Recensione a single man regia di Tom Ford USA 2009
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Recensione a single man (2009)

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locandina del film A SINGLE MAN

Immagine tratta dal film A SINGLE MAN

Immagine tratta dal film A SINGLE MAN

Immagine tratta dal film A SINGLE MAN

Immagine tratta dal film A SINGLE MAN

Immagine tratta dal film A SINGLE MAN
 

"È un freddo promemoria, un giorno più di ieri, un anno in più dell'anno trascorso."

A cosa serve il cinema? Certo non a liberarsi di astruse etichette, guardacaso pensate ad alimentare un marketing cosiddetto alternativo (quello del cosiddetto "cinema gay") destinato per ovvie ragioni a rimanere tale. Se poi un film passa nei circuiti internazionali, ottiene un grande consenso ai festival (come la Mostra del Cinema di Venezia) e rappresenta l'esordio di un autorevole stilista dell'alta moda, tutto cambia.
Non esiste un film per addetti e non, l'importante è l'atteggiamento neutrale che si assume nei confronti di una certa pellicola. Altrimenti dovrebbero tutti rinunciare, per ragioni di fideismo sessuale, al 40% dei classici letterari di tutti i tempi, e questo vale anche per l'inglese Christopher Isherwood, autore di un capolavoro della maturità come "A single man" (1964).
L'esordio alla regia di Tom Ford, noto designer per Gucci e Yves-Saint Laurent, appassionato da sempre di cinema, è esattamente quanto ci si aspetta e al tempo stesso non si conosce di un professionista dell'alta moda.
Non si tratta certo di un film morboso, nato per provocare scandalo o discussioni su temi ormai consueti, ma è anche un esordio sorprendente, perchè non è da tutti affidarsi a un autore tardo- romantico e decadente come Christopher Isherwood, e a quello che molti reputano il suo romanzo più intimista e commosso.
Vi sorprenderà ritrovarvi il nome di Aldous Huxley - amico intimo di Isherwood dopo la sua lunga permanenza berlinese (quella che ha segnato profondamente la sua vita e carriera artistico-letteraria) e le reminescenze di "Un mondo nuovo", uno dei più affascinanti testi di fantascienza di sempre.
Se c'è un aspetto che ormai contamina il cinema contemporaneo è l'assoluta veridicità metaforica della fantascienza, per questo una frase del professor George - protagonista del film - ovvero "Se ci aspetta un mondo senza sentimenti, non è il mondo in cui vorrei vivere" sembra indirettamente citare un classico del cinema come "L'invasione degli ultracorpi", quando il medico difende con tutte le sue forze la propria autonomia emotiva e "terrena" dalla morte/vita predisposta dagli organismi di un'altro mondo.

"A single man" è paradossalmente ANCHE un film di fantascienza, o meglio ancora di fantapolitica. Ovviamente il climax resta sullo sfondo, ma permane una sensazione di forte diffidenza culturale.
L'America dei primi anni '60 deve ancora fronteggiare i retaggi del Maccartismo, prigioniera delle sue paure ("La ragione è la paura"), tra rifugi antiatomici e il generale ostracismo verso "il diverso", la difficile situazione politica tra Usa e Cuba, e, dall'altra parte, l'innovazione bucolica di una rivoluzione culturale ancora non del tutto sviluppata.
La vicenda narra di un professore inglese, George, trapiantato nella California post-beat degli anni sessanta, omosessuale legato al recente ricordo del suo compagno, morto tragicamente in un incidente d'auto otto mesi prima. Il film racconta una giornata come le altre nella vita solitaria di un'uomo solitario snob, freddo e apparentemente amorale, che condivide i suoi sentimenti con l'unica amica e confidente che ha, Charly, innamorata da sempre di lui.

Girato con uno stile rigoroso e artefatto, l'esordio di Tom Ford è gelido e professionale, stilisticamente quasi perfetto, ma talvolta incapace di interagire con lo spettatore più del dovuto. Il personaggio di George riflette questo dualismo. Talvolta può apparire scostante e chiuso nella sua solitudine, compresso in una solitudine che solo l'individualismo più sfrenato può comprendere, e altre volte sembra aprirsi in una commovente - tardiva? - apertura verso i propri bisogni sentimentali che ne offrono un quadro complesso e multiforme.
In un certo senso George vive la stessa alienazione dei personaggi che vivono vicino a lui, e forse ne è a sua volta influenzato.

Tom Ford ha l'indiscussa capacità di soffermarsi sulla stilosità dell'operazione, citando il cinema di Stanley Kramer e Altman, ma anche un incompreso affresco sixties come "Bobby" di Estevez, eppure proprio l'inappuntabile cura dei particolari crea qualche limite alla resa totale dell'operazione.
Le immagini in flashback del compagno di George sembrano attutire il divario tra la vita e la morte, diventando talvolta - è il caso del primo incontro di George con il futuro amante - un omaggio dichiarato alla gay popular culture di Tom of Finland.

La mdp segue coraggiosamente i riflessi di una vita terrena acuita dalle forme didascaliche del pensiero, e mentre i ricordi di George spiazzano la realtà, è proprio la verità deformante a celare una spaventosa lacuna di effimere situazioni. Per uno spettatore comune tuttavia l'effimero è parte integrante delle sue aspettative. Tom Ford, a tratti, sembra privilegiare più le proprie direzioni stilistiche che le attese dello spettatore. E in questo modo lo ricatta. A tratti il film è coinvolgente e passionale, altrove sembra voler negare - volontariamente? - il rapporto dello spettatore con la storia.
Emblematico l'incontro di George con una marchetta, Carlos, davanti al manifesto di "Psycho". E' un notevole passo falso, perchè sembra predisposto a un rutilante esercizio di marketing pubblicitario in stile Calvin Klein. Non dà certamente il senso univoco e disperato del bisogno di un gay cinquantenne a colmare la sua solitudine. Luci e ombre si condensano, come nella decontestualizzazione tra b/n e uso del colore, mentre l'ambientazione sixties è davvero impeccabile nel suo divismo domestico.
Una sequenza davvero memorabile è quella del ballo tra Charly - una Julianne Moore assolutamente perfetta nelle sue nevrosi affettive - e George al ritmo dell'immortale "Green onions" di Booker T. and the Mg's.
È l'unica concessione "contemporanea" della soundtrack. Davanti alla reciproca disperazione di due attempati quaranta/cinquantenni, l'unica risorsa rimasta è l'ascolto di un pezzo datato 1961, un frenetico free-style davanti all'ingessato rituale di "Stormy monday" e dei bourbon consumati in abito da sera.

Il testo di Isherwood, per quanto fosse il meno autobiografico della sua carriera, in un certo senso eludeva alla lunga relazione con l'ultimo compagno della sua vita, rimasto accanto allo scrittore fino alla sua morte. "A single man" riesce pertanto a raccontare degnamente la perdìta affettiva, la paura della vecchiaia e lo squallore quotidiano dell'esistenza di UN UOMO SOLO, vanificando anche la complessa morale dell'omosessualità. Il sentimento di appartenenza a un uomo con cui George ha condiviso 16 anni di vita, ma che al momento stesso della sua morte si sente dire qualcosa come "i funerali sono riservati alla famiglia".
Ciò che invero non riesce nell'esordio autorevole di Ford è proprio il suo incostante abbraccio e fuga con la platea. Quando se ne discosta, e lo fa in più occasioni, sembra esclusivamente occupato di realizzare un film per se stesso. È una forma di egocentrismo che non esula dalle critiche riservate alla sua proverbiale raffinatezza da professionista dell'alta moda. L'accusa è un'altra, e cioe' come può la più struggente rievocazione letteraria sulla solitudine del ventesimo secolo diventare un fatto esclusivamente "privato" per le velleità autoriali di un regista esordiente.

Potere e limiti dell'immagine, quindi, al di là del plauso della critica internazionale e del meritato premio a Colin Firth per la miglior interpretazione al Festival di Venezia. Questo distacco formale non annienta tuttavia l'estraniante direzione di un cinema che descrive l'impercettibile sguardo della morte interiore. E nelle rare vie di fuga il George di Isherwood sembra privarsi del suo accademismo, per rientrare nelle gesta inconsulte e frivole dei "comuni mortali".
L'alienazione che sollecita a un tardivo strappo vitale ha il solo problema della persuasione. È questa la sincerità geniale e patinata di Tom Ford.

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Recensione a cura di kowalsky - aggiornata al 23/02/2010

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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