Recensione in bruges - la coscienza dell'assassino regia di Martin McDonagh Belgio, Gran Bretagna 2008
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Recensione in bruges - la coscienza dell'assassino (2008)

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locandina del film IN BRUGES - LA COSCIENZA DELL'ASSASSINO

Immagine tratta dal film IN BRUGES - LA COSCIENZA DELL'ASSASSINO

Immagine tratta dal film IN BRUGES - LA COSCIENZA DELL'ASSASSINO

Immagine tratta dal film IN BRUGES - LA COSCIENZA DELL'ASSASSINO

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Immagine tratta dal film IN BRUGES - LA COSCIENZA DELL'ASSASSINO
 

La prima sorpresa che "In Bruges" riserva allo spettatore è Bruges, la città delle Fiandre dalla struggente bellezza che le deriva dal suo passato e che ancora si respira nelle sue strade, sui suoi canali e nei suoi parchi.
Una città magica e misteriosa, immersa nella sua storia e nella suggestione accogliente, quasi sospesa, delle sue chiese, dei suoi scorci urbani, della sua arte, dei suoi vicoli e dei suoi canali, su cui si affacciano splenditi palazzi dai tetti aguzzi e dalle facciate ricamate come certi pizzi, che ancora oggi le merlettaie offrono ai visitatori, o come i diamanti la cui lavorazione ha avuto ed ha qui uno dei centri più antichi d'Europa.
La seconda, invece, viene dal particolare contenutistico del film, che riserva non poche sorprese e molta originalità nel passare, con uguale intensità di emozioni, dalla commedia d'ambiente al gangster-movie a tinte noir.

Bruges diventa così la coprotagonista del film, perchè un luogo non è mai la semplice cornice in cui si chiarisce una storia.
Il luogo è spesso l'origine storia.
Ne determina la geografia narrativa, incide sul carattere e sull'evoluzione dei personaggi, si esplicita nel contesto straniante che dilata nello spettatore la percettiva del tempo e dello spazio, come un'esperienza sinergica ed emozionale vissuta in modo naturale e non indotta da fattori esterni o stimolazioni sensoriali concreti.

A Bruges trascorrono la loro vacanza Roy e Ken, due killer da strapazzo irlandesi, così diversi tra loro eppure così indissolubilmente legati dallo stesso, identico destino di anti-eroi.
L'uno, Roy, giovane ed irruento, insofferente del posto e dei suoi abitanti, tormentato dai sensi di colpa per aver ammazzato la persona sbagliata.
L'altro, Ken, un po' più avanti con gli anni, pacioso e accomodante, contento di godersi l'inattesa vacanza e scoprire gli odori e le penombre che celeno il mistero di questa antica città.
Solo che non si tratta di una vera vacanza, ma di una sorta di purgatorio in cui i due sono stati mandati dal loro boss inglese, Harry, per espiare la pena che deciderà di infliggergli a causa dell'esito disastroso della loro ultima "missione", quando nell'agguato teso per uccidere un prete, il più giovane, per errore, ha colpito un bambino innocente che ha perso la vita.
Nell'attesa che Harry decida cosa fare di loro, i due "devono" fare i turisti in giro per città, stando attenti a non destare sospetti e non dare troppo nell'occhio.

Ken prende molto sul serio l'inedito ruolo di turista e comincia a vagare per la città, resa ancora più bella dagli addobbi per l'imminente Natale, a scoprire chiese gotiche medievali, musei ricchi di opere d'arte, vicoli e canali silenziosi; a salire i 400 gradini del campanile di Belfort; ad incantarsi al suono del carrillon della torre con le sue 47 campane di bronzo; costringendo Roy a seguirlo nelle sue escursioni turistiche.
Roy, invece, è ancora depresso e tormentato per quanto successo nella sua prima missione di morte e non riesce a godere delle stesse emozioni che appagano il suo collega. Odia profondamente quel luogo, che trova cupo e noioso, si annoia a morte per il soggiorno forzato e fa resistenza passiva alle iniziative dell'amico, che cerca di coinvolgerlo nelle sue esplorazioni turistiche, nella speranza che la dolcezza e la bellezza del luogo riescano ad addolcire la rudezza del suo carattere e sopire gli affanni che gli procurano i sensi di colpa, che i tic nervosi, gli scatti d'ira e l'insoddisfazione, evidenziano.

Entrambi sanno che il loro capo prima o poi chiamerà, e aspettano la telefonata per ricevere istruzioni sul da farsi; ma più il tempo passa e più la loro situazione diventa surreale, come è surreale e maledettamente metaforica l'atmosfera che avvolge il capolavoro del pittore fiammingo Jeronimus Bosch, "Il giudizio universale", la cui visione acutizza in Roy la percesione minacciosa che la città che lo ospita sembra esercitare su di lui.
Come sono surreali i personaggi che incontrano e che incideranno, nel bene e nel male, sulle loro storie e sugli equilibri delle loro azioni.

Per la città, oltre a loro, si aggira una troupe cinematografica che ha scelto Bruges come location del film in lavorazione: conoscono così Jimmy, l'interprete del film, un attore nano razzista ed aggressivo, con cui condivideranno droga e prostitute, sbronze e stati di emarginazione.
Poi c'è Marie, la proprietaria dell'albergo dove soggiornano, una signora loquace e pungente, il cui stato di avanzata gravidanza acuisce la depressione di Ray, almeno fino a quando non incontra Cloë, una ragazza che, pur avendo parecchie cose da nascondere, entra nella sua vita incasinandogliela ancor più di quanto non lo sia già, ma che lo aiuterà ad uscire dal suo stato di catatonica prostrazione, nonostante si scopra che usa rapinare turisti sprovveduti e fare uso di droga.
Come previsto, però, un giorno arriva la telefonata del boss, che ordina a Ken di uccidere il ragazzo, come punizione per il tragico errore commesso.
È a questo punto che la storia prende la piega surreale, ondeggiando tra l'incubo e l'assurdo più sublime: Ken è combattuto tra la necessità di obbedire all'ordine e il sentimento di amicizia che ha sviluppato per il ragazzo, il quale, dal canto suo, si dimostra pentito per quanto accaduto.
Quando Ray, in uno dei suoi momenti di massima depressione, tenta di togliersi la vita, sarà Ken a farlo desistere dal suo proposito e a farlo fuggire via da Bruges.
Ma una volta in treno il ragazzo, in seguito alla denuncia dello skinhead (che tutti chiamano frocetto) che ha preso a pugni il giorno prima, viene fermato dalla polizia e ricondotto in città per rispondere di procurate lesioni.
Ancora una volta sarà Cloë a tirarlo fuori dai guai, anche se nulla può contro la determinazione di Harry, il quale, appena saputo che Ken non ha eseguito il suo ordine e Ray è ancora vivo, piomba a Bruges, deciso ad osservare fino in fondo il suo personale "codice etico".

Inizia così la resa dei conti finale che vedrà soccombere tutti in una catarsi finale che non risparmia neppure il nanetto che, metaforicamente vestito da bambino, per esigenze di copione, viene colpito dalle pallottole di Harry, che si macchia così della stessa colpa che ha sporcato la coscienza di Ray. Le riflessioni finali del ragazzo, sospeso tra la vita e la morte, chiudono il film e chiudono il paradosso che racchiude la parabola del male e del bene che da sempre albergano nella natura umana.

Tragicomico, umoristico e cupo al tempo stesso, il film mescola con equilibrio e raffinatezza generi diversi che oscillano tra l'action- movie e la commedia nera, con alcuni momenti deliranti e politicamente scorretti che toccano categorie ritenute intangibili, come gay, nani, obesi, neri e registi di cult.
Dell'action-movie prende l'impianto narrativo e il tocco sanguinolento che sconfinano in situazioni esageratamente splatter, ma che a tratti sfumano in immagini di poetica tristezza; del noir prende lo spirito e il modo di raccontare, le atmosfere notturne e nebbiose, che arricchisce con momenti di un assurdamente folli, quando prende ad analizzare la mente dei tre personaggi per mostrare quella sfera di insicurezze, dubbi e buoni sentimenti che albergano nell'animo umano, anche di killer prezzolati.

Martin McDonagh, regista anglo-irlandese, già premio Oscar 2006 per il miglior cortometraggio, debutta alla grande con quest'opera prima, riuscendo con quasi solo tre personaggi e pochissima azione a realizzare un film che cattura l'attenzione e tiene desta la tensione degli spettatori.
Ma McDonagh fa anche di più, perchè omaggiando Bruges, le sue atmosfere, i suoi monumenti e le sue vedute, riesce a renderla determinante per l'evoluzione dei caratteri dei personaggi.
L'uno troverà nelle opere d'arte le risposte ai dubbi del suo vissuto e un aiuto a scandagliare le sensibilità del suo animo; l'altro cercherà tra la gente il pentimento al male che è in lui e l'estasi martirologico che purifica la "coscienza dell'assassino".

Fotogramma dopo fotogramma, il film si dipana in una composizione veramente affascinante, che non solo regge il confronto con i classici del genere ma li modernizza con una sceneggiatura originale e dialoghi al limite del paradosso, che mettono in evidenza il carattere umano dei tre killer e divertono per la maniacale osservanza delle regole cavalleresche che domina il loro mondo.
Merito di una regia attenta e della potenza espressiva degli interpreti, in primo luogo Colin Farrell, sempre a suo agio nei panni di un personaggio complesso ed enigmatico, infantile e sofferente, ma anche a suo modo simpatico e divertente, sicuramente un passo importante per la sua maturità d'attore, dovuta, forse, alle frequentazioni dei set di Woody Allen, Terrence Malick e Michael Mann.
A Brendan Gleeson, l'interpretazione del personaggio del sicario dal cuore tenero offre l'opportunità di confermare le sue doti naturali di attore, già espresse in molte delle caratterizzazioni che ha sostenuto in film di grandissimo successo internazionale.

A film inoltrato, l'apparizione del boss interpretato da Ralph Fiennes ci regala momenti di grande coinvolgimento emotivo: raffinato, elegante, algido, estremamente credibile nella sua interpretazione del cattivo, lo vediamo muoversi in una veste piuttosto insolita per lui, abituati come siamo ai suoi personaggi tormentati, complessi, malati che hanno caratterizzato la sua carriera e lo hanno portato per ben due volta a ricevere la nomination agli Oscar.
Molto bella e brava anche la Cloë di Clémence Poésy, un ruolo piuttosto marginale per la giovane attrice, ma molto funzionale allo svolgimento del film.

Per finire un'ultima notazione riguardo il finale del film, forse un po' troppo fumettistico e forzato, tanto da far pensare ad una sorta di volontaria e cercata parodia del genere, in un'onirica e favolistica città senza tempo.

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Recensione a cura di Mimmot - aggiornata al 08/07/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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