Recensione il figlio regia di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne Francia 2002
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Recensione il figlio (2002)

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locandina del film IL FIGLIO

Immagine tratta dal film IL FIGLIO

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Immagine tratta dal film IL FIGLIO
 

"Colpire al cuore", come in un film di Gianni Amelio di qualche lustro fa.
Fu la pi¨ grande alta marea degli ultimi 20 anni a "colpirmi" quella sera che mi azzardai a mettermi gli stivali alti e superare ogni impasse temporale di Venezia per andare a vedere questo film. Io e una ragazza, coraggiosamente, abbiamo superato calli e campi trasformati in atipici affluenti per "qualcosa che anche nei giorni di sole non riempie certo i botteghini".
Un cinema quello dei Dardenne, quasi metafisico, Ó la Kiarostami (ma senza l'ironia beffarda dell'autore nordico) o alla Kieslowsky, un cinema dove i personaggi palesano, occultano, reprimono, svelano con difficoltÓ.

Non Ŕ null'altro che la ragione della dignitÓ umana, in certi casi. Lo spettatore non ama un contatto tanto profondo, "epidermico" con un film, tralasciando le velleitÓ sociali e omettendo la sua diretta identificazione. Ma in linea di massima i Dardenne non provano alcun espediente calligrafico, nŔ il simbolismo cromatico-spirituale di cui l'amato Kieslowsky faceva largo uso soprattutto nel "Decalogo". E' qualcosa a sŔ.
Tutto Ŕ lasciato al gioco degli sguardi, all'inconfessabile ragione della vita, che poi Ŕ la stessa ragione per cui possiamo parlare esattamente di Cinema con la C maiuscola. Immagine che ci purifica dal modello tradizionale, che ci consegna un minimalismo quotidiano attraverso la sfida ai grandi mezzi tecnici della comunicazione nel segno del dettaglio, dell'umiltÓ dei gesti e delle (poche ma significative) parole, lasciandoci addosso una sorta di malessere empatico frammisto a benessere emotivo.

Forse, mai come stavolta, i Dardenne sono riusciti a preservare tanto mirabilmente questa sobrietÓ, evitando anche quei sottili compiacimenti che forse appesantivano in parte il pur eccellente "Rosetta".
La realtÓ Ŕ che noi spettatori - solitamente allergici ai rigorosi amplessi del tempo di Bressoniana memoria (come sarebbe a dire chi Ŕ Bresson?) proviamo doppiamente disagio, sia davanti alla scelta artistica dei due fratelli, sia di fronte a un'opinione conclamata, a un giudizio promosso, esortato.
I Dardenne ci sbattono in faccia il perdono - alla faccia della nostra proverbiale e comprensibile meschinitÓ - anche davanti a un protagonista per cui Ŕ difficile provare vera solidarietÓ: il Padre e questo non ci rassicura affatto, anzi ci sconvolge lentamente...

Come lenta, ma acutissima, Ŕ la forma mentis di questo cinema che - lontano dalle luci della ribalta - osa compromettere le nostre ferree posizioni in materia di giustizia, vendetta, perdono, recrudescenza, rimorso, rancore.
La figura di un padre, pi¨ curioso (odioso) che vendicativo, sopraffatto, appunto, da una giustizia che ha punito il colpevole ma non la sua colpa Ŕ in tal senso esemplare: il giovane di Truffautiana memoria (un'Antoine forse pi¨ cinico) arriva a rimuovere il proprio crimine e gli anni del riformatorio, un processo che non tiene conto altro che dell'impossibilitÓ di vivere la propria "normale follia".
Anche nei gesti apparentemente pi¨ insignificanti, catturati da una camera fissa (nel tributo involontario ai dogma) i Dardenne lasciano tutta la riprovazione a noi e il giudizio morale irrisolto o semplicemente aprioristico. Chi Ŕ, e cosa vorrÓ dirci quest'uomo quando osa affannarsi (e non poco) a chiedere di ritrovarsi?

L'ossessione del passato, del lutto per la perdita dell'unico figlio, la morte fisica del presente... Nulla, in veritÓ, sembra essere lasciato a caso: nel bisogno intollerabile di una continuitÓ generazionale, non c'Ŕ pi¨ collera nŔ odio, solo la volontÓ di superare il dolore e superarlo. SarÓ davvero cosý?
Un pubblico tradizionale direbbe Freudianamente che nell'annullamento del ricordo e della morte di un figlio, e nell'accettazione del suo (ehm) "replicante" assassino, esiste anche l'insanabile bisogno di preservare eternamente il ricordo della sua tragica fine. Ma non Ŕ vero.
Quella sera, mai vinto e fieramente accorso al cineclub nonostante la grande mareggiata lagunare, beh ho vissuto uno dei pi¨ intensi momenti di grande cinema degli ultimi anni.

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Recensione a cura di kowalsky - aggiornata al 04/10/2005

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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