Recensione gli equilibristi regia di Ivano De Matteo Italia 2012
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Recensione gli equilibristi (2012)

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locandina del film GLI EQUILIBRISTI

Immagine tratta dal film GLI EQUILIBRISTI

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Immagine tratta dal film GLI EQUILIBRISTI

Immagine tratta dal film GLI EQUILIBRISTI
 

La crisi economica e la precarietà sociale che incide sulle famiglie italiane.
Il nuovo film di Ivano De Matteo si alimenta - pensate - nientemeno che dalla fonte del Neorealismo. E' probabile che lo stesso Zavattini non avesse immaginato un simile revival dello spirito di quest'Italia, catapultata improvvisamente in metropoli di sordide stanze in affitto gestite da altrettanto laide locatrici. Umberto D è ancora vivo, e ci appartiene.
Con una buona dose di faccia tosta, il regista tenta di appropriarsi di quel linguaggio post-boom adattando il lirismo poetico dei capolavori di De Sica al disagio impellente di questi ultimi anni, in modo che ogni amara realtà diventi strumentale ai fini di una parabola Nazionale che costringe in tutti i modi lo spettatore a guardarsi indietro. Ma oggi non esiste neanche il politico democristiano di turno che si possa indignare per il crudo affresco di una società incoraggiata al rito dell'incoscienza e del riso, vista la scarsa attendibilità della classe dirigente sopraffatta da un presidente del consiglio di un governo tecnico clamorosamente foriero di sventure tanto minuziosamente esternate.

Non c'è un obiettivo comune, ma quando sentiamo parlare il regista del suo film sembra di leggere un corsivo del Sole 24 ore. La realtà scomoda che tanto declama un cinema italiano così intransigente quanto superficiale è qualcosa di cui molti di noi conoscono già la risposta, con l'invadenza omertosa di questi lunghi mesi/anni dove la stampa nazionale si comporta con la stessa neutralità qualunquista dei politici. E quanto si pavoneggiano di avere espresso un'illuminante contesto del fattore umano, insomma di aver rivelato tanta tempistica ad assaggiare il frutto amaro gustato dalla massa popolare, loro che ne sono così laidamente distanti.
Il problema del cinema italiano è che denuncia ma anche difende, contesta ma in fondo ne è soggiogato. E in questo "sole dei morenti" della capitale - la Roma così diversa dagli attributi epici enfatizzati da troppe brutte canzoni di Antonello Venditti - è difficile credere fino in fondo quanto nell'abisso di Giulio (Valerio Mastrandrea) ci si possa riflettere, quanto si debba empatizzare con la sua condizione di miseria, o magari quanto sia vero il meccanismo della sovversione umana più autentica, la paura.

Sulla paura l'autore si sofferma in primis, indicando quanto la rinascita tardiva ed eterna del Mito familiare - ehm - vaticanista sia destinata a estinguersi per l'eterna lotta dell'uomo verso la sopravvivenza di sé. Soldini ci aveva indicato una strada tutto sommato labile, con la coppia dei nostri giorni costretta a vendere atroci souvenir di lontane vacanze esotiche, mentre De Matteo punta esclusivamente sul tema dell'adulterio.
Con ineffabile sapienza, dosa bene ingredienti e meccanismi atti a rivelare diverse attitudini. Il perdono non concesso dalla moglie al marito fedifrago e il declino individuale del partner che, cacciato di casa, non attende più alcuna previdenza divina atta a redimerlo. Se la colpa è "sempre" della società, i meccanismi del tradimento non sono più in auge in piena crisi economica, ma è altrettanto uncool privarsi dell'egemonia Natalizia per sentire dentro di sé logorarsi la più grande privazione materiale del nostro tempo.
Ed ecco allora che gli antichi status-symbol diventano unici vettori compatibili con la logica della sopravvivenza (vedi per esempio l'automobile). Per Giulio e per quelli come lui significa trascorrere una notte tipo sopravvissuto a un sisma repente.

Tutta la lunga parte iniziale ricalca questa specie di normalità dove l'esistenza è vanificata da una rassicurante (dis)armonia familiare. E' troppo presto per lasciare allo spettatore un groppo in gola, meglio annoiarlo con quella visione domestica dove regnano discrepanze e atonicità tutto sommato comuni. Ma a poco a poco la normalità di Giulio si tramuta nella conoscenza diretta della dimensione univoca del disagio. E' la stessa che pretende a un cittadino rispettabile, impiegato delle poste, di sentirsi improvvisamente solidale e indignato verso una dimensione di sfruttamento a cui poco tempo prima non avrebbe sicuramente prestato attenzione. Ed è in questa fase che il film dimostra i suoi aspetti migliori, rivoltando la logica dei film di Ken Loach con gli spettatori presuntuosamente progressisti complici - ma solo visivamente - della lotta verso la sopraffazione e lo sfruttamento degli altri.
Così è irrilevante sapere alla fine se Giulio ami davvero la moglie o se l'arma che ha a disposizione (il perdono per salvarsi da una tragica fine) sia l'unica dote possibile per cancellare una quotidianità ai margini della follia. E così, tra pensionati, comunità-alloggio e amici blandamente ospitali e mammoni, l'unica fonte di sostentamento diventa la mensa dei poveri, e alla massa di disperati che cerca come può di alimentarsi, nonostante tutto.

Ovviamente la comunità di Sant'Egidio ringrazia doverosamente per l'attenzione riservata, ma il punto è un altro. Davanti alla prosopopea delle festività dicembrine, Giulio diventa una figura quasi Cristologica senza che possa accedere compiutamente al suo reale disagio laico. Diventa pertanto testimone di un'immagine sacrificata al tentativo di reclamare nello spettatore la giusta attenzione per la vittima dimessa. E il tutto senza mancare di sottintendere che può accadere ad ognuno di noi.
Non sappiamo se sia anche questo frutto di un'ambiguità ideologica, ma è facile soffermarsi sulla cecità del Cattolicesimo in materia, quando esprime il suo perfetto e sconcertante appunto sulla bellezza delle miserie quotidiane ed economiche, e sulla presunta purezza dello spirito "libero". E' forse questo un contesto diverso dalle intenzioni del film? Probabilmente no. Le mogli sono ferme nelle proprie decisioni, le figlie crescono esiliando la propria coscienza perché pretendono dalla figura paterna una forza o anche solo un ruolo prestabilito che non ha i mezzi per esprimerlo. Ecco allora che la visita fugace di Giulio nella serata di Natale ricorda tanto quella di Nicola nel film di Marco Tullio Giordana, "La meglio gioventù". La condizione di un disagio si esprime attraverso un ultimo, vanificato, tentativo di ritrovare dei legami.
La forza del film sta invero proprio in quei momenti (il Prima e il Dopo) dove la normalità si incrina, o dove sembra impossibile portarla avanti, quando gli eventi smarriscono la fioca lucidità di Giulio. De Matteo sostiene pertanto la necessità di un percorso di coppia che tenga conto unicamente dei rischi economici a cui va incontro. Banale, ma anche persuasivo, se si cerca un "tetto" dove appoggiare il capo, senza dover bussare alle porte dell'eterno oblio per abolirsi. Non è esattamente un epilogo rassicurante come potrebbe sembrare, quello del film, quando Giulio ha ormai esaurito qualsiasi preservazione della dignità, vaneggiando nel suo ultimo tentativo di (r)esistenza.
Quello che manca al film è, dopotutto, la capacità di vanificare il compromesso indubitabile tra l'Essere e l'Avere. Ma forse questo è uno sforzo eccessivo per il nuovo cinema italiano.

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Recensione a cura di kowalsky - aggiornata al 03/10/2012 15.27.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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