Recensione audition regia di Takashi Miike Giappone 2000
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Recensione audition (2000)

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locandina del film AUDITION

Immagine tratta dal film AUDITION

Immagine tratta dal film AUDITION

Immagine tratta dal film AUDITION

Immagine tratta dal film AUDITION

Immagine tratta dal film AUDITION

Immagine tratta dal film AUDITION
 

"Cara mamma, guarisci presto", i candidi e semplici auguri che accompagnavano un regalo. Candidi e semplici auguri quanto possono esserlo le aspettative di un bambino che si illude che la madre torni a casa per continuare la vita di sempre. Puro e semplice come può esserlo un regalo di un bambino. Un regalo che la madre non avrebbe ricevuto mai. Non sono necessari grandi avvenimenti e svolte epocali per mutare il destino di un uomo. Basta un secondo. Lo stesso secondo che, indifferente alla tenue speranza di Aoyama, giunse per portare con sè la vita di Ryoko. Quando quel secondo fosse giunto, Aoyama avrebbe preso coscienza della solitudine, e non ne sarebbe mai stato abbandonato. Quando quel secondo fosse giunto, suo figlio avrebbe raggiunto e coronato l'apice dell'amore senza condizioni, cieco e sordo, che avrebbe in seguito cercato in ogni sguardo, in ogni ombra, in ogni gesto. La solitudine avrebbe presto trovato un comodo giaciglio anche in lui. L'amore per la madre si sarebbe tramutato in sempiterno e angoscioso sentimento; non avrebbe mai più amato in siffatta maniera. L'amore è eterno quando eterno è l'oggetto dell'amore stesso, l'eternità che solo la Morte può dispensare. Può esistere in natura un legame più forte di quello che si può creare se l'oggetto della propria adorazione esiste, è esistito, ma non è più di questa terra?

"Audition", capolavoro miikiano girato nel 2000. Da molti considerata come l'opera più matura di Takashi.
"Audition" come punto di non ritorno della filmografia del prodigo, nonché geniale autore giapponese?
Può darsi; di certo non l'opera definitiva, ma ci siamo quasi. Quel che è notorio è che insieme a "Visitor Q", "Ichi the killer", i "Dead or alive" e "Gozu", "Audition" completa un temibile insieme che schiere di registi, anche famosissimi, gli invidieranno in eterno. Non si sa bene cosa o chi abbia infuso il puro dono del cinema in Miike, ma qualunque cosa sia stata le saremo grati in eterno; non c'è argomento che Miike non sia in grado di trattare in maniera eccellente. Non c'è sequenza che Miike non sia in grado di affrontare uscendone sempre a testa alta, con eleganza e stile. Non c'è storia che Miike non sia in grado di portare su grande schermo.
Nel lento e triste declino del cinema occidentale, un messia venuto dall'oriente irradia con le sue opere la via della ripresa e della dignità dell'istituzione cinematografica; per non affondare, come il Titanic, nell'oceano senza fine di film identici a sè stessi, per non puntare il cannocchiale nel firmamento costellato da medesimi astri all'apparenza scintillanti, in realtà rilucenti di bagliori riflessi che non divampano dal proprio interno. Il cinema di Miike ci promette un riscatto, ed è l'unico farmaco (o uno dei pochi) a riconciliare migliaia di anime perdute con il cinema stesso. A nutrire una tenue speranza: che qualche regista, da qualche parte, abbia ancora qualcosa da dire.

Il dottore, con freddo e sperimentato cinismo dichiarò lo stato di morte.
"mi spiace", pronunciò con moto di dispiacere deontologicamente automatico.

Certo, è necessaria una sorta di preparazione propedeutica. Il cinema di Miike non è concepito per essere immediatamente assorbito dalle masse, sebbene alcune pellicole siano in apparenza confezionate per divertire, shockare e dare di stomaco: o dal disgusto, o dalle gran risate. Il cinema che ci offre Miike non è merce da ingerire ed evacuare nel giro di una notte, bensì un pasto che potrebbe dapprima non essere accettato dall'organismo, salvo poi essere assorbito e metabolizzato esponenzialmente, rendendosi necessario al fisico e alla mente come una sostanza di cui non è possibile fare a meno.
Miike passa prima per lo stomaco, impastandolo in un tourbillon di emozioni e violenze di rara mefistofelica bellezza, per poi giungere ad insinuarsi nella mente dello spettatore. I suoi film, se compresi e fatti propri, acquisiti, crescono nel cervello di chi sia in grado di coltivare tali prelibati semi. Si fanno strada e crescono nella materia cerebrale come tumori benigni. Sono lì per restare.

Ayoama al capezzale della moglie, suo figlio di spalle che avrebbe elaborato quell'eterno istante senza apparentemente esprimere nulla. Da quel giorno, da quel secondo, sarebbe stato difficile per lui esternare qualsiasi tipo di sentimento.

Nel narrare la sinossi di "Audition", non incontreremmo nulla di particolarmente originale. Anzi, il tarlo del déjà-vu potrebbe essere costantemente in agguato, pronto a compiere grandi balzi verso lo spettatore/lettore/ascoltatore che ha il vizio di tirare le somme a partita appena iniziata. E, sempre inizialmente, non avrebbe granché torto; il film ci narra le vicissitudini di Ayoama e Asami, due persone sole. Due persone sole per differenti motivi, e che ritengono che basti mettere insieme due individui solitari per farne uno socialmente realizzato. Ma la coppia è di fatto solo una convenzione che non risponde per natura a nessuna necessità ontologica.
Ad Ayoama muore in ospedale la moglie Ryoko. La vita che ha vissuto sino a quell'istante cessa di esistere insieme alla moglie, il tutto mentre il figlio assiste incredulo alla scena, con ancora il regalo per la madre tra le mani. Già solo questa prima scena vale tutta la pellicola, ed ha in sè tutto ciò che narra "Audition". In questi cinque minuti si palesa la genesi dello stato mentale in cui Miike immergerà tutti i suoi personaggi diegetici: la solitudine. La sequenza non solo è semanticamente pregna di linee e condotte che presto troveranno un determinato sviluppo, ma è anche formalmente stupenda. Non ci son parole che possano esprimere l'estrema semplicità con cui Miike sia in grado di comunicare attraverso la macchina da presa. La grammatica filmica di tale sequenza è pressoché ineccepibile, e la fotografia sottolinea il momento del gioco dei sentimenti come se i personaggi e gli oggetti stessi irradiassero tristezza e compassione.

Nella strada di sempre, i due tornavano nella stessa casa che da quel momento in avanti non avrebbe fatto che generare ricordi; i più semplici, quelli apparentemente dimenticati, che la routine aveva sepolto per far posto alla vita del presente.
Ma il dolore è quell'entità capace più di altre nello scavare attraverso gli arabeschi della memoria; il dolore avrebbe presto riportato alla luce la moltitudine degli infinitesimamente piccoli gesti che non avrebbero più avuto occasione di replicarsi.

Nello svolgersi dei successivi minuti, Miike ci mostra la famiglia residua alle prese con un processo di normalizzazione. Che inevitabilmente e cinicamente avviene; Miike si prende tutto il tempo necessario a sottolineare l'apparente calma nel rapporto padre-figlio, rapporto costellato anche di momenti ironici. Una famiglia, tutto sommato, in cui si sta bene. Grossi problemi non sembrano essercene. La sapiente regia si potrebbe definire empatica; nel senso che la tranquillità emotiva dei personaggi è speculare alla pacata rilassatezza dei dolci piani sequenza, dei morbidi passaggi da un campo all'altro. Il film è, fino a questo punto, piuttosto lento. Abbiamo visto all'inizio la struggente sequenza che mostrava la rottura di un equilibrio, poi la volontà di risanare quell'equilibrio perso. Ma presto, Ayoama necessiterà di una presenza femminile, che se non servirà a rimpiazzare Ryoko servirà almeno a lenire la sua solitudine. In tutto ciò è incalzato dal figlio, che non perde occasione di punzecchiarlo.

Bastò un secondo per trascinare la famiglia di Aoyama nelle fertili lande della tragedia. Una landa in discesa, la cui salita è negata a coloro che la solitudine ha conquistato.
"Dimenticare non è mai facile, ma un giorno tornerai a pensare che la vita è bella.
Sarai felice. In fin dei conti, è la vita.
"

Ayoama viene aiutato in tutto ciò da un caro amico che come lui lavora nel mondo dello spettacolo. L'idea è semplice ma efficace: simulare un'audizione per un film inesistente. La scusa è di passare al vaglio una considerevole rosa di giovani e carine candidate, con il solo scopo di trovare una ragazza che in qualcosa colpisca il sensibile Ayoama, che sembra aver fatto la sua scelta già la sera seguente, avendo letto un curriculum di una ragazza che lo ha particolarmente colpito. La ragazza è Asami, che compare il giorno seguente e non delude affatto le aspettative. Anzi, le conferma e le amplifica. Prima di lei era stato solo l'amico a fare le domande alle candidate, ma alla volta di Asami Ayoama diventa protagonista dell'audizione, prendendone in mano le redini.

Sarebbe stata una vita, in fin dei conti, normale; un rapporto padre-figlio senza particolari qualità, rapporto che si sarebbe autoalimentato attraverso i riti quotidiani della vita di tutti i giorni;normale liturgia della vita quotidiana: cene a lume di candela consumate nella normalità più ovvia, la pesca sugli scogli del molo. Del resto si fa quel si può per non pensare alla vita. Si fa quel che si può per non pensare alla morte.
"Perché non ti trovi una ragazza"? Forse era il pensiero dominante di Ayoama, forse in questo semplice assunto giacevano tutte la aspirazioni a cui avrebbe teso in seguito. Forse troppe volte, a casa, al lavoro, ovunque, avrebbe sentito la parola da cui avrebbe passato il resto della sua vita a fuggire. "Solitudine". Forse la cosa era così evidente che chiunque gli fosse stato intorno non sarebbe stato in grado di evitare di farglielo notare, indelicatamente o meno. "Ti senti solo?".
Che diavolo, avrebbe pensato, l'amore eterno per Ryoko sarebbe continuato nella sfera dell'eterno e dell'impalpabile, lo avrebbe accompagnato per il resto dei suoi giorni delicatamente e soavemente, gli avrebbe teso la mano nello sconforto, nel peggiore dei momenti, sempre. Quell'amore etereo, ormai incrollabile, cementato dal patto di immortalità che solo la morte può donare non avrebbe disturbato il suo bisogno di essere un animale sociale, di agire in società. In poche parole: di non essere più solo. Forse non sarebbe valso a nulla, ma decise che il gioco valeva la candela. Probabilmente la sua solitudine, resa più pesante dal carico della tragicità dell'evento che l'aveva generata, non l'avrebbe comunque abbandonato; non basta essere circondati da altre persone per non sentirsi soli. Ma avrebbe forse intuito che il solo scopo di condividere la propria vita con un'altra persona è quello di condividere il dolore. Di non sopportarlo da solo.
Forse l'umanità è alla ricerca di qualcuno con cui condividere la propria mesta esistenza. Si fa quel che si può per non pensare alla vita.

O perlomeno ne prende le redini solo per un brevissimo momento, un istante che dura la frazione di secondo con cui ci si innamora. Un lasso ti tempo nel quale Ayoama consegna le redini ad Asami in persona, che condurrà personalmente la vicenda.
Non a caso verso la fine vedremo lui seduto nella sedia delle audizioni; il selezionatore è ora dalla parte dei selezionati. Ma Ayoama non ha il candore e la purezza dei sentimenti di Asami, colpa che gli verrà rinfacciata ben presto.

Stare soli a lungo aguzza l'ingegno. E tu, Aoyama, sei stato solo troppo a lungo. Ma non te la senti di affrontare di petto le situazioni; quel fatale secondo ha divelto da te tutto ciò che di brillante ti caratterizzava. Compresa l'iniziativa.
Ma hai fortuna; lavori nel mondo del cinema. Il mondo che per mestiere genera realtà alternative. Il cinema che mente, che celebra cantando l'epitaffio della sincerità mentre mette in scena la menzogna, più vera della realtà. Sei nel mondo che fa della menzogna la sua impalcatura. Sei nel mondo del cinema, che è falso, irreale per definizione. Essere immerso in questo contesto fa di te un suo piccolo abitante, che giorno per giorno impara a pensare come lui, che giorno per giorno apprende le sue semplici ma diaboliche regole. Fino al punto da non distinguerle quasi più dalla vita che vivi al di fuori. Agire in un sottomondo falso ha fatto di te una persona falsa;
Ayoama, sarai consigliato da un tuo amico. Sarà il tuo Giuda personale. Fingerete, ingannerete, giocherete con le semplici e superficiali speranze delle ragazze.
Fingerai di imbastire un'audizione per un film che non esiste. Con il solo scopo di cercare, di scrutare, di osservare. Scaverai nelle abitudini di queste ragazze, fin quando ti illuderai (un'illusione finta, come tutto ciò che è cinematografico) di aver trovato la ragazza giusta. Il suo volto ti affascinerà, le sue candide vesti ti abbaglieranno. Le sue parole ti inchioderanno. E'l'audizione, ma non della ragazza.
Ayoama, tu inganni la ragazza illudendola di fare un'audizione, ma la vita inganna te facendo sì che questa sia la TUA audizione. Qualcuno sta scegliendo, ma non sei tu.
In questo momento hai abbandonato le tue tenui forze, il tuo stupido entusiasmo per la trovata. Da questo momento smetterai di manipolare e sarai manipolato.
La sua postura che sembra non aver mai conosciuto il peccato ti ha conquistato, quel modo di stare composta sulla sedia. La naturalezza delle sue risposte.
Ti sei innamorato di Asami. Ma il suo sentimento è più forte e sincero del tuo; non riuscirai a sfuggire al suo amore.

Il momento dell'audizione è, come già per il magniloquente incipit, denso di significati. L'audizione avviene in un clima che si definirebbe con sospetta facilità rilassato e farsesco. Ma le musiche allegre, i sorrisi delle ragazze e alcune gag non riescono a celare fino in fondo l'atmosfera stantia e mefitica del momento. Miike, se da un lato vuol trascinare verso il sorriso semplice, dall'altro fa di tutto per ancorarci alla realtà e ricordarci che quello che si sta consumando è un momento indegno e diabolico. Lo fa mostrandoci le ragazze che dichiarano di essere pronte anche a recitare in film porno, ragazze che si umiliano in modeste performance pur di essere immortalate in qualche pellicola. Lo fa mettendoci dinnanzi ragazze-carne vendute un tanto al chilo, ciascuna con le sue fisime e fissazioni, ma nulla che possa impedire loro di apparire. Lo fa con domande inopportune nei confronti delle ragazze. Lo fa visivamente, affrontando la sequenza con le due prospettive frontali, quella degli esaminanti e quella delle esaminate. Si crea così uno scontro visivo piuttosto netto e contrastato, come un muro contro muro che non si raccorda se non con uno scavalcamento di campo, a rimarcare l'impossibilità di avvicinamento dei due mondi.
Lo fa partendo dal presupposto che quell'audizione è una truffa, non esiste. E lo fa mettendo in scena Asami, la cui apparente purezza esteriore è il perfetto contraltare della corruzione della sua personalità.
A confondere le acque, tutta la sequenza è irraggiata da luci bianche e limpidissime che intensificano il loro effetto riverberandosi a loro volta nelle candide pareti.
Ma è il solito inganno di Miike; la sequenza trasuda falsità e malvagità da tutti i singoli fotogrammi che la compongono.

Inizierai ad uscire con lei, divenendo facile bersaglio dell'ironia di tuo figlio. "Ha 24 anni, è più vicina a me che a te". In effetti è vero, non hai il doppio dei suoi anni, ma poco ci manca. Eppure ti fai schernire con affetto da tuo figlio, consapevole che i suoi sfottò non riescono a celare una soddisfazione personale per il solo fatto di esserti sistemato. Tuo figlio ci ride su ma è sinceramente contento per te; il tuo Giuda personale è inizialmente molto soddisfatto, dato che il gioco è il suo. Ma presto la lama del dubbio inizia ad aprire una lacerazione nel tenero e soffice tessuto delle tue vacue certezze. Con chi stai uscendo, Ayoama? Per il momento non ti interessa. Sei troppo impegnato a viverti l'effimero successo, che bagna la tua secca gola, asciutta da lungo tempo. Basta una goccia e le tue fibre si dilatano. Non sei più disidratato, non puoi permetterti il lusso di pensare al suo passato. E in fondo non te ne frega nulla, ci sarà tempo per questo; del suo passato te ne occuperai in futuro.
Asami è gentile, fin troppo. Non puoi più tirarti indietro. Le stai aprendo ogni porta, ti stai rendendo disponibile in tutto e per tutto, le fai capire di essere pronto a condividere gli anni che ti separano dalla morte con lei. Forse speri nella benedizione di Ryoko, il tuo eterno amore vissuto nell'altro piano d'esistenza. Forse, dalle sommità dell'empireo ti grazierà con la sua benedizione. Dev'essere così, andrà così, pensi.
Non puoi deludere Asami, che ti fa capire di non aver ricevuto molte soddisfazioni dalla vita. La sua soddisfazione sei tu. Devi prendertene cura. Guai se scoprisse che le hai mentito. Non importa che ora tu pretendi di amarla sul serio; cioè non toglierebbe il fatto che tu le abbia mentito.

Inizia la frequentazione vera e propria, e lo spettatore smaliziato e a digiuno di cultura giapponese potrebbe sorridere, tanto questo rapporto è tenuto in vie strettamente formali. Asami dà del "lei" ad Ayoama, che si comporta come un datore di lavoro farebbe con una dipendente appena assunta. Ma va ricordato che nella cultura orientale i rapporti non sono veloci come i nostri; l'appartenenza al gruppo e il senso di gerarchia sono in oriente - e soprattutto in Giappone - fortemente sviluppati, tanto da incoraggiare uno scambio interpersonale basato su discepolo - maestro (sempai). Ed è esattamente così che Asami guarda ad Ayoama: come una persona che la esenta dalla solitudine, ma anche come una figura più anziana, forte, socialmente rilevante. Asami è palesemente soddisfatta, tanto che ritiene di essere spesso inopportuna per la foga che mostra nelle richieste di rivederlo. Ayoama le sorride non riuscendo a trattenere una certa soddisfazione.
Di nuovo, Miike non invade con la sua personalità stilistica l'avvenimento; non gioca contro i personaggi, scavalcandoli con i virtuosismi di cui è capace, ma gioca in favore dei personaggi, accompagnandoli gentilmente mentre si conoscono e si scoprono pian piano. Li segue e li fotografa gentilmente, con discrezione. Spesso da una certa distanza, con circospezione, riprendendoli insieme senza mettersi in mezzo.

Asami non aspetta altro che una tua telefonata. Ogni volta che tu la chiami lei pretende una parte di te. E'la ricompensa per aver aspettato in maniera inumana un tuo segnale. Ha aspettato seduta, confortata solo dall'ombra proiettata dalle sue pareti.
E dalla sua creatura che le giace a fianco.

Ma siffatta pacatezza giunge inevitabilmente a termine. Asami è un nuovo equilibrio che si spezza, e la cosa va rimarcata. Ed ecco che Miike ci fa precipitare in quella che è la sequenza-simbolo di "Audition": la scena della telefonata e del sacco.
Siamo nell'appartamento di Asami, e la solitudine (che è la parola chiave del film) è incollata alle pareti come fosse carta da parati. La fotografia non è più luminosa e rassicurante, ma scura e densa, opprimente. Un primo piano di Asami ripresa di profilo, un telefono lì vicino e una massa in lontananza. Un sacco. Il telefono squilla per un po'. Asami sorride nell'ombra. Il sacco si muove di scatto, mentre un moto d'inquietudine percorre in un brevissimo istante la nostra spina dorsale. Una colonna sonora disturbante fa il resto. Lo spettatore è naturalmente portato a chiedersi cosa sia accaduto, dato che sembra di non vedere più lo stesso film.
Ma questo è un film di Takashi; come si può pretendere una convenzionale storia da Miike? Suvvia, ci sono intere legioni di registi in grado di narrare una semplice storia del genere. Questa sequenza rappresenta una forte cesura, marca un evidente contrasto tra quello che è avvenuto prima e ciò che avverrà da adesso.
E' come se Miike ci dicesse "Dai ragazzi, sin qui s'è scherzato. Siamo sempre in Giappone, mica in una Hollywood qualsiasi".
E come sempre, la sequenza non è solo esteticamente inattaccabile, ma è pienamente funzionale al contesto. In questa breve sequenza c'è tutto quel che serve a Miike per dispiegare al meglio l'arsenale delle paranoie che rendono o renderanno tangibili le follie di Asami: l'estrema solitudine, il desiderio di sentire che il telefono squilli, che qualcuno la cerchi, che sia desiderata. E in lontananza, chiuso in un sacco, il monito della sua fanciullesca follia. Una follia tanto pericolosa quanto infantile: quella dell'estremo possesso.

"Mi vuoi sposare?", le chiederai.
La vedrai ancora una volta, ma prima sognerai. Farai un incubo. Ripercorrerai la sua storia. Inizierai a capire. Vorresti non aver mai fatto quell'audizione; vorresti non aver mai subìto alcuna audizione. Maledici il tuo Giuda. Maledici te stesso.
ma non c'è molto che tu possa fare; solo vivere il tuo incubo frammentario e sconclusionato. Come in un sogno, non puoi controllare il flusso emotivo di ciò che si sviluppa intorno a te. Tutto ciò che ti è lecito fare è assistere inerme. D'altra parte sei un uomo di cinema, istituzione voyeuristica per eccellenza. Vivrai questo stato al quadrato; sarai il voyeur di te stesso. Della tua vita, di cui hai cessato di possedere il controllo. Ma forse non l'hai mai avuto. Solo adesso comprendi che ti ritenevi il dominatore, e invece eri solo un povero osservato. Qualcuno ti testava, giorno dopo giorno. E hai fallito. Hai fallito quasi subito. Non ce l'hai fatta nemmeno a farla durare granché, questa ridicola, tragica storia. Cercavi la benedizione di tua moglie, ricordi? Beh, non hai ottenuto nemmeno quella. Ti appare davanti per un attimo; il tempo di presentarle Asami. Il tempo di farti dire che quella donna è pericolosa. Ma se non si è abbastanza accorti, solitamente ci si rende conto di aver compiuto un passo falso nel momento dell'irrimediabilità della conseguenza delle proprie imprudenti azioni. Hai perso il rispetto di tutti, financo del colpevole patrigno di Asami.
Che sia morto o vivo non ha importanza. Tanto non ti fai rispettare nemmeno dai morti.

La seconda parte di "Audition" è lì per dimostrarci che Miike è uno dei migliori autori viventi. Punto. Non si scappa. Dopo una breve parentesi in cui Aoyama chiede ad Asami di sposarlo (il tutto immersi in una innaturale luce blu; da qui i toni dominanti saranno il rosso e il blu), i due fanno finalmente l'amore.
Ma è anche l'ultima volta in cui i due si vedranno, perlomeno in condizioni normali. E l'ultima volta coincide con l'espressione di massimo desiderio di Asami da parte di Ayoama: il desiderio di amare lei e soltanto lei. Poi, bruscamente, Asami sparisce.
Scompare da tutto, e sembra impossibile rintracciarla. Nel breve colloquio con l'amico che ha ingegnato l'audizione la camera a mano trema e si fa mossa esattamente quanto la concitazione emotiva della scena. Dopodiché la situazione precipita in un caleidoscopio di surrealtà, onirismo ed emozioni pure non diluite da alcunché che sia in grado di mediarle con il mondo che abbiamo visto sinora. Iniziano a far capolino inquadrature sghembe, oblique, per nulla rassicuranti. E' piuttosto difficile non vedere in questa parte del film una profonda impronta lynchyana, sebbene la personalità di Miike sia in grado di guidare tali scelte narrative verso lidi piuttosto differenti da quelli dell'ottimo Lynch.
Inutile chiedersi se ciò a cui si assiste siano immagini, immaginazioni, pensieri, sogni, incubi, speranze o quant'altro. E' un flusso che canalizza lo spettatore verso lo stato di smarrimento di Aoyama, Che lo congiunge sinergicamente alla confusione di cui è protagonista. Non c'è focalizzazione, scopriamo gli avvenimenti come li scopre lui. Davvero inutile chiedersi se quel colloquio con il patrigno di Asami sia mai avvenuto; davvero inutile domandarsi se Aoyama abbia mai parlato con l'individuo che gli narrò dell'ex-impresario di Asami. Davvero inutile chiedersi se l'uomo orrendamente mutilato (per farlo somigliare ad un cane; torna la figura dell'uomo-cane, archetipo della fedeltà tutto giapponese) sia davvero l'ex partner che ha deluso le aspettative della ragazza.
Più ci si avvia verso la fine del film, più esso diventa miikiano in senso lato. La sequenza in cui (irrealmente, si suppone) Takashi ci mostra il contenuto del sacco è a dir poco rivoltante, malata, perversa. Mentre Aoyama vede uscire dal sacco questa povera creatura con mani, piedi e lingua mozzati, sentiamo poco vicino Asami che vomita in una ciotola, la stessa che metterà sotto il naso della "cosa", che se ne nutrirà. Ecco il desiderio massimo di Asami; rendere dipendente all'estremo eccesso una persona, nutrendola con lo stesso cibo che nutre lei. Questa seconda parte di "Audition" mostra un regista che non si tira indietro di fronte a nulla.

Sei a casa tua. Non è il momento migliore della tua vita. Eccola. All'improvviso la vedi. Bellissima. Da togliere il fiato. Non riesci a muoverti nè parlare, tanto ti toglie il fiato. Non riesci a muoverti nè parlare.

Gli ultimi venti minuti del film sono da antologia, e contribuiscono a consolidare la genialità di un'opera che non teme rivali, che non ha eguali. Puro Miike applicato: Aoyama si risveglia paralizzato a terra. E'in casa sua. Asami ha drogato il suo drink.
Ha ucciso persino il cane; la vendetta di Asami tocca tutta la sfera privata della vittima. La ragazza fa il suo trionfale ingresso indossando il solito abito bianco, ma stavolta ha indosso degli strani indumenti di pelle nera. E'un'Asami diversa, forse la vera che esce allo scoperto. Questa Asami è un po' il simbolo del cinema di Miike. La sua locandina, Asami che impugna una siringa con il liquido che paralizzerà Aoyama, la si ritrova praticamente ogni volta che qualcuno deve presentare Takashi. E'un'immagine che condensa tutto; bellezza, indifferenza, raccapriccio, crudeltà, desiderio. Tutte costanti delle opere miikiane.
Ha inizio la liturgia della tortura, tanto lenta quanto insopportabile alla vista. I particolari sono tutti lì, in bella mostra. La voce da bambina di Asami scandisce i piccoli rituali che compie con metodo e precisione sul povero corpo inerme di Aoyama, quasi li avesse ripetuti innumerevoli volte.

"Ora non puoi muoverti. Ucciderò il tuo corpo, ma i tuoi nervi resteranno svegli. Il dolore si trasformerà in piacere, e tu soffrirai in modo indicibile. Voi uomini fate venire tante ragazze per le audizioni e le scartate. Poi vi fate vivi per telefono. Siete interessati soltanto al sesso. Siete tutti uguali. Fa male? Le parole creano solo bugie, del dolore invece ti puoi fidare. Sei d'accordo? Il dolore lo senti. Grazie al dolore fisico scopri anche il tuo corpo. Ora inizi a capire che razza di uomo sei; quando il dolore ti mette alla prova ti rendi conto. Ma perché tutto nella mente diventi chiaro devi sopportare sofferenze terribili. Anche tuo figlio deve assaggiare il dolore, così capirai ancora di più. Ami anche tuo figlio? Sei un bugiardo, tu ami soltanto me. Non è per niente giusto, io ho solamente te. E tu invece hai tante altre persone. Non voglio essere una di loro, una delle tante. Se ti donassi tutta me stessa, neanche allora saresti completamente mio. Siete tutti uguali. Però senza piedi non vai da nessuna parte. Questo filo di ferro è perfetto per tranciare carne e ossa."
Le sue parole pesano come macigni. E' la sentenza che ti accompagna attraverso il calvario della purificazione
.

Il rientro in casa del figlio, del tutto accidentale, sconvolge i piani Asami che si getta questa volta su di lui, per sopprimerlo. Ma dopo una breve colluttazione Asami cade dalle scale spezzandosi l'osso del collo. Già una volta, da piccola, il patrigno la buttò dalle scale frantumando il suo sogno di diventare ballerina. Con questa caduta, Asami ha cessato di sognare per sempre. C'è solo il tempo per un'ultima, surreale dichiarazione. Asami e Aoyama si guardano, entrambi a terra e entrambi immobili.
Uno paralizzato da agenti chimici, l'altra morta. Ma è un dettaglio; le parole le scorrono limpide ed impietose, dinnanzi all'esigenza, l'ultima, di ottenere il perdono attraverso una spontanea quanto compassionevole dichiarazione d'intenti. L'amore chiesto da Asami si sovrappone al bisogno che qualcuno si prenda cura di lei in tutto e per tutto, in qualsiasi modo ciò possa avvenire. E'un amore che ha ben poco a che fare con i grandi ideali romantici; è un amore egoistico, che attraversa l'Altro solo per ritornare su sé stesso. E'l'idea di amore ottenuto come gratificazione, come speranza che dall'altra parte del muro qualcuno sa che esistiamo. Anche l'amore cercato da Ayoama è egoistico, anche quello tornava in lui. Ma l'intenzione è diversa: Ayoama non vuole stare solo, Asami non vuole essere sola. E' un concetto kieslovskiano, non pessimistico ma realistico. E non è un tema nuovo per Miike; in "Ichi the killer" avviene a grandi linee la stessa cosa. Il cinema di Takashi è letteralmente costellato da personaggi che cercano altri personaggi, e non appena si ritrovano devono lasciarsi. L'emarginazione, l'impossibilità o la difficoltà di integrarsi, di normalizzarsi sono i principali temi del cinema del genio giapponese.
Si vedano il già citato "Ichi", i "Dead or alive" (emblematica in tal senso la fine del secondo: due amici che pure crivellati di corpi si rifiutano di morire prima di aver compiuto un gesto che li legava sin dall'infanzia), "Rainy dog", "Graveyard of honour", "The bird people in China". In quasi tutti i suoi film sono facilmente ravvedibili i temi sovracitati, che forse in "Audition" tendono ad emergere più esplicitamente data la natura stessa del rapporto amoroso dei due sventurati protagonisti.

Ero convinta che non ti importasse di me, che il tuo lavoro ti impedisse di amarmi.
Ti sembrerò pazza e cattiva, me ne rendo conto... Ma tu non chiamavi mai. Credevo proprio che non ci saremmo rivisti, è questa la verità. Scusami, ho preteso troppo da te. Il fatto è che vivere sola non è facile, non ho mai avuto nessuno con cui confidarmi. Tu sei stato il primo che mi ha aiutata, sostenuta. Tu mi fai sentire protetta, al sicuro. Ti sforzi veramente di capire cosa ho dentro
.

E' necessario precisare che i ruoli di Asami e Ayoama sono intercambiabili: è ardua impresa stabilire chi sia la vera vittima della vicenda, posto che interessi a qualcuno, e posto che interrogarsi su tale questione sia di qualche utilità. Certo, Asami alla fine muore (o perlomeno dovrebbe), ma colui che è sopravvissuto ne ha tratto qualche particolare ricompensa? Certo, è rimasto in vita. Ma dopo quel che è accaduto c'è da chiedersi se non sia la punizione maggiore. Forse Miike ha scelto di far morire Asami per liberarla dal gravoso compito di errare per la terra a cercare qualcosa che non può essere trovato. Ad ogni modo, Miike sta dalla parte della ragazza sino alla fine. Anche con il collo visibilmente spezzato, la fa risorgere per permetterle di spiegarsi, per implorare il perdono di Ayoama (ma ribadendo il concetto-cardine del film: la solitudine che muoveva le sue scellerate azioni). Perdono che otterrà. Forse, nonostante l'accaduto, Ayoama è ancora innamorato di Asami. E così come si era aperto, il film si chiude, riproponendo quasi la stessa scena: Ayoama che assiste impotente alla morte della donna che ama, rendendo così nuovamente sacro e non egoistico quel sentimento così imperscrutabile. Solo nell'immortalità vi è la baluginante promessa dell'eterno.
Ma d'altronde le storie d'amore finiscono sempre prima che qualcuno possa dire di averne avuto abbastanza.

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Recensione a cura di cash - aggiornata al 08/09/2006

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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