l'uomo del banco dei pegni regia di Sidney Lumet USA 1965
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l'uomo del banco dei pegni (1965)

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locandina del film L'UOMO DEL BANCO DEI PEGNI

Titolo Originale: THE PAWNBROKER

RegiaSidney Lumet

InterpretiRod Steiger, Geraldine Fitzgerald, Brock Peters, Morgan Freeman

Durata: h 1.56
NazionalitàUSA 1965
Generedrammatico
Al cinema nell'Aprile 1965

•  Altri film di Sidney Lumet

Trama del film L'uomo del banco dei pegni

Nevrosi dell'ebreo Nazerman, unico superstite di una famiglia polacca sterminata nei lager nazisti, che fa l'usuraio nel quartiere di Harlem a New York per conto di uno sfruttatore di prostitute.

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Voto Visitatori:   7,64 / 10 (11 voti)7,64Grafico
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Voti e commenti su L'uomo del banco dei pegni, 11 opinioni inserite

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Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  18/04/2019 16:11:17
   8 / 10
Sol è un sopravvissuto all'Olocausto, ma è un uomo ormai morto dentro. Un'anima spezzata per sempre che si isola emotivamente da tutto ciò che lo circonda. Ha conosciuto da vicino il volto disumano dell'uomo, la crudeltà dei campi di concentramento ed una volta giunto in America, fa suo il credo esclusivo nel denaro. Lumet ci offre un ritratto dolente e doloroso di un uomo che ha perso ogni forma di empatia verso l'umanità. Esalta gli aspetti sgradevoli, invece di renderlo un martire. Uno Steiger straordinario per intensità e (dis)umanità.

Thorondir  @  18/04/2018 12:34:29
   7 / 10
Amo il cinema di Lumet, capace come pochi altri di sguardo autoriale attraverso film "per tutti", capace di veicolare messaggi attraverso una straordinaria capacità di messa in scena che non punta mai al sensazionalismo. Quì il tutto gli riesce un po' meno, forse perchè troppo didascalico nel tratteggiare l'uomo alienato e psicologicamente devastato dall'esperienza del lager. Il tutto finisce un po' troppo per avvitarsi sul protagonista (un grandissimo Rod Steiger) ma rende marginali e poco caratterizzati i personaggi di contorno. Ciò nonostante rimane un film di lucido sguardo asettico sui tormenti interiori del sopravvissuto all'esperienza del lager, trasformato a sua volta in involucro indifferente e ormai incapace di provare emozioni.

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Angel Heart  @  21/12/2015 21:31:00
   6 / 10
E' il primo film a trattare il tema dell'Olocausto dal punto di vista di un sopravvissuto, ed anche il primo film a mettere in mostra un seno femminile integrale (ebbene sì, il mai abbastanza compianto Lumet detiene anche questo primato); intenso in alcune scene prese singolarmente e nella prova algida di Steiger, curioso per l'uso secco dei flashback, spietato nella cupa fotografia in bianco e nero, eppure nonostante tutto ciò il film non decolla e non emoziona mai come dovrebbe; il tema stesso dei campi di concentramento non viene approfondito a sufficienza mentre gli sviluppi della flebile trama alla fine non portano a nulla di concreto, la seconda parte nello specifico, epilogo compreso, diventa particolarmente pesante in quanto, pur comprendendo l'animo introverso del protagonista, lo spettatore non riesce mai a capire cosa effettivamente gli passi per la testa a quest'uomo, con il risultato che le sue azioni a volte incoerenti e troppo spesso tirate per le lunghe finiscono più per spazientire che altro.

Pur rimanendo storico per i motivi elencati all'inizio, la ritengo una delle opere meno accessibili di Lumet nonchè una delle meno riuscite del periodo d'oro.
De gustibus.

gantz88  @  18/08/2015 02:09:20
   7 / 10
buon film, vale la pena vederlo

DogDayAfternoon  @  01/03/2015 20:53:57
   7 / 10
Con Lumet il comparto tecnico è come sempre una garanzia, bellissimi e profondi i tanti primi piani e i flashback, interpretazione di Rod Steiger molto sofferta e impeccabile. Non è un film facile, alcune scene e alcuni dialoghi (ma anche i silenzi) sono molto forti e profondi, però secondo me paga l'assenza di una vera e propria trama. Insomma non è un film da prendere alla leggera, e in alcuni punti potrebbe anche risultare pesante.

Complicato ma meritevole, anche se di Lumet ho comunque preferito altro.

Spera  @  05/04/2013 14:16:08
   8½ / 10
Ne sono rimasto spaventato e affascinato al momento stesso. Quest'opera nella sua pacatezza, nel suo silenzio è così potente che sempre un urlo soffocato.
Per molte cose innovativo, soprattutto per come viene introdotto il tema dell'olocausto, il grande Rod interpreta un personaggio molto particolari in cui per molti versi mi sono ritrovato. E' difficile spiegarlo a parole, bisogna assolutamente vederlo, quasi per l'intero film appare dietro le grate del suo banco dei pegni, come fosse imprigionato in una cella senza via di scampo, riflesso del suo stato mentale e di ciò che è diventato dopo la terribile esperienza dei campi di concentramento. Sidney Lumet si conferma il grandissimo regista che è e provvederò subito ad aggiungere questo titolo alla mia collezione.

Goldust  @  27/04/2011 12:10:48
   7½ / 10
Non è un film semplice, sia da fruire che da analizzare, ma ha il pregio di trattare un argomento non ancora troppo approfondito, e di farlo in modo innovativo. I continui flashback che animano la mente di Nazerman sono all'avanguardia per l'epoca e molto adatti, anche per insinuare nello spettatore un minimo d'interesse in più per la storia. Per il resto il film è volutamente lento e doloroso, con un ottimo Steiger e con una languida colonna sonora, a parte il finale sempre apprezzabile.

LoSpaccone  @  02/09/2009 11:45:01
   7½ / 10
Ammetto di aver fatto molta fatica a metabolizzare questo film, molto lontano dai consueti schemi attraverso cui viene riproposta la Shoah, e proprio per questo coraggioso e per certi aspetti ambiguo. Se l’eccellente ricostruzione ambientale, l’elegante contrappunto musicale e la superba prova di Steiger (probabilmente la migliore della sua carriera) già basterebbero per parlare di capolavoro, in realtà non tutto funziona alla perfezione, anche se resto dell’idea che si tratta di un film da vedere. Raccontare una tragedia collettiva passata attraverso un tormento individuale presente è senza dubbio una scelta narrativa efficace perché consente di non limitarsi al semplice resoconto storico ma di adottare una prospettiva psicanalitica che introduce elementi nuovi e personali (per lo spettatore). Esemplare in questo è l’uso dei flashback, usati non in maniera convenzionale ma come lampi che attraversano la mente del protagonista contribuendo a ricreare le nevrosi di un uomo prigioniero del proprio trauma. Nazerman non riesce ad elaborare il suo tragico passato, anzi sembra maledire il fatto di essere ebreo, cerca volutamente di identificarsi con la figura dell’ebreo alimentata dall’antisemitismo per giustificarsi, per spiegare quell’orrore, negando ogni valore (la scienza, l’arte) e affermando che esiste solo il denaro e il profitto, e si comporta con chi gli sta accanto in base a questa visione del mondo: la vittima di un tempo è diventata a sua volta uno sfruttatore. Un approccio coraggioso perché pone l’accento su aspetti poco dibattuti ma che non viene affidato ad un lineare percorso catartico; il racconto ad un certo punto incomincia ad attorcigliarsi su se stesso, esponendo in maniera confusa il suo messaggio, smarrendo la finezza iniziale (soprattutto nella valenza simbolica di alcuni personaggi) e danneggiando in parte anche un finale che mi è sembrato un po’ troppo forzato nel mostrare all’improvviso come il protagonista riacquisisca l’umanità perduta. Comunque il film ha un carattere di verità, conferitogli soprattutto dal modo in cui vengono tratteggiati i personaggi e i rapporti che li lega e dall’azzeccata ricostruzione dei quartieri popolari di New York.

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento emans  @  13/06/2009 23:16:15
   8½ / 10
Condivido tutto con chi mi ha preceduto...il voto che merita questa pellicola è proprio questo...8,5!
Analisi spietata sui campi di concentramente e soprattutto su quello che lasciano nell'animo di chi ha vissuto questa tremenda esperienza!E il protagonista non è il solito cuore di pietra in cerca di redenzione,e nemmeno riuscira' ad averla!
Porta avanti la sua esistenza con l'unico principio di arricchirsi(Cosa che in realta' hanno in comune quasi tutti gli Ebrei)ma con un 'anma vuota!
Film cosi difficili devono avere per forza di cose un protagonista in forma...Steiger è senzazionale

Gruppo COLLABORATORI Terry Malloy  @  28/05/2008 21:23:32
   8½ / 10
Sublime. Certo è il tipico film che si regge sulla straordinarietà di un attore, in questo caso Steiger, ma ciò non ne sminuisce l’identità, propria e autonoma. Uno stupendo omaggio cinematografico all’Olocausto che sdogana il luogo comune dell’ebreo che ritorna dal mondo dei morti e si costruisce una vita normale in un paese straniero, no la vicenda è dolorosa e scomoda, permeata di un pessimismo e di un cinismo inauditi. La storia di Nazelman è tra le più sofferte del genere semita.
Da subito, sebbene le prime immagini siano europee, avvertiamo che Lumet è chiaro riguardo all’assoluta dimensione americana della pellicola. E lo capiamo dalla musica, jazz. La vicenda parte da Nazelman e certo è per un 40% un’analisi dell’effetto devastante del Dopo sugli ebrei sopravvissuti, ma siamo sicuri che si riduca a questo? Inanzitutto osserviamo la socialità del film: quanti tipi umani vengono presentati con il pretesto del banco dei pegni? Su tutti mi viene in mente quello interpretato da un irriconoscibile Freeman, l’intellettualoide solo. Non a caso il titolo del film è quello, non è “l’ebreo del banco dei pegni”. Tendo per ovvie ragioni a giudicare un regista stupendo, quale Lumet, come un analista della società e un denunciatore di essa e in questo film, apparentemente monotematico, è presente fortissima la componente critica. Fantastiche le riflessioni sul potere del denaro, in particolare quello del protagonista sulla cultura ebraica. Imponenti e sconvolgenti le immagini tratte dal campo di concentramento. Un film importante nella filmografia di L. “da non dimenticare”…

Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  16/04/2008 18:54:27
   8½ / 10
Anche se il film e soprattutto la maiuscola prestazione di Rod Steiger non tradisce un'enfasi degna del "metodo" (Actor's Studio di Lee Strasberg), resta una delle opere più memorabili di Lumet.
Lumet fa delle didascalìe e dei flashback il "perno" narrativo della storia, con conseguenze rischiose sul piano melodrammatico, ma di grande intensità.

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