icona collettiva, dotata di un fascino perverso come soltanto i veri cattivi sanno essere. Quel Male caotico capace di scardinare nel profondo le nostre convinzioni maturate dalla nostra esperienza schematizzata dalla quotidianeità. E proprio per questo, sconvolgente.
La sfida era portare sullo schermo un personaggio che aveva già lasciato solchi profondi, con le intepretazioni di Nicholson nel Batman burtoniano, più vicina al fumetto originale, e quella realmente oscura di Ledger nel Cavaliere oscuro di Nolan, al quale in qualche modo si ricollega il Joker di Philips, fornendogli quel passato che la pellicola di Nolan gli negava. Il Joker di Philips può essere visto come la base su cui si è sviluppato il Joker di Ledger, ma al tempo stesso le tre opere citate possono benissimo essere considerate opere a sé stante. I tre Joker sono indipendenti l'uno dall'altro, ognuno con una propria visione e il film di Philips, in maniera intelligente, non cerca assolutamente un confronto con i suoi predecessori. Il film di Philips vuole essere qualcosa di diverso. E' questa l'essenza della sfida di Joker. E contro tutte le previsioni, ci riesce, eccome se ci riesce.
Joker inoltre, è una sfida per un autore come Todd Philips. Conosciuto come un regista di commedie come Road Trip e la saga della Notte da leoni, quanti si sarebbero immaginati un film di questo genere, totalmente in controtendenza a quella che è stata comunque una proficua carriera a livello commerciale? Pochi se lo sarebbero immaginato, compreso il sottoscritto, ma andando a ritroso, alle origini del regista Philips si scopre una base documentaristica. A metà degli anni 90, Todd Philips dirige un documentario su un personaggio controverso come il punker G.G. Allin, simbolo di un punk estremo, che si esibiva nudo di fronte al pubblico, che insultava, ricambiato, dal pubblico, defecando davanti al pubblico e lanciandogli la sua merda o spalmandosela addosso. Ed analizzando un personaggio così controverso, descrivendo il suo rapporto con i fans e con la società americana, che già si trovano quegli elementi che deflagreranno in Joker.

Joker era già previsto che approdasse alla 76° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, quasi scontato persino. Ma mentre quasi tutti gli addetti ai lavori e non, si immaginavano la classica passerella nel Fuori Concorso, ecco che Barbera, con una scelta sorprendente, decide di inserirlo direttamente nel concorso. Ciò che ad occhi chiusi poteva sembrare l'irruzione di un cinecomic all'interno di un concorso come quello veneziano, ha fatto storcere il naso a tanti. Ma il buon Barbera ha fatto intendere che Joker sarebbe stato un film che avrebbe sorpreso molte persone. Senza dubbio tali dichiarazioni alla vigilia della Mostra, non hanno fatto altro che aumentare l'aspettativa per un film che a quel punto sarebbe stato uno degli eventi maggiori, se non il maggiore della rassegna, dividendo preventivamente tra coloro hanno apprezzato tale scelta ed i possibili detrattori, quest'ultimi con i fucili già spianati la mattina del 31 Agosto 2019, giorno dell'anteprima mondiale di Joker.

La visione di Gotham City nel film di Philips non è quella metropoli oscura ed angosciante dei film di Burton o Nolan. E' una visione più realistica. Una Gotham che può essere né più, né meno di una New York, una Chicago o qualsiasi altra metropoli americana a cavallo degli anni 80, caratterizzati da una forte crisi economica, dal crollo verticale del welfare e dall'impennata del tasso criminale in tutte le grandi città a stelle e strisce. Una visione che John Carpenter, per esempio, estremizzò nella distopia futurista di Fuga da New York, ma che in Philips non è altro che un lontano riflesso che si ripercuote nell'America reale di oggi. Le strade sono caotiche, invase dalla spazzatura accumulata ai suoi margini, causata da uno scipero del servizio. Spazzatura che diventa banchetto per i ratti della città.
In tale contesto vive Arthur Fleck, giovane disadattato con madre a carico. Lui è in cura presso i servizi sociali o quelli che in Italia sarebbero definiti i Centri d'Igiene Mentale. Sua madre lo chiama affettuosamente Happy, ma non si può dire che la sua vita formi un binomio con tale nomignolo. La madre stessa si dimostra alquanto anaffettiva nei suoi confronti, è chiaramente un peso che comunque Arthur si accolla, attraverso un lavoro umile come sandwich man pubblicitario, travestito da clown o delle feste per bambini, sempre vestito da clown. Il suo sogno è quello di diventare uno stand-up comedian, far ridere la gente, estraniandola da quel quotidiano squallido che è la sua vita ed in fondo anche quella di tanti altri.
E' un loser, un emarginato tra tanti emarginati, dove il divario sociale si amplia sempre di più a favore di pochi ricchi ed a deterioramento delle fasce più deboli, sempre più esposte alla povertà più estrema. Arthur Fleck vive in questo contesto ed è da questo humus che germoglieranno i semi del futuro Joker. Un uomo a cui il terreno sta crollando sotto i piedi, privo di quelle protezioni sociali che vengono meno ed un lavori precario che gli permetterà forse di vivacchiare ai limiti della sopravvivenza, ma mai di emergere come il sogno americano ha sempre favoleggiato. Nella Gotham city di Joker non c'è spazio per il sogno americano, bensì del peggiore dei suoi incubi.
Se c'è un regista di rifermento per Joker, quello certamente è Scorsese. E non è un caso la presenza di Robert De Niro in un ruolo che ricalca l'idolo/avversario di Rupert Pupkin, Jerry Langford, in Re per una notte. Arthur Fleck è il Rupert Pupkin o il Travis Bickle di scorsesiana memoria, uomini rifiutati e rigettati dal sistema che cercano in qualche modo di emergere o di reagire con violenza.
Arthur Fleck bisogna inquadrarlo sotto questo tipo di ottica. Indole mite, a volte malinconica, ma che nel profondo del suo animo è già spalancato l'abisso in cui sprofonderà. Questo perchè anche negli uomini miti, la corda si può spezzare ed il Male può emergere in tutta la sua virulenza. L'emarginazione sociale è la culla di questo Male. Beninteso che Philips non immetta dei registri patetici o sentimentali nel descrivere l'evoluzione del personaggio di Fleck. Anzi, se ne tiene ben lontano dal farlo.

"Pensavo che la mia vita fosse una tragedia, invece ho scoperto che è una commedia"

Arthur Fleck è affetto da una strana particolarità: una risata patologica che lo porta a ridere nei momenti meno opportuni. Una risata quasi animalesca che mette in imbarazzo nel migliore dei casi, più spesso una risata che inquieta ed intimorisce nella maggiorparte delle volte. Una risata paradossale che invece di esprimere un momento divertente o di felicità, sottolinea il dolore di Arthur, sempre più solo ed emarginato, umiliato sul lavoro, abbandonato dai servizi sociali, che grida aiuto ma non riceve risposta da nessuno. La sua aspirazione di diventare uno stand-up comedian viene messa alla berlina televisiva dal suo stesso idolo, Murray Franklin. Nemmeno la sua immaginazione, luogo in cui Arthur si rifugia, è più sufficiente per arginare quella realtà ormai incontenibile e insopportabile. Niente più fantasie sulla bella vicina, niente successo come comico da bar. Rimane solo la maschera che indossa ogni giorno. Quella maschera che diventerà il simbolo involontario della sua ribellione. La maschera del clown. Arthur Fleck comincia rapidamente a sprofondare nell'abisso, cessando la sua esistenza. Ne riemergerà rigenerato, la sua risata grottesca acquisterà un senso. E' la nascita del Joker.
Il Joker emergerà all'interno di un vagone della metro. Tre broker di Wall Street completamente ubriachi, stanno facendo pesanti apprezzamenti ai limiti della molestia sessuale verso una ragazza. Arthur ride senza controllo. I tre lo raggiungono e lo picchiano selvaggiamente, ma invece di subire e rimanere a terra come tante altre volte, Arthur estrai una pistola ed uno alla volta fredda i suoi assalitori.
Un singolo atto che diventa solo la prima tessera di un domino personale e che si rifletterà sul piano sociale. Malgrado una descrizione televisiva mistificatoria, che condanna l'omicidio dei tre, tacendo ciò che stava all'origine del contesto, viene percepito dalle persone con una forte valenza simbolica. Un emarginato che ha ucciso tre ricchi ed il fascino iconico della maschera da clown, è una miccia corta che esploderà incontrollabile. Un reietto in una città di reietti che ha tolto di mezzo tre arrivisti yuppies non è un omicidio esecrabile, ma un atto di ribellione che deve essere portato avanti come esempio. Il ricco deve morire.

Joker/Arthur Fleck è più lontano dall'essere un villain nel senso stretto del termine e più vicino semmai ad essere un dolente antieroe senza un vero antagonista, giacchè troviamo un giovanissimo Bruce Wayne ancora troppo lontano dall'essere il futuro Batman, mentre più risalto viene dato al padre di Wayne, dalla pettinatura non troppo lontana dal look trumpiano.
Philips decostruisce l'universo fumettistico di Batman. Qua e là ci sono tracce disseminate di quell'immaginario (Arkham Asylium, Villa Wayne, l'uccisione stessa dei genitori di Bruce, fuori dal teatro dell'opera), ma sono simboli spenti che mai saranno luoghi iconici, perchè descritti in maniera realistica. La computer grafica è realmente ridotta ai minimi termini, per non dire assente da questo film. E' questo un altro motivo per non definire Joker un cinecomic o film di supereroi che dir si voglia.
L'ascesa del Joker è innanzitutto quella di un simbolo di ribellione, prima che dell'uomo stesso. L'omicidio dei tre broker è diventato ciò che oggi verrebbe definito virale e la presa sulla gente è immediata. L'omicidio dei ricchi è la valvola di sfogo di una rabbia repressa collettiva. Ma la cosa più inquietante è che, almeno in parte, anche lo spettatore cavalca questa rabbia, a dimostrazione dal grado di empatia creato con il personaggio.
Arthur Fleck, ormai diventato Il Joker, completa la sua ascesa regolando nel sangue tutti conti in sospeso con le persone che lo hanno umiliato per tutta la vita (dagli ex colleghi di lavoro fino Murray Franklin) e cavalcherà l'onda della rabbia divenendo il capo assoluto della rivolta nell'apocalittico finale. Arthur Fleck era un outsider ed un reietto per tutti, il Joker è il perverso idolo delle folle. Malvagio e caotico.

Joaquim Phoenix con il Joker fornisce quella che può essere considerata la sua migliore interpretazione in assoluto. Questo va detto per un interprete che nel suo palmares ha altrettante interpretazioni di assoluto livello. Il livello di mimesi fisica, con un corpo magrissimo e scarnificato, con una gamma di espressività straordinaria e capacità di intensità emotiva per come riesce a creare empatia con lo spettatore, determineranno nel prosieguo della stagione cinematografica in corso il metro per l'assegnazione dei premi, dal Golden Globe all'Oscar, al netto ovviamente dei vari "giochi" dietro le quinte. Se non ha avuto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile (andata comunque al bravo Marinelli) è perchè il regolamento della Mostra non permette di dare Coppa Volpi e Leone ad uno stesso film. Joaquim Phoenix è un'altra vittima illustre al pari dell'altra interpretazione mostruosa, quella di Mickey Rourke in The Wrestler, rimanendo in ambito veneziano. La sensibilità dell'attore americano unita a delle bellissime sequenze, come quella della danza nella scalinata, accompagnata dalla voce di Frank Sinatra, rimangono veramente impresse nel profondo. Compito veramente ingrato per chi si dovrà cimentare nel doppiaggio.

Joker è una scommessa vinta su tutti i fronti. Un film che preventivamente aveva molto da perdere e poco da guadagnare, si è rivelato come minimo uno dei film migliori di questa stagione cinematografica ancora agli albori. Il suo approccio originale, perlomeno per i tempi odierni ne fanno quasi come un oggetto a sé stante. Tuttavia nel suo profondo il film di Philips guarda con ammirazione e coraggio, non soltanto a Martin Scorsese, ma a tutta la New Hollywood degli anni 70. La scalinata sfondo del balletto del Joker può vagamente richiamare alla scalinata dell'Esorcista. Anche se può sembrare forzato, l'inseguimento a piedi nella metro richiama chiaramente a French Connection (il braccio violento della legge) di Friedkin. Non è detto che due indizi facciano una prova, ma anche il talk show finale, anche per il tipo di finale, viene evocato il fantasma di Quinto potere di Lumet.
Solo il tempo potrà dire se Joker è un'opera a sé stante oppure un qualcosa che si sta muovendo all'nterno del cinema americano e non. Certamente una rinascita della New Hollywood sarebbe un toccasana per tutto l'ambiente perchè riporterebbe ad un decennio particolarmente prolifico come autori e come generi. Una nuova Golden Age, iniziando a decostruire il genere per eccellenza di questo ultimo decennio, cioè i supereroi. Come detto, solo il tempo lo dirrà, ma intanto ha un Leone d'oro come miglior film in bacheca. E non glielo toglierà nessuno.

"All it takes is a bad day"

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Recensione a cura di The Gaunt - aggiornata al 03/10/2019 17.24.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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